fine vita

Biotestamento al palo: manca Registro nazionale delle «Dat» e i Comuni sono impreparati

di Valentina Melis

(Afp)

2' di lettura

Creare un registro nazionale delle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento nelle quali i cittadini dichiarano a quali cure vogliono (o non vogliono) essere sottoposti in caso di futura incapacità di decidere. Far conoscere e applicare in modo uniforme la legge sul “biotestamento” in tutto il territorio nazionale. Aumentare la formazione dei medici su questa materia.

Sono le tre priorità che emergono a un anno dall’entrata in vigore della legge 219/2017, approvata a dicembre dell’anno scorso e in vigore dal 31 gennaio di quest’anno.

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Per fare il punto su ciò che è stato fatto finora e sui passi che restano ancora da fare, l’associazione Vidas ha organizzato a Milano il convegno «Se non ora , quando? La percezione del biotestamento a un anno dalla legge».

Il Registro unico nazionale delle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, è stato istituito formalmente dalla legge di Bilancio di quest’anno (la 205/2017, articolo 1, comma 418), che aveva stanziato per questo scopo due milioni di euro. I fondi a disposizione ora sembrano essersi ridotti a 400mila euro, almeno leggendo il testo del Ddl di Bilancio 2019 uscito dalla Camera. Nella pratica, però, il Registro non è mai entrato in funzione, anche perché le Regioni non hanno Registri propri delle Dat, e non tutte dispongono del fascicolo sanitario elettronico (Fse), lo strumento con il quale il cittadino può tracciare la propria vita sanitaria, condividendola con i medici. Avere un Registro unico è importante perché in qualsiasi situazione, anche imprevista, i medici di qualsiasi ospedale potrebbero risalire alla volontà espressa dal paziente, indipendentemente dalla sua città di residenza.

Quanto ai Comuni, che avrebbero dovuto attivare degli sportelli per ricevere le Dat dai cittadini, la situazione varia nel territorio, da Comuni virtuosi che avevano un registro delle Dat ancora prima dell’introduzione della legge (come Torino e Milano) a Comuni che non hanno attivato alcuno sportello e non sono neanche in grado di informare i cittadini. La ricerca condotta da Vidas e Focus Management sul grado di conoscenza della normativa, rivela che alcuni dei cittadini intervistati, essendosi rivolti al proprio Comune per avere delucidazioni sull’autenticazione e sul deposito delle Dat, hanno trovato gli uffici impreparati: in un caso, al cittadino è stato chiesto addirittura di fare una domanda scritta e di consegnarla all’ufficio protocollo del Comune, che poi avrebbe risposto. Il deposito dovrebbe invece essere possibile presso gli uffici dello stato civile di tutti i Comuni, come ha chiarito la circolare del ministero dell’Interno 1/2018. A Milano, dall’entrata in vigore della legge 2019/2017, sono state depositate 3.307 Disposizioni anticipate di trattamento, come ha spiegato l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino.

«Una legge si può spegnere con una battaglia molto forte ma anche con l’inerzia: è il rischio che corriamo in questo caso», ha commentato Emilia De Biasi, che è stata relatrice della legge sul biotestamento e, nella scorsa legislatura, presidente della commissione Igiene e sanità del Senato.

Fra i problemi in campo, c’è anche la mancanza di una adeguata formazione dei medici di base, che spesso non sono in grado di fornire ai pazienti un quadro chiaro su che cosa siano e su come vadano redatte le disposizioni anticipate di trattamento.

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