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Bilancio pubblico, Stato di diritto e governi sovranisti

Pnrr. Meloni è stata costretta a ridurre le sue critiche per non spaventare chi compra il debito

di Sergio Fabbrini

(Reuters)

4' di lettura

Considerando il rapporto dei sovranisti con l’Unione europea (Ue), mi pongo la domanda: perché la premier italiana Giorgia Meloni sta perseguendo una politica flessibile (relativamente alla questione del bilancio) rispetto alla politica inflessibile che ha finora perseguito il premier polacco Mateusz Morawiecki (relativamente alla questione dello stato di diritto)? Eppure, entrambi sono critici dell’Ue, rivendicano l’indipendenza dei loro governi, fanno parte dello stesso partito euro-scettico (“Conservatori e riformisti europei”). La mia risposta è che occorre considerare il contesto della politica di bilancio e della difesa dello stato di diritto per capire la differenza.

Comincio dal bilancio. Contrariamente alla Polonia, l’Italia è uno Stato membro dell’Eurozona. Gli stati membri dell’Eurozona sono tenuti a rispettare un sistema di regole vincolanti per poter condividere la stessa moneta

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Non poteva essere diversamente, una volta che fu deciso (Maastricht, 1992) di creare una moneta comune priva di un bilancio comune. Chi aderisce all’Eurozona, rinuncia alla propria sovranità monetaria, ma preserva quella fiscale. Tuttavia, quest’ultima è vincolata per evitare comportamenti opportunistici da parte dell’uno o dell’altro membro dell’Eurozona. Il non-rispetto di quei vincoli implica il pagamento di penalità, ma soprattutto genera allarme nei mercati finanziari (lo “spread” che fa aumentare il costo del debito pubblico nazionale). Ed è ciò che è avvenuto in Italia con il governo Conte I. Seppure quel sistema sia in corso di revisione, esso continuerà ad avere un carattere vincolante. E se non sarà rispettato, ci penseranno i mercati a farlo rispettare. Per di più, con l’adozione dei Piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr), gli Stati dell’Ue si sono auto-vincolati a perseguire un preciso e scadenzato percorso di riforme per ridurre i debiti contratti durante la pandemia, così da poter ricevere i finanziamenti, anch’essi scadenzati, del programma Next Generation EU (NGEU). Cambiare il proprio Pnrr condurrebbe non solamente a ritardare l’acquisizione delle risorse di NGEU assegnate (quel cambiamento dovrà essere approvato dalla Commissione e dalla maggioranza qualificata degli altri Stati), ma soprattutto a sollevare il dubbio (nei mercati) che il governo nazionale non sia determinato a realizzare le riforme. Ecco perché Giorgia Meloni, che pure non aveva approvato il Pnrr e aveva criticato il sistema regolativo dell’Eurozona quando era all’opposizione, è stata costretta, ora che è al governo, a ridimensionare le critiche per non spaventare chi “compra il nostro debito”, facendone crescere il costo a danno anche dei suoi elettori.

Vediamo ora lo Stato di diritto. Per diventare Stato membro dell’Ue, occorre dimostrare di rispettare i valori “della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze” (Art. 2 Trattato Ue o TUE). Però, una volta che si è divenuti membri, gli incentivi a rispettare quei valori si sono dimostrati deboli. L’Art. 7 del TUE prevede che il non-rispetto di quei valori possa condurre alla sospensione “dei diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio”, ma questo articolo è scivoloso. Non solo perché richiede l’unanimità per essere attivato, ma soprattutto perché rischia di colpevolizzare un intero Paese. Tant’è che è stato usato una sola volta, nel 2000, nei confronti di un governo austriaco con un partito di estrema destra al suo interno. Così, si è ricorsi ad altri strumenti per contrastare l’arretramento democratico. Come nel caso della Polonia dove, a partire dalle elezioni del 2015, il partito sovranista di “Legge e giustizia” è andato al governo (oggi guidato da Morawiecki) e ha messo in discussione i valori dell’Art. 2 TUE. Ad esempio, ha introdotto un Consiglio di disciplina dei giudici di nomina governativa, ha anticipato il pensionamento dei giudici indipendenti per sostituirli con giudici filogovernativi, ha ridotto i diritti civili delle minoranze sessuali, ha ristretto la libertà di informazione. Così, contro il governo polacco, la Commissione europea ha aperto diverse procedure d’infrazione, la Corte europea di giustizia ha emesso diverse sentenze, il Parlamento europeo ha votato diverse mozioni, ma i risultati sono stati nulli. L’arretramento democratico della Polonia è andato avanti incontrastato fino a quando (nel 2022) è stato approvato un regolamento che prevede una clausola di rispetto dello Stato di diritto come condizione per potere ottenere i fondi di NGEU e del bilancio comunitario. Clausola che ha quindi bloccato l’assegnazione dei fondi alla Polonia. A questo punto, Morawiecki ha deciso di presentare, la settimana scorsa, un progetto di legge per cancellare il Consiglio di disciplina dei giudici. Per molti osservatori si tratta di un progetto di facciata. Fatto si è, però, che la paura di non ricevere i fondi si è rivelata più vincolante, per il premier polacco, della possibilità di perdere i diritti di voto in Consiglio. Ecco perché quella clausola va preservata. In conclusione, sono i “soldi” (la paura di non riceverli, nel caso polacco, o il timore dello spread, nel caso italiano) che stanno obbligando i governi sovranisti a tentare di essere responsabili nel bilancio e tolleranti nello Stato di diritto.

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