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Biomasse solide: energia green e filiera corta. Ma fuori dal Recovery plan

Scarti nella lavorazione agricola e resti da disastri naturali sono utilizzati per produrre il 40% dell’intero comparto delle bioenergie.

di Giorgio dell'Orefice

La devastazione del ciclone Vaia: gli alberi sono stati in parte utilizzati per alimentare le centrali a biomassa

3' di lettura

C’è un settore in Italia che nonostante incroci tutti gli obiettivi di transizione ecologica quali la produzione di energia da fonti rinnovabili, la sostenibilità ambientale, l’economia circolare, il taglio delle emissioni, la valorizzazione delle aree interne – cioè tutti i target alla base sia del Green Deal Ue che del Next Generation Eu – rischia di restare ai margini.

Si tratta del comparto della produzione di energia da biomasse solide che, da un lato, non ha trovato uno spazio specifico all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (a differenza ad esempio del fotovoltaico e del biogas/biometano) e, dall’altro, vede avvicinarsi pericolosamente la data della scadenza degli incentivi nazionali. Incentivi che possono arrivare fino a un massimo di 200-220 euro per MWh (compreso il costo vivo dell’energia prodotta), che hanno accompagnato lo sviluppo del settore e che sono ormai imprescindibili per la sostenibilità economica delle imprese.

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Un giro d’affari da 650 milioni

Un settore che in Italia è rappresentato da Ebs, l’Associazione Energia da Biomasse Solide che raggruppa 20 operatori in Italia con 23 impianti di taglia superiore a 5 MW, per una potenza complessivamente installata di 420 MW e 5mila addetti compreso l’indotto. Impianti alimentati con 3,5 milioni di tonnellate l’anno di biomassa solida per il 90% prodotta in Italia per un giro d’affari complessivo stimato in 650 milioni di euro.

Le biomasse solide sono la parte biodegradabile che si ricava in primo luogo dalle potature e coinvolge tre comparti agricoli chiave in Italia: il vino (del quale sono utilizzate anche le vinacce esauste residuo della distillazione), l’olio d’oliva (nel quale vengono impiegate anche le sanse residuali della molitura delle olive) e l’ortofrutta. Ma in genere le biomasse solide sono anche quelle che si ricavano dalla manutenzione dei boschi e delle attività agricole e agroindustriali: residui di campo, sottoprodotti derivanti dall’espianto, paglia, biomassa vergine ottenuta dalla lavorazione del legno. Il tutto con un sistema di incentivi che favorisce la “filiera corta” con un premio che scatta nel momento in cui le materie prime sono reperite in un raggio di 70 chilometri dalla centrale.

Fonte di reddito per gli agricoltori

Aspetti che chiariscono un altro punto di forza della produzione di energia dalle biomasse: non è mai in conflitto con la produzione agricola e food ma anzi ne valorizza di sottoprodotti garantendo inoltre alle imprese una fonte alternativa di reddito.

Sotto questo profilo inoltre il settore ha dato un importante contributo nello smaltimento del legname in seguito a due recenti catastrofi che si sono verificate in Italia che hanno distrutto milioni di alberi: la Xylella fastidiosa in Puglia (nel complesso oltre 50.200 tonnellate ritirate) e la Tempesta Vaia, che nell’ottobre del 2018 ha colpito il Nord Est del Paese. «In quei frangenti il nostro sistema produttivo – spiega il presidente di Ebs, Antonio Di Cosimo – ha consentito lo smaltimento del legname che nel caso della Xylella era infetto mentre riguardo alla tempesta di Vaia abbiamo garantito uno sbocco produttivo a tonnellate di alberi che l’esposizione agli agenti atmosferici aveva reso non più utilizzabili nell'industria di trasformazione e che sarebbero rimasti a marcire sul territorio». Un impegno che, tra l’altro, non si è ancora esaurito.

Il settore resta ai margini

Il settore delle biomasse solide pesa per il 40% sull’intero comparto delle bioenergie che rappresentano nel loro complesso circa il 17% della produzione energia da fonti rinnovabili in Italia. Ma rispetto ad altre rinnovabili la produzione di energia da biomasse consente inoltre un elevata programmabilità e continuità nell’erogazione energetica e un abbattimento delle emissioni di anidride carbonica.

Tuttavia nonostante tutti questi punti di forza il settore resta ai margini e senza alcuna certezza futura sul sistema di incentivi. «Chiediamo uno spazio – aggiunge Di Cosimo – all’interno del Piano di ripresa e resilienza ma soprattutto una regolamentazione del sistema di sostegni previsto dalla legge n. 28 del 3 marzo 2011. Senza certezza sugli aiuti le imprese non riescono a continuare la propria attività e fanno fatica a pensare a nuovi investimenti che rischiano di non poter ammortizzare per mancanza di un quadro normativo certo. Uno degli aspetti paradossali di questa situazione è che il nostro settore è conteggiato all'interno degli obiettivi del Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima al 2030) e in particolare sui target in termini di utilizzazione di biomasse e di riduzione delle emissioni. Viene insomma previsto il nostro contributo positivo, ma nessuno si chiede se saremo messi nelle condizioni di continuare a operare».

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