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Black Mirror, tutto quello che c’è da sapere prima della quinta stagione

di Lorenzo Fantoni


Black Mirror - Quinta stagione - 7 giugno

5' di lettura

Il cuore di Black Mirror è sempre stata non tanto la tecnologia, ma l’intersezione tra quest’ultima e l’umano, con una particolare predilezione verso gli scenari catastrofici. In passato Charlie Brooker sfruttava una lente distorta che puntava a un futuro lontano, in cui tecnologie impossibili, ma basate su intuizioni del presente, portavano alle estreme conseguenze le storture che iniziamo a vivere oggi. Era un po’ come vedere un osso fratturato e non ricomposto guarire da solo in maniera sbagliata e portare a una inevitabile zoppia.

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Col tempo la prospettiva si è avvicinata e Black Mirror è passato dall’essere un commentario sul futuro a un documentario sul presente. D’altronde quando collochi la tua visione in un futuro abbastanza vicino dall’essere possibile prima o poi la raggiungi. Anche il vetriolo con cui venivano condite le puntate è un po’ andato scemando e il risultato sono stati episodi come San Junipero: struggente, nostalgico, ma di sicuro non troppo inquietante, se non nell’ultima carrellata sui server pieni di umanità deceduta e salvata nel cloud.

Black Mirror 5

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Q uesti tre episodi arrivano dopo il divertissement di Bandersnatch , prodotto sperimentale e nostalgico che operava più nel campo del racconto puro e semplice, senza grandi venature filosofiche, per riportare la questione nuovamente sul rapporto tra umano e tecnologico, anzi, tra umano e umano col filtro della tecnologia.
Impossibile discutere dei tre episodi senza andare un po’ a scavare all’interno di trama e significati, quindi sappiate che se volete guardarli senza sapere assolutamente niente, qua sotto troverete qualche piccolo spoiler, il minimo sindacale per non lasciare un testo vuoto e vago.
Il primo episodio, Smithereens, rientra in una sorta di rito di Black Mirror: quello degli episodi raccolti, ambientati in uno spazio piccolissimo, tendenzialmente un’auto. L’episodio è forse quello meno avveniristico, si regge in gran parte sulla prova attoriale di Andrew Scott, già Moriarty in Sherlock e parroco pieno di tentazioni nella seconda stagione di Fleabag, e su una inquietudine che in Italia viviamo poco, ma che è abbastanza presente nella mente dei molti utenti di Uber negli Stati Uniti: chi è questa persona che mi sta portando in macchina?

Al di là di una sorta di Zuckerberg benevolo che assolve fin troppo la figura di chi progetta un social network, Smithereens ci mette distrattamente di fronte all’uso delle nostre informazioni personali, ma soprattutto di fronte al dipanarsi di una matassa di sensi di colpa che si trova al cuore dell’episodio.
I social network sono macchine pensate per distrarci e sfruttano la continua presenza degli smartphone attorno a noi per ottenere il loro scopo. Di solito non paghiamo il prezzo della nostra distrazione, se non in qualche sguardo torvo di chi tenta di parlarci, ma in altri casi va molto peggio e, a quel punto, di chi è la colpa? Nostra? Di chi ha creato l’ecosistema? L’episodio non ci dà una risposta, ci lascia soli con le nostre riflessioni e non ci dice nemmeno come va realmente a finire.

Rachel, Jack and Ashley Too è forse l’episodio più debole del trittico, forse per l’aria un po’ da teen movie che si respira per tutto l’episodio. Ciò che lo rende interessante è la presenza di Miley Cyrus nei panni di una giovane pop star che, come vuole la tradizione, dietro i sorrisi e messaggi positivi nasconde un’industria che si basa sullo sfruttamento della sua immagine. Il fatto di aver assegnato il ruolo alla Cyrus rende il tutto molto biografico, visto il suo passato, ma ci regala anche una interessante panoramica su un futuro possibile: quello in cui una popstar non muore mai. Qualche anno fa il rapper 2Pac Shakur fu riesumato virtualmente con un ologramma per un concerto, mentre poco tempo fa fu mostrato un software in grado di replicare qualsiasi voce semplicemente analizzando poche frasi. Se sommiamo queste due cose e ci aggiungiamo una spruzzata di intelligenza artificiale potremmo avere il prossimo disco di Freddy Mercury fra una decina di anni e qualcuno se lo comprerebbe anche.

Chiudiamo con Striking Vipers , che sfrutta le suggestioni di un futuro videoludico virtuale per raccontarci una storia vecchia come il mondo: l’amicizia tra uomini e le sue sfumature omoerotiche, ma anche la dissonanza che potremmo sperimentare tra il nostro alter ego virtuale e il corpo che abitiamo. Anthony Mackie è un uomo di mezza età ormai sistemato: la casa col giardino, un figlio in arrivo e i tentativi di avere il secondo, un fisico che cede piano piano e barbecue nei giorni di sole. Ma, prima di essere tutto questo, è stato un ragazzo e sua moglie è stata la sua fidanzata, in un rapporto giovane, fresco e passionale, fatto di sesso dove capita e serate in discoteca. Al loro fianco c’è sempre stata una terza persona, un amico che poi la vita ha allontanato e che è rimasto più vicino ai bei tempi andati: single impenitente, ragazze più giovani di lui e una vitalità ancora vorace che rifiuta la comodità borghese. I due si incontreranno all’interno di un gioco che ricorda Street Fighter o Tekken, ma simulato in un ambiente virtuale che permette di sperimentare ogni tipo di sensazione, quindi il dolore, ma soprattutto il piacere. Probabilmente avrete capito di cosa stiamo parlando e di come questo influenzerà la vita di tutti i soggetti coinvolti.

La parte più potente dell’episodio è forse quella meno in linea con Black Mirror : la perfetta rappresentazione della mezza età, di quel momento in cui inizi impercettibilmente a rallentare finché tutto sembra fermarsi in confortevole limbo senza tempo che ti porterà giorno per giorno alla vecchiaia. Molto interessante è anche l’esplorazione di un certo non detto di molte amicizie maschili, quelle che gli americani chiamano «bromance», un legame forte e intenso in cui ovviamente molte cose finiscono per essere non dette perché, si sa, i maschi non parlano di certe cose. Striking Vipers è l’estremizzazione di concetti che internet e i videogiochi hanno portato di fronte ai nostri occhi molto velocemente. Chi siamo veramente? La persona col pad in mano o quella guerriera sullo schermo? Quante persone riescono almeno in una realtà artificiale a esprimere realmente il proprio genere?
Alla fine di questo trittico sia l’impressione che il Black Mirror degli inizi sia ormai qualcosa del passato. D’altronde quando racconti le inquietudini del futuro presente puoi arrivare fino a un certo punto prima di ripeterti.
Ormai Black Mirror è diventato un meme, un tormentone, una etichetta da affibbiare a tutti quei momenti in cui il perturbante si mischia al tecnologico e non percepiamo più il progresso solo come spostamento in avanti, ma come trasformazione in qualcosa che non è automaticamente migliore. Come tutte le cose usate troppo spesso, alla fine si perde nel flusso.
Ma anche se i messaggi sono forse un po’ depotenziati sotto si intuisce ancora la capacità di Charlie Brooker di prendere i nostri difetti, le nostre manie e le storture del sistema in cui viviamo per mettercele di fronte, rendendole impossibili da ignorare. Almeno fino alla prossima notifica.

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