CRAFT BEER

Birre estive: stop agli aromi e ritorno alle chiare artigianali

Il trend del “famolo strano” si sta affievolendo. Ai consumatori piace la bionda classica e i piccoli birrifici che vogliono incrementare i volumi oltre la soglia della sopravvivenza si orientano verso la semplice birra a bassa fermentazione senza più ingredienti insoliti

di Maurizio Maestrelli


Spillare la birra a regola d'arte

2' di lettura

La legge italiana l'ha stabilito nel 2016: la birra per essere definita artigianale, tra le altre cose, non deve essere pastorizzata o microfiltrata. E se il secondo requisito è suscettibile d'interpretazione, quello della pastorizzazione, una tecnica con la quale si stabilizza il prodotto eliminando anche la minima vitalità residua del lievito, non lascia adito a dubbi.

Artigianale versus industriale
Tuttavia, per una larga fetta di consumatori la differenza tra birra artigianale e birra industriale consiste nel fatto che la prima è “strana” e la seconda è “normale”. Ovvero si tende a pensare che le birre artigianali siano quelle birre che prevedono ingredienti insoliti nella ricetta come la frutta, il mosto di vino, le spezie e chissà cos'altro. Viceversa le birre non artigianali sono le classiche chiare costruite sui canonici quattro ingredienti fondamentali, acqua, malto d'orzo, luppolo e lievito, di bassa fermentazione.

È un vero peccato perché sebbene i piccoli birrifici siano i principali alfieri dell'allargamento organolettico della birra, ovvero dell'ampliamento del suo spettro aromatico ottenuto anche grazie a ingredienti insoliti, ridurre il settore artigianale a una specie di “famolo strano” è quantomeno fuorviante. La riprova è data dal fatto che esistono ottime birre artigianali “costruite” sulla classica struttura dei quattro ingredienti canonici. Birre ad esempio come la Montestella del milanese Lambrate, la rinomata Tipopils del Birrificio Italiano, la Bohemian Pilsner di Canediguerra e la Cangrande del veronese Birra Mastino. Esistono poi birrifici specializzati in birre di bassa fermentazione come il piemontese Elvo.

Birre che tutti possono riconoscere come tali, di facile approccio ma non così semplici da fare come si potrebbe presupporre. Perché in una birra chiara e di pochi ingredienti le materie prime e la precisione del birraio possono fare la differenza tra un boccale che non si finisce e quella birra che non smetteresti di bere mai.

Ritorno alle basi per incrementare i volumi di vendita
Alcune di queste birre, tra l'altro, si producono dagli albori della craft beer revolution tricolore, come la Montestella e la Tipopils, ma negli ultimi anni è apparso chiaro come sempre più birrifici stiano tornando alle “basi” ovvero a quelle birre per le quali non si deve essere un esperto, un curioso o un beer geek per volerle ordinare. Da un lato per una sorta di riflusso nei confronti del suddetto “famolo strano”, ma dall'altro per la necessità, da parte dei piccoli produttori, di allargare il proprio pubblico e incrementare i volumi oltre la soglia della sopravvivenza. Un dato, quello della crescita delle birre di bassa fermentazione, confermato anche nei concorsi ufficiali e che va tenuto presente per chi sta decidendo nell'impresa di cimentarsi come birraio professionista. Del resto, il valore di una birra non lo si giudica solo dalla sua originalità, quanto dalla sua bevibilità, dall'equilibrio e dalla gratificazione che dovrebbe regalare al consumatore dal primo all'ultimo sorso. Un elemento che, in realtà, la maggior parte dei birrai artigiani ha sempre avuto ben presente e che solo, invece, una parte della comunicazione ha trascurato a favore della creatività spinta quasi al limite della provocazione.

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