reportage

Black friday, io dipendente di Amazon per un giorno

di Marco Valsania


Black Friday: Amazon prevede oltre due milioni di ordini

5' di lettura

Comincia con un messaggio arrivato via smartphone. Assunzioni ad Amazon, re del commercio elettronico e Internet. Posizioni temporanee per la cruciale stagione degli acquisti di fine anno inaugurata dal Thanksgiving. L’invito è a compilare online alcuni moduli con i propri dati e giurare su qualche requisito fisico: riuscire a stare in piedi per quattro ore e a sollevare 50 libbre (quasi 23 chili). Una prima selezione che apre le porte a un colloquio. La gestione online del lavoro, scoprirò, è uno dei miti di Amazon a sopravvivere intatto al confronto con la realtà.

L’appuntamento faccia a faccia mi viene comunicato dopo qualche giorno, è in un albergo Holiday Inn del Connecticut dove sarà il lavoro. In una sala riunioni due staffer illustrano un filmato su Amazon e mi sottopongono all’ultima, decisiva prova: il test orale anti-antidroga. Qui cade invece il primo stereotipo, che mi faceva temere d’essere un candidato insolito: gli impieghi offerti, a salario minimo e temporanei, non sono per giovani o studenti in questa economia in piena occupazione. Si presentano, con me e come me, persone di mezza età, alcuni più anziani, donne e uomini, bianchi e afroamericani. L’altro volto, meno sbandierato, della nuova economia, la gig economy del precariato permanente e insufficiente per tirare a fine mese, accanto a mestieri ultra-qualificati, tallone d’Achille del sogno americano nel Ventunesimo secolo.

Passa qualche giorno e arriva la notifica dell’assunzione: località, data d’inizio e link alle istruzioni. Sono sotto forma di corso online pagato: il Virtual New Hire Orientation, video e quiz che danno conto delle diverse mansioni ad Amazon, compresi i colossali centri di stoccaggio e distribuzione. E, toccando con mano valori e modelli organizzativi, impallidisce un’altra premessa: l’aura progressista che avvolge tante società tecnologiche - già lacerata dalle “manipolazioni” di Facebook. Certo, il fondatore e Ceo di Amazon, Jeff Bezos, fa donazioni ai senzatetto, ha salvato il Washington Post e contribuirà a corsi di qualificazione nei quartieri disagiati del Queens a New York, dove nascerà metà del suo secondo quartier generale. L’azienda, però, non fa mistero di voler tenere alla larga il sindacato. Preferisce risolvere in altro modo i problemi, “come una squadra”.

Vengo indirizzato con un’altra trentina di neo-assunti al 350 di Grasmere Avenue, ai sobborghi della cittadina di Fairfield. Un “mall” all’aperto che ospita un supermercato della catena Whole Foods, acquistato per 14 miliardi e tassello di un’espansione a 360 gradi, che vede il gruppo impegnato nell’e-commerce come nel retail tradizionale, nel cinema come nelle farmacie, nell’intelligenza artificiale di Alexa e nei servizi cloud per aziende. La mia posizione ha un nome: “prime shopper”, incaricato di spesa su ordinazione online per conto di abbonati al servizio Prime. Significa correre tra gli scaffali armati di telefonini che leggono codici a barre, a caccia di un paio di prodotti al minuto, e imbustarli per gli autisti che li consegneranno (in futuro, forse, saranno sostituiti da droni). Il training è affidato a un manager prestato dal New Jersey, responsabile di squadra sarà in remoto un dirigente dall’Oregon. Quattro ore per tre giorni servono a familiarizzarsi con le merci; dopo si possono scegliere con appositi account online, di settimana in settimana, i turni disponibili. Per conservare il posto basta un turno al mese; paga oraria depositata in banca o su apposita carta.

Il mio breve viaggio nel ventre di Amazon finisce qui. Ma è una finestra su un gruppo più unico che raro. “Welcome to the United States of Amazon”, recita Cnn giocando sull’acronimo Usa. E Amazon è davvero la nuova azienda-Paese dell’era digitale, super-potenza non tanto per dimensioni quanto per la capacità di influenzare e trasformare in modo capillare economia e costumi. Non un insieme di attività diverse, alla General Electric, bensì una rete integrata di molteplici business che fanno leva su un unico perno: dati e informazioni. Azienda-Paese nel bene e nel male: nata nel 1994 come libreria online, il suo dominio è ora innervato da una infrastruttura di quasi 600mila dipendenti e decine di “fulfillment center”, cento e più giganteschi magazzini costruiti in un decennio. Capace, dopo anni di costosi investimenti, di snocciolare profitti su entrate che sfiorano i 200 miliardi e sostengono una capitalizzazione di mercato da 800 miliardi.

Il bene, sostengono gli ammiratori, è la spinta innovativa, testimoniata da 46 brevetti al mese depositati, e servizi a clienti e consumatori sempre più articolati; il male, accusano i detrattori, è racchiuso nei dubbi su una reincarnazione hi-tech di monopoli e sugli squilibri nelle economie locali e nel mercato del lavoro, dove la concentrazione di impieghi e la sparizione di concorrenti minaccia di pesare su redditi e condizioni di lavoro. In primavera, in Gran Bretagna, sono emersi racconti di dipendenti che per non fare pause-bagno urinavano in bottiglie.

Amazon, conscia della sfida, si è dotata di decine di analisti e lobbisti per proteggere la sua immagine, un think tank informale a Washington come a Bruxelles. Il suo chief economist, Pat Bajari, ha partecipato in agosto al simposio della Fed di Jackson Hole, dedicato proprio ai timori sollevati da aziende tech superstar. Nel segno della paradossale segretezza interna che spesso accompagna i leader dell’apertura digitale, ha rifiutato dichiarazioni pubbliche ma, secondo indiscrezioni, nelle riunioni a porte chiuse, ha difeso il potenziale della rivoluzione internet - efficienza, scelta e minori sprechi - minimizzando i rischi di distorsioni. E da novembre Amazon ha alzato il salario minimo a 15 dollari l’ora da 12,5, risposta alle controversie sul numero di dipendenti costretti a ricorrere ad assistenza pubblica e buoni pasto (uno su tre in Arizona). Il senatore democratico Bernie Sanders aveva proposto una speciale tassa per grandi aziende che “abusino” delle risorse federali, contando sui sussidi per casa, cibo e servizi sanitari dei lavoratori indigenti.

L’ira di Sanders non e’ isolata. La dimostrazione del nuovo scetticismo su Amazon è arrivata dal duro dibattito esploso sulla scelta di New York e Virginia, alla periferia di Washington, quali sedi a metà del quartier generale-bis, con 25mila assunzioni a testa, per metà impieghi tecnologici. Le autorità locali sono state bersagliate di critiche per aver erogato incentivi - a New York 3 miliardi - a un gruppo ricco e che ha tutto l’interesse a mettere radici nelle due città. A New York motivato dalla sua avanzata nei media e dalla necessità di attrarre talenti; a Washington per vincere contratti governativi, tra cui dieci miliardi in servizi cloud al Pentagono. Il “concorso” pubblico tra oltre 200 città con cui ha messo in palio la nuova sede ha anche garantito altri vantaggi: molte località hanno regalato a Amazon informazioni riservate sulle comunità e sui progetti futuri. Un omaggio prezioso per la continua avanzata e le ambizioni di Bezos e del suo gruppo. Ma, tra gli scaffali di Grasmere Avenue, gli United States of Amazon faticano a farsi patria di un nuovo sogno americano.

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