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Bitcoin in caduta libera perde il 30% in una settimana: le tre ragioni del crollo

di Pierangelo Soldavini


Il valore del Bitcoin dieci anni dopo: non solo speculazione e blockchain

4' di lettura

Il bitcoin non si smentisce mai. Dopo un lungo periodo di innaturale stabilità, la criptovaluta più famosa ha innestato la retromarcia sull’ottovolante crollando di quasi il 30% in una settimana: le quotazioni sono cadute sotto la soglia di 5.000 dollari e attualmente oscillano attorno a 4.500, sui minimi da oltre un anno. Sette giorni fa veleggiava tranquillo attorno a 6.400, livello sul quale si era stabilizzato da ormai sei mesi.

Lo scivolone ha portato la capitalizzazione al di sotto degli 80 miliardi di dollari, la metà rispetto a un anno fa quando le quotazioni si preparavano a spiccare il volo, sull’onda di una speculazione senza freni, fino al picco di quasi 20mila dollari e oltre 330 miliardi di capitalizzazione.

Il nervosismo ha trainato al ribasso l’intero comparto delle criptovalute, con tutte le grandi che hanno segnato perdite in linea con bitcoin. In particolare Ethereum è scivolato al terzo posto per valore di mercato, superato al secondo da Ripple, la criptovaluta utilizzata per le operazioni interbancarie da diverse banche internazionali. La capitalizzazione delle oltre 2mila criptovalute è crollata a 146 miliardi rispetto agli 800 di inizio anno. Le uniche a essere rimaste salde sono le stablecoin, quelle legate a un valore esterno come il dollaro.

Come un anno fa non c’erano motivi specifici per un rialzo che si è rivelato del tutto ingiustificato, oggi non ci sono ragioni specifiche alla base della caduta, che sembra comunque destinata a proseguire. Proviamo a individuare alcune motivazioni che hanno contribuito al crollo dell’ultima settimana.

La scissione di Bitcoin Cash

Il nervosismo si è evidenziato sette giorni fa, proprio alla vigilia della nuova biforcazione della blockchain di Bitcoin Cash, la valuta a sua volta nata lo scorso agosto dalla scissione interno al capostipite bitcoin. Allora il Cash era nato sulla base di nuovi standard mirati a rendere più rapidi le transazioni su bitcoin mediante un ampliamento della capacità dei singoli blocchi della blockchain.

Questa volta la scissione del Cash, consumata giovedì scorso, tra “Bitcoin Abc” e “Bitcoin Sv”, è apparsa più che altro, fin dall’inizio, una lite di famiglia, senza alcuna giustificazione precisa se non uno scontro di potere tra i creatori della nuova valuta. Il risultato è che il valore del Cash si è più che dimezzato in una settimana, arrivando a quota 200 dollari, rispetto a 530 sette giorni fa.

Nel complesso quindi la “hard fork”, come si chiama nel gergo del criptomondo, ha contribuito a rafforzare l’immagine di un mondo senza governance, decisamente opaco e in mano a pochi attori che ne possono determinare le evoluzioni.

Scarsa liquidità, rischio manipolazione

Questo clima si è inserito in sistema che già da mesi avceva mostrato i suoi limiti di mercato scarsamento regolamentato, a elevato rischio di manipolazione. I contratti futures introdotti lo scorso dicembre a Chicago non hanno avuto l’effetto di rendere più ordinato il mercato, che è andato invece rarefacendosi con scambi totali che superano a fatica i 20 miliardi al giorno a livello globale. In una situazione di scarsa liquidità, in cui il mercato è dettato dai compratori, spesso determinati a non raccogliere le offerte sul mercato, favorendo così vistose cadute.

C’è da dire che nei suoi dieci anni di vita il bitcoin ha già vissuto periodi di forti scossoni. Ma questa volta l’attenzione è maggiore perché l’evoluzione dello scorso anno ha portato la criptovaluta all’attenzione anche dei player istituzionali della grande finanza come potenziale asset di investimento e di conservazione del valore. È evidente che con oscillazioni del genere anche questa immagine viene rimessa in discussione. Anche se bisogna tenere conto che le quotazioni sono di fatto tornate ai livelli di un anno fa e che a inizio 2017 il bitcoin era sotto i 1.000 dollari.

Ma a questo punto non è nemmeno escluso che si rivedano perfino questi livelli. Anche la situazione tecnica è stata presa in contropiede. Rotta la soglia dei 6mila e attestatasi sul supporto a 4.400, la situazione di ipervenduto genera ulteriore incertezza per possibili rimbalzi o ritirate anche violente. Non è esclusa nemmeno una discesa sotto i 3.500 dollari che «comprometterà la struttura tecnica di lungo periodo non solo in analisi tecnica ma anche per ricostruire la fiducia tra gli investitori», commenta un trader.

L’intervento della Sec

Al clima di incertezza hanno contribuito anche gli interventi regolatori della Sec, che la scorsa settimana ha emesso la prima condanna contro gli artefici di due Ico, le offerte iniziali di valuta che rappresentano la modalità di finanziamento del criptomondo. La mossa rientra in una più ampia azione regolamentare da parte dell’Authority finanziaria americana mirata a mettere un freno deciso agli abusi e alle truffe potenziali che si sviluppano nel mondo delle valute digitali.

Il settlement ha confermato così la determinazione della Sec nel riportare le offerte di token all’interno delle regole tradizionali che governano il mercato finanziario. In particolare il presidente Jay Clayton ha ribadito in più occasioni che le criptovalute, escluse bitcoin, ethereum e poco altro, sono assimilabili a ”securities” e quindi devono essere sottoposte alle stesse regole delle altre securities.

Ma anche le altre istituzioni non stanno a guardare. Proprio questa settimana il membro del board della Bce Benoit Coeure non ha usato mezzi termini: «Il bitcoin è un’idea estremamente intelligente. Purtroppo non tutte le idee intelligenti sono buone idee. Da più di un punto di vista, il bitcoin è il diavolo generato dalla crisi finanziaria», ha affermato in occasione della riunione della Banca dei regolamenti internazionali a Basilea.

E ha ripetuto il monito del presidente della Bri Agustin Carstens: «In sintesi, la criptovalute sono una bolla, uno schema Ponzi e un disastro ambientale».

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