Agricoltura green

Biologico, approvata la legge ma il settore non corre

Scoraggiano gli acquisti i prezzi più alti della media e le scelte di aziende che preferiscono promuovere altri percorsi di sostenibilità

di Manuela Soressi

Il biologico è cresciuto molto negli ultimi 10 anni, ma ci si interroga sulle prospettive dei consumi

3' di lettura

Riuscirà il biologico a sfuggire alla morsa dei rincari delle materie prime e dell’inflazione e alla concorrenza dei prodotti che ne hanno assunto i valori fondanti (come il legame con il territorio e la produzione sostenibile)? E riuscirà a continuare quel percorso di crescita che, secondo Nomisma, l’ha portato ad aumentare del 125% il giro d’affari nell’arco di 10 anni, arrivando nel 2021 al record dei 3,8 miliardi di euro nel solo canale domestico (+4% sul 2020)?

È la domanda che si fanno gli addetti ai lavori, che festeggiano l’approvazione (dopo 12 anni di attesa) della legge nazionale sul biologico, tassello indispensabile per la transizione dell’intero sistema agroalimentare verso la sostenibilità, come prevede il piano d’azione della Ue che vuole portare al biologico almeno il 25% della superficie agricola entro il 2030.

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In Italia siamo già arrivati al 16%, rileva il rapporto 2022 dell’Istituto di ricerca dell’agricoltura biologica (Finl). Il che ci dà il primato europeo, insieme a quello per numero di operatori (oltre 71mila agricoltori e oltre 23mila trasformatori). Invece siamo stati superati da Francia e Spagna per estensione delle superfici bio (2,1 milioni di ettari), nonostante siano quasi raddoppiate nell’arco di un decennio.

Anche a livelli di consumo restiamo sul podio: il mercato interno è il terzo della Ue e continua a crescere ma il peso del bio sul carrello della spesa è ancora basso (3,5%) e i segnali che vengono dal mercato (come la cassa integrazione per i 392 dipendenti di Naturasì, la maggiore catena specializzata nazionale) non sono incoraggianti. «In un contesto in cui gli italiani hanno una minore capacità di spesa il biologico è in difficoltà perché costa di più rispetto al convenzionale (in media del 20%, ndr) – spiega Massimo Silvestrini, responsabile sviluppo bio Italia e prodotti locali di Carrefour – Oltretutto gli studi dicono che il consumatore non è disposto a pagare di più per il prodotto bio»

Al problema della convenienza relativa si aggiunge lo sconfinamento di tanti prodotti convenzionali nei territori valoriali classici del biologico: le specialità del territorio, i packaging green, l’origine italiana, le filiere sostenibili stanno conquistando visibilità e quote di mercato, mangiandosi una bella fetta di mercato. E appropriandosi dei plus che gli italiani riconoscono al bio: il 42% degli italiani li sceglie per la loro origine (e in un caso su quattro perché sono made in Italy), per il 21% per il packaging ecologico e solo nell’8% dei casi si fa guidare dal brand, preferendo quelli della Gdo a quelli dei produttori.

In questo contesto, quindi, non sono poche le aziende del food che rinunciano al bio (e ai costi di certificazione) per affrontare la sostenibilità con un approccio diverso. Del resto, nel bio universo la vita per i brand industriali non è facile. «La crescita registrata dal mercato si deve all’espansione delle private label, che, solo nell’ultimo quinquennio, hanno aumentato l’assortimento del 159% superando le 5.800 referenze – spiega Evita Gandini di Nomisma –. Oggi le marche private generano il 46% del giro d’affari del biologico nella distribuzione moderna».

Conta (e molto) anche il ruolo determinante della Gdo per gli italiani: il 53% degli acquirenti la sceglie come canale prevalente dove comprare il bio, soprattutto per la sua comodità, e poi anche per la convenienza e l’assortimento. Invece i negozi specializzati sono apprezzati dal 12% degli italiani, in particolare per l’offerta, per la garanzia e la qualità dei prodotti anche se soffrono la sempre più serrata concorrenza dei supermercati (e soprattutto dei discount) che fanno leva su ampiezza dell’assortimento e convenienza. Anche per questo la Gdo mantiene e rafforza la leadership con il 55% del mercato e oltre 2,1 miliardi di vendite.

A volare sono soprattutto i discount, arrivati a 205 milioni di euro di sell out (+2,5% sul 2020) e l’ecommerce, con i suoi 73 milioni di euro di vendite 2021 (+18%). A crescere nel corso del 2021 sono stati anche gli specialisti drug, ossia i negozi specializzati in detersivi & C, che ora offrono anche alcune referenze alimentari bio, come tisane, bevande e integratori. Una nuova formula che piace: restano una nicchia (2 milioni di euro di fatturato) ma in un anno hanno aumentato le vendite del 18,3%. « Oggi ci sono più consapevolezza e sensibilità verso il biologico – conferma Pericle Ciatto, direttore marketing di Tigotà, catena leader con oltre 700 punti vendita in Italia –. Per questo, oltre ad aver sviluppato nuove linee in ambito cosmetico, abbiamo lanciato anche una gamma di tè e tisane biologiche».

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