ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe tensioni in Ucraina

Blinken-Lavrov, ore cruciali per arginare la crisi tra Mosca e la Nato

I capi delle diplomazie di Russia e Stati Uniti si incontrano a Stoccolma, ma Putin detta le sue condizioni: vuole dall’Alleanza Atlantica l’impegno - giuridicamente vincolante - a non espandersi ulteriormente a Est

di Antonella Scott

La Nato del dopo Afghanistan si riunisce a Riga, focus su Ucraina

5' di lettura

Da una parte c’è la Russia di Vladimir Putin, che considera una minaccia per la propria sicurezza il legame tra l’Ucraina e l’Occidente. E con questo - il desiderio di Kiev di avvicinarsi all’Unione Europea, e di farsi proteggere dalla Nato - giustifica la decisione di intervenire in Crimea, tra febbraio e marzo del 2014, con un blitz che in pochi giorni portò all’annessione della penisola ucraina nella Federazione Russa. Unilateralmente, in seguito a un referendum organizzato senza chiedere il parere degli ucraini e prima che le forze dell’Alleanza Atlantica potessero immaginare di avvicinarsi troppo a Sebastopoli, base della Flotta russa del Mar Nero.

Ciò che avvenne nel Donbass nelle settimane successive - una rivolta contro l’Ucraina che sfociò nella separazione di fatto delle regioni di Luhansk e Donetsk, una guerra mai conclusa che presenta un conto di più di 14.000 morti - è qualcosa da cui Mosca prende le distanze, definendola questione interna tra ucraini. Ma è alla Russia che Denis Pushilin, capo dell’autoproclamata repubblica separatista di Donetsk, afferma di voler chiedere aiuto militare in caso di attacco ucraino.

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Dall’altra parte c'è la Nato, che ripete - con Antony Blinken, segretario di Stato americano - che l'Alleanza non ha alcun intento aggressivo verso la Russia, non è una minaccia per la Russia: «La Nato stessa è un’alleanza difensiva. E l’idea che l’Ucraina possa rappresentare una minaccia per la Russia sarebbe un pessimo scherzo, se la cosa non fosse così seria». Non c’è dunque alcuna ragione che giustifichi la mobilitazione russa di più di 90.000 uomini ai confini con l’Ucraina, uno spiegamento di forze che - secondo l’intelligence americana - tradisce l’intenzione di invadere.

Sul crinale tra pace e guerra

Di tutto questo Blinken ha parlato giovedì a Stoccolma con Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo, ai margini della riunione ministeriale Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Un incontro cruciale: la crisi ucraina è tornata sul crinale tra pace e guerra.

Un incontro «serio, sobrio e concreto», ha riferito per parte americana un alto funzionario del dipartimento di Stato. «Non stiamo certamente cercando un conflitto - aveva detto il giorno prima Blinken a Riga, dove mercoledì si è concluso un vertice dei Paesi Nato -. Una strada diplomatica c’è». Potrebbe essere questo accenno a un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel negoziato l’appiglio su cui proseguire i prossimi contatti: «Siamo interessati a unire le forze per la regolazione del conflitto ucraino - ha detto Lavrov, commentando in seguito l’esito del colloquio con Blinken -. I nostri colleghi americani ripetono spesso di voler aiutare, senza sciogliere il “formato di Normandia” ma ricreando un canale separato di dialogo che esisteva con la precedente amministrazione. Noi siamo pronti».

Il “formato Normandia” a cui fa riferimento il ministro russo è il negoziato a 4 - Russia e Ucraina, Francia e Germania - istituito nel 2015, l’unica forma di dialogo diretto tra russi e ucraini che consentì di definire gli Accordi di Minsk, il percorso per arrivare a una composizione del conflitto ucraino per fasi. Compiuti i primi passi - tra cui l’allontanamento delle armi pesanti dalla linea di controllo che separa le forze ucraine dalle regioni separatiste - il dialogo si è bloccato di fronte ai passaggi più impegnativi degli accordi.

Per questo, nel conflitto irrisolto, il rischio di un’esplosione è tornato a farsi più concreto: il Cremlino considera provocatorie le richieste di aiuto che Kiev ha lanciato a Stati Uniti ed Europa. La presenza di armamenti forniti dai Paesi dell’Alleanza Atlantica e le esercitazioni militari vicino ai confini russi, ha chiarito tre giorni fa Vladimir Putin, sono “linee rosse” da non oltrepassare. Prima ancora di un ingresso dell’Ucraina nella Nato, è la Nato in Ucraina il passo che Mosca considera inaccettabile. «La minaccia alle frontiere occidentali cresce ogni giorno - ha detto mercoledì Putin - per noi è cosa più che seria».

Droni turchi ai confini

In particolare, a suonare l’allarme al Cremlino è stato l’impiego di droni forniti agli ucraini dalla Turchia - gli stessi usati dall’Azerbaijan nella guerra vinta contro l’Armenia, alleato di Mosca - oltre alla presenza di navi da guerra americane nel Mar Nero, e la simulazione di un attacco nucleare contro la Russia con bombardieri in volo a 20 km dai confini russi. In presenza di determinati sistemi di lancio in territorio ucraino, ha detto il presidente russo, «il tempo di volo su Mosca sarebbe di 7-10 minuti, cinque in caso di un missile ipersonico. Cosa dovremmo fare in questo caso? Dovremmo creare qualcosa di simile nei confronti di chi ci minaccia in quel modo. Siamo in grado di farlo».

«È la Nato che destabilizza la regione», protesta Lavrov. Mentre Putin, ricevendo al Cremlino la comunità diplomatica straniera, è tornato alla radice del confronto tra Russia e Occidente, l'allargamento della Nato ai Paesi dell’Est Europa. Alla Russia uscita dallo scioglimento dell’Unione Sovietica, ripete il Cremlino, l’Occidente aveva garantito che non avrebbe compiuto questo passo. E ora Putin detta le sue condizioni: «A noi servono garanzie legalmente vincolanti - ha detto ieri agli ambasciatori -; dal momento che i nostri colleghi occidentali non hanno rispettato gli impegni presi a voce. In particolare, a tutti è nota l'assicurazione che la Nato non si sarebbe allargata a Est: e poi hanno fatto tutto il contrario. Ignorando le legittime preoccupazioni russe nell'ambito della sicurezza».

Manovre intorno a Nord Stream?

È di questo che Putin vorrebbe parlare con il presidente americano Joe Biden: il Cremlino non nasconde di desiderare un nuovo summit, dopo quello dell’estate scorsa a Ginevra, ma la Casa Bianca preferisce mettere l’accento sulle preoccupazioni suscitate dalle manovre militari russe presso i confini ucraini. «Non sappiamo se Putin ha preso la decisione di invadere - ha detto ieri Blinken -. Sappiamo che ha messo in campo la capacità di farlo in breve tempo, se dovesse deciderlo. Ma se sceglierà la via del confronto, riguardo all’Ucraina, risponderemo con risolutezza, inclusa una serie di pesanti misure economiche da cui ci siamo astenuti in passato».

È molto probabile che tra queste misure gli Stati Uniti intendano includere Nord Stream 2, il gasdotto che porterebbe gas russo direttamente in Germania e che è ancora in attesa del via libera tedesco per entrare in funzione. La determinazione americana a fermarlo a ogni costo è tale che qualcuno legge nelle manovre Nato di questi giorni nella regione un tentativo di provocare Putin, spingerlo a una reazione che verrebbe sanzionata con uno stop definitivo al gasdotto, ormai ultimato.

A carte scoperte

Sempre mercoledì il presidente Volodymyr Zelenskiy ha ripetuto in Parlamento a Kiev che «il solo modo per fermare la guerra sono negoziati diretti con la Russia». «La guerra nel Donbass è una questione interna ucraina - è stata la risposta di Dmitrij Peskov, portavoce di Putin -. Descrivono la Russia come parte del conflitto, ma è possibile mettere fine alla guerra soltanto con negoziati tra ucraini». Per fare un passo indietro, Mosca ora chiede molto di più, ma c’è ancora tempo per chiarire le carte: dimostrare che l’obiettivo di tutti è evitare una guerra. Non manovrare per destabilizzare l’Ucraina (i russi) o per allontanare ancora di più la Russia, consapevoli delle conseguenze (l’Occidente).

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