ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùVIOLENZA SULLE DONNE

Bimbi costretti a incontrare il padre violento, madre sospesa dalla potestà. La Cedu condanna l’Italia

di Flavia Landolfi

(ANSA)

2' di lettura

Pollice verso della Corte di giustizia per i diritti umani nei confronti dell’Italia per non aver tutelato due bambini e averli costretti a frequentare il padre alcolista e tossicodipendente, per altro accusato di violenza domestica. I giudici di Strasburgo hanno anche stigmatizzato la decisione dei colleghi italiani che avevano sospeso la responsabilità genitoriale alla madre perché si era sempre rifiutata di sottostare alle richieste dei tribunali a favore del genitore inadeguato.

In una sentenza che le associazioni a tutela delle donne non stentano a definire storica e che è destinata a fare scuola c’è un passaggio che sopra ogni altro merita una sottolineatura: la condanna nei confronti del nostro Paese per la pratica diffusa di definire “ostative” e “genitore non collaborativo” le donne che si oppongono ai contatti dei figli con l’ex violento. Una tutela che per altro è sancita dalla stessa Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia e dal 2013 legge dello Stato. “La situazione di violenza vissuta dalla ricorrente e dai suoi figli - scrivono i giudici presieduti dallo sloveno Marko Bosnjas nella sentenza sul ricorso 25426/20 del 10 novembre scorso - non è stata per nulla presa in considerazione, così come il giudizio penale pendente nei confronti dell’uomo per maltrattamenti”.

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La condivisione delle osservazioni del Grevio

Secondo i giudici inoltre “nella sua relazione sull'Italia, Grevio (organismo indipendente che controlla l’applicazione della Convenzione di Istanbul negli Stati che l’hanno sottoscritta, ndr) ha sottolineato che la sicurezza del genitore non violento e dei bambini dovrebbe essere un fattore centrale nel decidere l'interesse superiore del minore in materia di affidamento e diritto di visita”. Di qui la violazione dell’articolo 31 della Convenzione. E la conclusione, importantissima: “La Corte condivide la preoccupazione del Grevio sull'esistenza di una pratica diffusa nei tribunali civili, consistenti nel considerare le donne che dennciato atti di violenza domestica rifiutarsi di prendere parte agli incontri dei figli con l'ex coniuge e opporsi al condividere l'affidamento con lui come genitori “non collaborative” e quindi “madri non idonee” meritevoli di sanzione”. In quanto alla sanzione, la Corte di Strasburgo ha deciso di cassare la violazione per maltrattamenti e ha condannato l’Italia per non aver rispettato il diritto alla vita privata e familiare della donna e dei suoi figli. Inoltre la Cedu ha riconosciuto alle vittime 7 mila euro di danni morali, invece dei 130 mila richiesti nel ricorso. Ma intanto le associazioni a tutela delle donne esultano e parlano di sentenza storica.

Differenza donna esulta: sentenza storica

“La Corte europea dei diritti umani ha accolto il ricorso della avvocatessa Rossella Benedetti dell'ufficio legale di Differenza Donna per una donna seguita dal centro antiviolenza Casa Rifugio Villa Pamphili della Regione Lazio”, spiega Elisa Ercoli, presidente dell’associazione. “Siamo felici, soddisfatte, orgogliose, di questa sentenza storica che ristabilisce cosa vuole dire giustizia e cosa vuol dire protezione - prosegue - . Un grande riconoscimento per uno strenuo lavoro politico che continuiamo a portare avanti perchè nessuna donna soffra più violenza istituzionale, perché nessun bambino venga strappato dalle braccia della mamma, perché nessun tribunale sottovaluti la violenza maschile che è e rimane una grave violazione dei diritti umani e che richiede un enorme sforzo delle Istituzioni per uscire da un guado culturale che relega il nostro Paese in un ambito arretrato e compiacente”.

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