VINI DA COLLEZIONE

Biondi Santi firma per 6 ettari a Brunello e conferma la Riserva per il 2019

La cantina che diede i natali al Brunello, dal 2016 nella galassia dei francesi di Christopher Descours, ha formalizzato l'acquisizione da Poggio Landi

di Giambattista Marchetto


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Cantina Biondi Santi

5' di lettura

Dalla famiglia ai manager, dall'intuizione alla scannerizzazone dei terreni, dalle collezioni alla tavola. Mentre conferma l'avvenuta acquisizione (già annunciata) di 6 ettari iscritti a Brunello dalla confinante tenuta Poggio Landi, l'amministratore delegato Giampiero Bertolini sta lavorando al new deal di Biondi Santi, cercando di conciliare una lunga tradizione della Tenuta Greppo, dove nell'Ottocento nacque il mito del Brunello, con un riposizionamento di mercato. Un processo che passa attraverso una strategia industriale di lungo respiro impostata dal gruppo francese EPI capitanato da Christopher Descours.

Perfezionata l'acquisizione che segna il 2019
L'acquisizione del Greppo e del brand Biondi Santi da parte del gruppo transalpino dello Champagne - tra i leader con i marchi Charles Heidsieck, Piper-Heidsieck e Rare - si è chiusa nel 2016 con un investimento tra i 200 e i 300 milioni di euro. E dopo che la famiglia ha scelto di cedere a Descours (e al suo gruppo con impronta familiare) il cambio di passo in termini di progettualità industriale si è visto proprio quest'anno.
A fronte dell'espianto di 4 ettari di vigneto storico (affetto da mal dell'esca), per mantenere e pure aumentare leggermente la produzione la tenuta si è spinta in espansione ipotecando l'acquisto di 6 ettari dall'azienda Poggio Landi. La firma ufficiale è arrivata proprio in questi giorni, ma Biondi Santi ha già preso in gestione i vigneti con l'ultima vendemmia. Considerato che il costo per ettaro in zona Montalcino supera decisamente il milione di euro, Descours non ha certo badato a spese per consolidare il Greppo - che oggi dispone di circa 28 ettari vitati, per una produzione complessiva di circa 90mila bottiglie all'anno.

Dalla famiglia ai manager
La famiglia non è più coinvolta nella definizione della linea enologica, dopo l'uscita di Jacopo, ma Tancredi Biondi Santi (classe 1991) è ancora attivo come brand ambassador con la sua formazione enologica e soprattutto con il suo stesso nome. «Il Greppo è stato della nostra famiglia dalla fine del XVI secolo e la cessione è stata una scelta non facile, ma necessaria – osserva –. Oggi abbiamo un'altra tenuta, ma per il nome che porto sono orgoglioso di esser ambasciatore del marchio storico. Oggi lavoriamo sul Brunello, ma molte attenzioni sono concentrate sul Rosso, che può attrarre i millennials talvolta spaventati dalle icone più tradizionali». Nel frattempo la gestione della tenuta a Montalcino è completamente “managerializzata”. «L'ingresso nelle logiche di un grande gruppo ha permesso a Biondi Santi un respiro più lungo, senza appiattirsi su logiche industriali, ma facendo forza su un'organizzazione manageriale - osserva l'ad Bertolini, a cui monsieur Descours ha chiesto un piano a 10 anni -. L'obiettivo di tutti è riportare i vini Biondi Santi tra i più importanti al mondo, come era trent'anni fa. Per questo si cerca una crescita in valore, non nei volumi». Un esempio? «La Riserva 2012 doveva essere in commercio da quest'anno, ma l'uscita è stata ritardata al 2020 perché non era pronta. Questo richiede la capacità finanziaria per poterselo permettere, ma soprattutto la consapevolezza di una scelta rivolta al prestigio del nome. Non facciamo rivoluzioni, ma facciamo evoluzione».

Cloni di Sangiovese, scanner dei terreni ed etichette contro i falsi
La famiglia Biondi Santi è sempre stata proiettata all'innovazione.
Dopo la selezione a metà Ottocento curata da Ferruccio, nel 1973 Franco incaricò l'Università di Firenze di individuare il miglior clone di Sangiovese per il Greppo. Nacque così il clone BBS11, tuttora l'unico utilizzato per l'impianto di nuovi vigneti. E negli anni Novanta l'Istituto di San Michele all'Adige curò la selezione di lieviti indigeni utilizzati fino ad oggi. Attualmente la proprietà è rappresentata da un gruppo votato all'eccellenza - lo dimostra la collezione di acquisizioni dalla moda agli spirits - e per questo è stato avviato un lavoro accurato di analisi e scannerizzazione dei suoli. «Franco Biondi Santi era cresciuto qui e conosceva il terreno quasi a istinto – spiegano al Greppo –. Poi è stato affiancato dal figlio Jacopo. Ora le decisioni enologiche sono frutto di uno sforzo del team, anche se la famiglia è sempre in contatto, ma servono informazioni tecniche per definire scelte accurate». Lo studio dei terreni ha portato a una parcellizzazione spinta della vendemmia, con una conseguente vinificazione separata in tini piccoli dalle uve da ogni parcella, una cosa rarissima. Sul fronte dell'innovazione, proprio per proteggere l'unicità dei vini, sono state introdotte nuove tecnologie anti-contraffazione, stampando le etichette con vernici speciali e tecniche tanto particolari da esser disponibili solo presso una tipografia a Bordeaux.

Italia primo mercato, Cina ancora in stand by
Il brand Biondi Santi rimane concentrato sull'horeca di alta qualità e il mercato risponde decisamente bene (quest'anno la disponibilità di Brunello 2013 è terminata a settembre). L'Italia è il primo mercato e sull'internazionale, più lentamente, attraggono USA, Giappone, Svizzera, UK e Germania, mentre la Cina è ancora un punto interrogativo sul piano strategico. «Vogliamo che i vini Biondi Santi siano vivi e vengano bevuti – rimarca la marketing manager Lene Lundvald Bucelli –. Spesso le bottiglie sono conservate gelosamente in cantina e c'è quasi paura di aprirle, ma noi partiamo dal presupposto che il vino vada bevuto. Pur se longevo, vorremmo farlo uscire dal museo. La sfida è allora fare vini estremamente eleganti, che possano invecchiare, ma che siano pronti da bere anche subito. Per questo organizziamo cene e degustazioni, in Italia e all'estero, e cerchiamo il confronto con il consumatore finale oltre che con chef e sommelier».

Vendemmia 2019 da Riserva
La vendemmia 2019 è stata eccezionale a Montalcino dal punto di vista quantitativo e qualitativo. E in casa Biondi Santi danno per certa l'uscita della Riserva, che viene rilasciata solo nelle annate eccezionali. «Come questa vendemmia, che è stata straordinaria - spiega l'ad -. Ci sono annate meno regolari come 2017 e 2018 in cui si dichiara la Riserva, pur sapendo che potrebbe poi esser declassata, e poi ci sono le grandi annate come la 2019». Dal 1888 ad oggi solo 38 vendemmie hanno portato alla produzione di una Riserva. La più famosa è probabilmente la Riserva 1955, inserita da Wine Spectator tra i 12 migliori vini del secolo.
«La natura riesce a creare cose belle, basta saper aspettare», sosteneva Franco Biondi Santi, che negli anni 60 faceva fermentare anche la Riserva nelle vasche di cemento, mentre dal 1983 il figlio Jacopo è tornato all'origine, con la fermentazione in botti grandi. Oggi la Riserva - che si ottiene dalle uve di vigne più vecchie (oltre i 25 anni, la più antica è del 1936) - segue lo stile che fu di Tancredi Biondi Santi: trascorre 3 anni in legno ed esce sul mercato a 7 anni dalla vendemmia in bottiglia, anziché 2 e 6 anni come prevede il disciplinare di quella che fu una delle prime Doc italiane. Nel 2020 - in occasione di Benvenuto Brunello – uscirà sul mercato la Riserva 2012, l'ultima firmata da Franco Biondi Santi.

Bottiglie da collezione che rivivono con la ricolmatura
La “ricolmatura” è un procedimento complesso e delicato (cui sovrintendente un notaio) che la maison toscana applica dal 1927 e offre come servizio a collezionisti che abbiano esemplari ancora perfetti e che vogliano salvare il vino dal rischio di ossidazione. Una volta assaggiati i vini, si riporta la bottiglia a livello rigorosamente con lo stesso vino (ovvero della medesima annata e non di nuove annate) e a quel punto la bottiglia viene certificata - un processo particolare, che rappresenta però una garanzia per un prodotto che venga battuto a un'asta.
D'altra parte, Biondi Santi collabora con le maggiori case d’aste e i collezionisti bramano qualche pezzo raro tra quelli oggi conservati nel caveau al Greppo.

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