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Bitcoin, l’italiana Diaman debutta nei fondi per criptovalute

Farà da advisor a un comparto di una Sicav maltese che investe in divise digitali. È riservato a investitori istituzionali e professionali. Nel 2018 gli hedge che investono in cripto hanno perso il 46%

di Andrea Gennai


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2' di lettura

In Europa si contano ancora sulle dite di una mano. Sono i fondi che investono in criptovalute. Ora il panorama si arricchisce: si tratta di un comparto della Sicav Global Series il cui nome è BlockRock fund. La gestione è affidata a Diaman Partners Ltd, società maltese del gruppo italiano Diaman. È un fondo armonizzato che non investe direttamente in cripto, perché questo è vietato attualmente dalla normativa maltese (ed europea). Ma investe in un fondo delle isole Cayman che può esporsi direttamente in valute digitali.

Le strategie e il target

«Questo risultato - spiega Daniele Bernardi, ceo Diaman Group – è stato reso possibile dalla collaborazione con la società Framont & Partner Management Ltd. È il secondo o terzo fondo in Europa, il primo a Malta e il primo in cui è direttamente coinvolta un’azienda appartenente ad un gruppo di origine italiana. Lo strumento è perfettamente in linea con la direttiva Aifmd, che regolamenta le società di gestione alternative.

La strategia che adottiamo è quantitativa, perché l’asset class delle criptovalute è molto volatile e ben si presta ad approcci matematici di investimento. Si espone solo con strategie long e punta sulle cripto più liquide».

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Parte il 21 ottobre e può essere sottoscritto anche in Italia da istituzionali, con almeno 1 milione di euro, investitori qualificati con 100mila euro e professionali con 20mila. Diaman Partners è anche gestore del fondo sottostante delle Cayman che investe direttamente in cripto.

Il bilancio degli hedge

Dopo la grande euforia culminata con i massimi storici di fine 2017, per le cripto il bilancio dello scorso anno è stato deludente e quindi a cascata anche quello degli hedge che vi investono. Secondo l’ultimo rapporto PwC, sono circa 150 i fondi che investono in divise digitali con masse per un miliardo di dollari. Metà di questi fondi ha sede nelle Cayman dove c’è una legislazione più favorevole. Si tratta di strumenti che in gran parte fanno capo al mondo finanziario Usa. In media le commissioni di gestione sono intorno al 2% mentre quelle di performance possono raggiungere anche il 20 per cento.

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La strada per trasformare il Bitcoin in un asset class è stata aperta ma ancora i numeri sono marginali. Sicuramente l’esaurimento della grande bolla non spinge l’industria finanziaria. Nel 2018 gli hedge dedicati alle cripto hanno in media perso il 46% a fronte di un calo del Bitcoin intorno al 72%. Nel corso del 2019 il Bitcoin sta guadagnando il 110% e questo sta riportando un minimo di fiducia intorno a tali strumenti dedicati. Negli Stati Uniti il mercato resta ancora in attesa del lancio di un Etf e questo è un importante termometro per capire come le autorità si stanno rapportando alla divisa digitale. Si tratta di un segmento altamente volatile che deve occupare una quota marginale di portafoglio per chi ha elevate propensione al rischio (infatti i retail al momento sono esclusi).

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