L’intervista Maurizio Fiorini

«Bioplastiche, la produzione è ancora troppo costosa»

di Ilaria Vesentini

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2' di lettura

«Mi auguro che l'azienda non salti, dà lavoro a 100 persone e ha laboratori, impianti, know-how e attività in fase sperimentale da guardare con interesse. Ma sulle bioplastiche come i PHA's ci hanno lavorato per decenni gruppi internazionali, dagli Stati Uniti al Giappone, ben più solidi di Bio-on rinunciando poi alla produzione, perché ancora troppo costosa per essere accettata dal mercato e non in grado di sostituire i derivati dal petrolio in molte applicazioni». Maurizio Fiorini è un chimico industriale con dottorato che dal 1990 insegna all'Università di Bologna e fa ricerca proprio sulle plastiche e i polimeri bio-based.

Già nel giugno 2018, all'annuncio da parte di Astorri dell'avvio dell'impianto produttivo di Bio-on a Castel San Pietro, Fiorini aveva messo in guardia giornalisti e colleghi universitari sull'enfasi e le aspettative eccessive che si stavano creando attorno a un prodotto che non poteva diventare mass market nel giro di pochi trimestri. Nella vicenda dell'ex società unicorno sono coinvolti diversi docenti dell'Alma Mater, utili a Bio-on per avvalorare le attività e il posizionamento di mercato: sono indagati il professore emerito di management Gianni Lorenzoni, membro del cda di Bio-on, e Gianfranco Capodaglio, che insegna al dipartimento di Scienze aziendali ed è il presidente del collegio sindacale non solo di Bio-on ma di quasi tutte le newco create da quest'ultima. E Paola Fabbri, Phd in Ingegneria dei materiali che insegna come Fiorini al dipartimento di Ingegneria di Bologna e che con Bio-on ha un contratto di ricerca, è la specialista che ha difeso l'azienda contro le accuse mosse dal fondo americano Quintessential.

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«I poliidrossialcanoati (PHA's) di cui parla Bio-on sono noti da almeno 30 anni, sono una famiglia di polimeri che cambiano proprietà molecolari a seconda del microrganismo usato per la fermentazione e di ciò che gli si dà da mangiare», precisa Fiorini. Già negli anni Novanta la società ICI aveva studiato questo tipo di polimeri biodegradabili e li aveva commercializzati con il nome di Biopol, venduto prima a Zeneca e poi a Monsanto. «Il Biopol è sparito dalla circolazione prima del nuovo millennio, era troppo costoso. Così come Procter&Gamble ha rinunciato al biopolimero Nodax sviluppato dal ricercatore giapponese Noda. E la bioplastica Metabolix è fallita in pochi anni», ricorda Fiorini.

Oggi i player più credibili sul mercato sono gli americani di Danimer, che stanno sviluppando oltreoceano un impianto pilota, e la multinazionale chimica nipponica Kaneka, che a Duesseldorf - dove si è appena chiusa la più importante fiera al mondo per la plastica, K2019 - ha annunciato arriverà a produrre 5mila tonnellate l'anno del polimero biodegradabile PHBH™, molto resistente al calore e all'idrolisi, dopo la fase sperimentale completata in Belgio. «Il processo biotecnologico è molto difficile da controllare su larga scala e i costi di produzione vanno dai 6 ai 10 euro/kg, quattro volte un polietilene di largo consumo», rimarca Fiorini. E fa notare che Bio-on non c'era a Duesseldorf nei convegni dedicati ai polimeri bio-based più innovativi, a dispetto delle dichiarazioni di Astorri su brevetti milionari e tecnologie proprietarie per i PHA's. «Le dichiarazioni di Astorri sulla validità scientifica e la portata economica delle sue bioplastiche possono incantare azionisti e analisti, non certo la comunità scientifica internazionale», commenta il professore.

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