ex Fiat di Termini Imerese

Blutec, la reindustrializzazione mancata è costata oltre 100 milioni

di Nino Amadore


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4' di lettura

C’è un video che racconta di una piccola automobile elettrica che esce dall’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese. È il video di un prototipo. Uno di quei video utilizzati nelle presentazioni istituzionali. Ed è forse in una di queste occasioni che è stato registrato. Ora, alla luce degli arresti degli amministratori della Blutec accusati di malversazione, quel video rischia di diventare la rappresentazione onirica di quello che poteva essere ma, purtroppo, forse non sarà mai. Un video accompagnato da una serie di slide con progetti, numeri, dati, riferimenti a contratti firmati. Tutto materiale che ora, alla luce di quanto accaduto, appare ai più carta straccia, solo una puntata, l’ennesima, dell’ennesima bugia raccontata su Termini Imerese e sul rilancio della fabbrica ex Fiat.

Gli operai (un migliaio quelli rimasti) scorrono compulsivamente le pagine sui telefonini alla ricerca di informazioni di dettaglio su un’inchiesta, quella della procura di Termini Imerese, che potrebbe aver svelato quello che alla luce dell’inchiesta dei magistrati tutti ormai definiscono il grande bluff di Roberto Ginatta, questo imprenditore calato all’ultimo minuto dal Piemonte con la sua Metec e che con la controllata Blutec ha preso in carico il progetto di Termini Imerese “acquisendo” al costo di un euro l’intero stabilimento da Fiat oggi Fca. Blutec, hanno ricostruito i finanzieri, ha sottoscritto nel 2015 l'accordo di programma con i dicasteri dello Sviluppo economico, del Lavoro e delle Politiche sociali, con la Regione Siciliana e il Comune di Termini, per un importo complessivo di circa 95 milioni di euro, chiedendo agevolazioni pubbliche per oltre 71 milioni di euro (67 milioni per finanziamento agevolato e 4 milioni a fondo perduto). Blutec aveva incassato la prima, corposa, tranche di 21,5 milioni di cui oltre 16 spesi, sempre secondo l’accusa, per finalità non previste dall’accordo da cui discende l’accusa per gli amministratori di malversazione. Gli avvocati (lo studio Grande Stevens di Torino) sostengono che non è cosìe che lo dimostreranno. Ma la vicenda penale, per quanto grave, è solo un capitolo di quello che potremmo definire il “meraviglioso racconto” del rilancio industriale del polo di Termini Imerese. Un meraviglioso racconto, una grande rappresentazione pubblica, fin qui costato, al netto delle somme incassate da Blutec, un centinaio di milioni per la cassa integrazione destinata di anno in anno agli ex operai Fiat, diretti e dell’indotto (quasi 13 milioni sono quelli previsti per la Cassa integrazione del 2019). E solo così, già potremmo dire che la mancata reindustrializzazione di Termini Imerese è costata (stimando per difetto) almeno 120 milioni.  Mentre ci si ritrova punto e a capo.

Ma non c’è solo questo aspetto. L’altra faccia della medaglia è quella delle opportunità perdute. L’Accordo di programma quadro firmato alla fine del 2014 «per la disciplina degli interventi di riconversione e riqualificazione del polo industriale di termini Imerese» metteva a disposizione finanziamenti a carico dello Stato (150 milioni) e della Regione (90 milioni cui si aggiungevano 50 milioni per la concessione di garanzie alle imprese): di quei fondi sono stati utilizzati solo 21,3 milioni, quelli dati a Blutec. «La paralisi in cui si trova il progetto Blutec - dice Franco Piro, ex assessore regionale al Bilancio, già senatore ed ex deputato regionale che alla questione ha dedicato un corposo approfondimento - rende ancora più esasperante la situazione dell’area industriale, per la quale occorre prendere atto che l’Accordo di programma a suo tempo stipulato è sostanzialmente fallito. Non solo poiché la decorrenza di quell’accordo, secondo quanto dice il Mise, inizia il 10 luglio 2015 e considerato che la validità è fissata in 36 mesi se ne deve dedurre che l’Apq sia già scaduto senza che ciò abbia suscitato alcun interesse». Insomma, sembra di capire, siamo tornati al punto di inizio come in un gioco da tavola. Secondo Piro, «sarebbe preliminarmente necessario che il Comune di Termini Imerese, il Mise e la Regione siciliana, anche attivando il gruppo di coordinamento tecnico previsto dall’articolo 7 dell’Apq si incontrassero per stabilire come procedere». E dire che in quell’Accordo c’erano già le indicazioni per una corretta reindustrializzazione del polo industriale: si parlava di automotive (ovviamente) ma si parlava anche di meccanica, di meccatronica, di green economy e di agroindustria.

Alla fine un’inchiesta giudiziaria ha fatto esplodere tutte le contraddizioni di quest’area e dunque, per l’alto valore simbolico che l’area ha, dell’intera politica industriale siciliana e non solo siciliana ovviamente. Ora si ricomincia a pensare a chi debba sostituire Blutec con ipotesi di vario tipo che vanno dalla richiesta a Fca di destinare alla Sicilia parte degli investimenti programmati a una sponda con il governo cinese approfittando della visita a Palermo del presidente cinese il prossimo 23 marzo. Ma ci si dimentica di ciò che c’è e che poteva e potrebbe già essere un buon punto di partenza. «Oggi - insiste Piro - si guarda alla logistica come leva di sviluppo, collegandola a nuove industrie in grado di trarre valore dai flussi di trasporto, e ad attività ad alto valore aggiunto, legate in particolare all’intermodalità, ai servizi avanzati, alle tecnologie di comunicazione, integrate con iniziative di eccellenza nel campo della ricerca, delle conoscenze innovative e della formazione. Ed è opportuno ricordare che Termini Imerese è stata individuata come Zona franca urbana (poi estesa all’area industriale) e che è in procinto di divenire una delle Zone economiche speciali individuate in Sicilia». Ma bisognerebbe certo capire quale debba o possa essere il destino dell’Interporto di cui si parla da almeno 15 anni. O ancora comprendere cosa ne sarà dell’incubatore di imprese costruito da Invitalia ma ancora chiuso. Oppure puntare su innovazione e ricerca coinvolgendo l’Università e altri centri di ricerca: nel 2011 un documento dell’Università di Palermo sosteneva che «sarebbe opportuno che il ruolo dell’università trovasse esplicito riconoscimento nella fase di prima attuazione dell’accordo di programma e si concretizzasse in specifiche iniziative». L’Ateneo proponeva, per esempio, la realizzazione di un centro di ricerca industriale applicata con l’obiettivo di fornire il supporto di laboratori, strumentazione e competenze in attività di ricerca applicata legate ai processi produttivi previsti.  Non se n’è fatto nulla.

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