al consiglio europeo

Bilancio Ue, perché l’Italia dice no alla proposta della Finlandia

La proposta avanza dalla presidenza finlandese riduce il tetto complessivo di spesa dell’1,07% rispetto a quello attuale, per un totale di 1.087 miliardi di euro. E suscita l’opposizione del nostro Paese

di Dino Pesole


Von der Leyen: preoccupata dai drastici tagli al bilancio Ue

3' di lettura

Si discute al Consiglio europeo del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, vale a dire su come strutturare e ripartire le risorse provenienti dal bilancio comunitario, terreno tradizionale di scontri e divisioni tra gli Stati membri. In mancanza di un vero bilancio dell’Unione, ci si divide su come ripartire una torta per la verità esigua. La posizione del governo italiano è stata ampiamente illustrata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte nelle sue comunicazioni al Parlamento dell’11 dicembre.

La proposta finlandese
In discussione (ma al momento non vi è da attendersi null'altro che una disamina tutta procedurale) è la proposta avanzata dalla presidenza di turno finlandese lo scorso 2 dicembre, che l’Italia (e non solo) giudica insoddisfacente. La tesi del governo, condivisa dal Parlamento, è che si tratti di una proposta «al ribasso. poiché comporta riduzioni di spesa rilevanti, ma soprattutto risulta nel complesso sbilanciata». Nel mirino soprattutto i tagli in settori ritenuti strategici, tra cui le politiche destinate alla competitività, all’innovazione, alla gestione dell’immigrazione, alla sicurezza, alla difesa. In sede di confronto con gli altri partner, il Governo punta se mai a individuare convergenze sul set di proposte avanzate dalla Commissione europea a partire dal 2018, che ruota attorno alla fissazione di un tetto di spesa pari all’1,11 per cento del reddito nazionale lordo dei ventisette Stati membri, per un totale di 1.135 miliardi di euro in sette anni, sostanzialmente in linea con il volume di spesa fissato dal bilancio in vigore. Al contrario, la proposta della presidenza finlandese riduce il tetto complessivo di spesa dell’1,07%, per un totale di 1.087 miliardi di euro. A parere del Parlamento europeo, si dovrebbe al contrario puntare all’1,3%. Da qui la presa di distanza del presidente David Sassoli, che definisce il contenuto della proposta finlandese «molto al di sotto del necessario. Il Parlamento europeo non darà il suo consenso al Quadro finanziario pluriennale senza un accordo parallelo sulla riforma del sistema delle risorse proprie dell’Ue, che è essenziale introdurre, come i redditi derivanti dal sistema di scambio di quote di emissione, un contributo basato sulla plastica e un meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera».

I condizionamenti degli Stati membri
In primo piano, il tema delle fonti di finanziamento del bilancio comune europeo, fortemente condizionato dai contributi degli Stati membri. In assenza di risorse proprie, si resta sostanzialmente ingabbiati in estenuanti trattative condotte dai singoli Stati per spuntare risorse aggiuntive a beneficio degli interessi nazionali. Questione centrale, da affrontare in una logica “di pacchetto” come rivendica la posizione assunta dall’Italia, e dunque in parallelo con la revisione del Meccanismo europeo di stabilità e con il completamento dell’unione bancaria. Da questo punto di vista – stando a quanto ha sostenuto Conte nelle sue comunicazioni al Parlamento – «la convergenza degli Stati membri si indirizza soltanto verso l’introduzione di quella risorsa derivante dalla quantità di rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati in ciascuno Stato membro, con 0,80 centesimi di euro per chilogrammo.

La linea del governo italiano
La linea del Governo si concretizza nell’opposizione a tagli «che colpirebbero settori strategici quali lo spazio e il digitale, la difesa, la sicurezza. Si tratterebbe di sottrazione di risorse alle nuove priorità dell’Unione europea, che devono invece necessariamente rimanere ambiziose». Quanto alla politica di coesione, Conte ritiene «inaccettabile l’ulteriore contrazione subìta dall’indice di prosperità relativa, che nel nostro Paese si tradurrebbe in una penalizzazione delle regioni più in difficoltà». Infine sulla politica agricola comune la preoccupazione principale «resta la convergenza esterna dei pagamenti diretti, sulla quale continueremo a chiedere garanzie di una sua definitiva e possibilmente immediata abolizione».

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