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Biodiversità, al via il vertice Onu per evitare l’estinzione di flora e fauna

Dal summit di Montreal si attendono impegni vincolanti: un quarto delle specie è ad alto rischio e un milione è in via di estinzione

di Elena Comelli

Epa

5' di lettura

La ricchezza biologica è in crisi in ogni angolo del pianeta e la Cop15, la conferenza sulla biodiversità delle Nazioni Unite che si apre oggi, 7 dicembre, a Montreal, ha lo scopo di raggiungere uno storico accordo che scongiuri un’estinzione di massa di fauna e flora.
La drammaticità della situazione ha spinto la comunità scientifica a descrivere quanto sta accadendo come la sesta estinzione di massa della storia del nostro pianeta.

Secondo l’ultimo rapporto della Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e gli ecosistemi, il 25% della fauna e della flora mondiale è minacciata e circa un milione di specie rischia attualmente l’estinzione. Questa volta non si può puntare il dito contro un asteroide o una glaciazione. A provocarla è l’attività di una specie in particolare: l’essere umano.

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Il declino della biodiversità causato dal comportamento umano sta portando a una moria di specie fino a mille volte più rapida rispetto a prima dell’arrivo dell’uomo sessanta milioni di anni fa. Una moria che alla fine costerà all’umanità un prezzo molto alto.

Fattori di estinzione

I cambiamenti nell’uso del suolo e del mare, lo sfruttamento delle risorse naturali, l’emergenza climatica, l’inquinamento e la diffusione di specie invasive sono i cinque fattori principali di questa estinzione di massa, secondo i principali esperti delle Nazioni Unite. Il dominio umano del pianeta ha portato gli esseri umani e i loro animali a superare di gran lunga gli animali selvatici.

Considerando i mammiferi, che costituiscono una piccola parte della fauna complessiva, il 60% è bestiame da macello, il 36% esseri umani e solo il 4% animali selvatici.Una delle migliori fonti sul declino della biodiversità è il Living Planet Index, un parametro sviluppato dai ricercatori del Wwf e della Zoological Society di Londra per misurare l’abbondanza di vita animale. È composto da set di dati di circa 32mila popolazioni di 5.230 specie animali.

In base ai dati più recenti, le popolazioni di fauna selvatica sono crollate in media del 69% tra il 1970 e il 2018. L’abbondanza di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sta diminuendo rapidamente, con un crollo rapidissimo tra le popolazioni di leoni marini, squali, rane e salmoni.

I cali sono stati particolarmente disastrosi in America Latina e nei Caraibi, che hanno registrato un crollo del 94% della dimensione media della popolazione selvatica. L’Africa ha registrato il secondo maggior calo con il 66%, seguita dall’Asia e dal Pacifico con il 55% e dal Nord America con il 20%. L’Europa e l’Asia centrale hanno registrato un calo del 18%.

La speranza di accordo

Nel bene o nel male, l’Homo sapiens ha la facoltà di rendersi conto di quanto sta accadendo e la capacità di cercare un rimedio. Il prossimo importante tentativo verrà intrapreso proprio nella Cop15, dal 7 al 19 dicembre. La speranza è che, alla fine del summit, verrà sottoscritto uno storico accordo per fermare il declino della biodiversità entro il 2030 e ripristinarla entro il 2050.

L’organizzazione della Cop15 è stata molto travagliata. Inizialmente prevista nell’ottobre del 2020 a Kunming, in Cina, è stata posticipata più volte e poi spostata in Canada. La Cina ha mantenuto la presidenza, ma sembra non dare molto peso al vertice, tanto che non ha invitato nessun capo di Stato (solo ministri e ong) e lo stesso leader Xi Jinping non parteciperà, così come non ha partecipato alla Cop27 di Sharm el-Sheikh.

Tutto ciò prima ancora di entrare nel merito della questione, ovvero i punti della bozza dell’accordo per i quali è verosimile che emergano resistenze da parte degli Stati.

Quando si parla dell’impatto negativo dell’attività umana sulla natura, si pensa in particolare all’emergenza climatica e alle emissioni di CO2. Ma gli scienziati sono dell’opinione che l’emergenza climatica e la perdita di biodiversità siano due problematiche da affrontare parallelamente e in modo simultaneo.

Il clima, infatti, è solo uno dei fattori che incide negativamente sulla biodiversità e neppure il più importante. L’alterazione dei terreni a scopi agricoli o di allevamento del bestiame, è uno dei principali motori dell’estinzione. Un altro è l’inquinamento. Non solo la plastica negli oceani, ma anche l’uso eccessivo di pesticidi e di fertilizzanti.

Gli obiettivi

Sono 21 i principali obiettivi al 2030 previsti nella bozza dell’accordo quadro per poter «vivere in armonia con la natura» entro il 2050. Eccone alcuni:

• garantire che, a livello globale, almeno il 30% delle aree terrestri e marine, soprattutto le aree di particolare importanza per la biodiversità, siano conservate attraverso sistemi di aree protette gestite in modo efficace ed equo.

• prevenire o ridurre del 50% il tasso di introduzione e insediamento di specie esotiche invasive e controllare o eradicare tali specie per eliminarne o ridurne l’impatto.

• ridurre di almeno della metà i fertilizzanti dispersi nell’ambiente, di almeno due terzi i pesticidi ed eliminare la diffusione dei rifiuti plastici.

• utilizzare approcci basati sugli ecosistemi per contribuire alla mitigazione e all’adattamento alla crisi climatica, contribuendo alla mitigazione per almeno 10 gigatonnellate di CO2 all’anno.

• riorientare, riconvertire, riformare o eliminare gli incentivi dannosi per la biodiversità in modo giusto ed equo, riducendoli di almeno 500 miliardi di dollari all’anno.

• aumentare le risorse finanziarie da tutte le fonti fino ad almeno 200 miliardi di dollari all’anno, comprese risorse finanziarie nuove, aggiuntive ed efficaci, aumentando di almeno 10 miliardi di dollari all’anno i flussi finanziari internazionali verso i Paesi in via di sviluppo.

Gli ostacoli da superare

I problemi principali da superare sono soprattutto quelli legati ai finanziamenti: il primo è semplicemente il problema di dove trovare le risorse finanziarie per l’implementazione di un’eventuale intesa.

Già in occasione della Cop27 i Paesi economicamente sviluppati si sono dimostrati riluttanti a mettere mano al portafoglio.Il secondo è l’equa ripartizione dei benefici (benefit sharing).

In altre parole, far sì che i benefici economici ottenuti grazie a una risorsa biologica di un Paese ritornino in modo equo al Paese stesso e non vadano, ad esempio, esclusivamente alla multinazionale che sfrutta tale risorsa.Infine c’è la scottante questione dei sussidi: molte sovvenzioni pubbliche, a partire da quelle previste dalla Politica agricola comune che impegna quasi il 40% del bilancio dell’Ue, sostengono attività agricole dannose per la biodiversità.

La riduzione di questi aiuti prevista nella bozza dell’accordo rischia di incontrare molte resistenze politiche.Nonostante tutte queste difficoltà, un barlume di speranza c’è. Un chiaro messaggio uscito dalla Cop27 è che la natura e il suo ripristino sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici.

Inoltre, la decisione presa a Sharm el-Sheikh sulla creazione di un fondo per ripagare i Paesi in via di sviluppo per le perdite e i danni derivanti dal cambiamento climatico è un passo importante anche per la protezione della biodiversità, generalmente più ricca proprio nei Paesi in via di sviluppo.

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