musica

Bob Dylan canta JFK e cita Amleto

Murder Most Foul è dedicata all'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy

di Alberto Fraccacreta

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(Imaginechina via AFP)

Murder Most Foul è dedicata all'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy


3' di lettura

Ha sorpreso tutti, come al solito, con uno stringato annuncio sul sito ufficiale e sugli account Twitter, Facebook e Instagram: ecco «una canzone inedita registrata un po' di tempo fa» (probabilmente durante le sessioni di Tempest, 2012), che i sostenitori potrebbero trovare «interessante». «State al sicuro — prosegue il messaggio —, rispettate le norme e che Dio sia con voi».

Bob Dylan, premio Nobel per la letteratura nel 2016, ritorna dopo otto anni con un pezzo scritto di suo pugno, pubblicato via Internet: una broadside ballad rapsodica e sterminata (oltre 17 minuti, la più lunga della sua carriera). È dedicata all'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre del '63, con un titolo più che eloquente: Murder Most Foul, citazione shakespeariana dall'Amleto — atto primo, scena quinta: il fantasma del padre che racconta la sua morte —, ossia «il delitto più efferato» (la traduzione qui riportata di alcuni stralci del testo è di Alessandro Carrera).
Ma Murder Most Foul, che supera le epopee di Sad Eyed Lady of the Lowlands e Highlands, non è solo questo: è anche sequela di echi dalla letteratura, dalla musica e dal cinema, joyciano stream of consciousness, attraversamento culturale degli anni Sessanta e dell'intero Novecento, mistica e salmodia del juke-box, una sorta di religione della popular song americana.

Come ha scritto recentemente Nick Cave, «Dylan gira attorno all'incidente in modo vertiginoso e stila una lista di cose amate — per lo più musica — per guardare dritto nelle tenebre e liberarsene». In un arrangiamento soffuso di pianoforte, contrabbasso, viola, batteria e una voce aspra e nasale — analoga atmosfera di Not Dark Yet e, per certi versi, di Workingman's Blues —, il vate di Duluth ripercorre il dark day dell'omicidio con un fraseggio biblico («condotto al macello come un agnello da sacrificio», si può notare il riferimento a Isaia 53,7) e con un'intensità narrativa scopertamente diretta al bersaglio e comunque maliosa, ironica, vezzeggiante, che fa da pendant al ruolo di furbo incantatore e creatore di miti («Il giorno che al re fecero saltare le cervella/ migliaia guardavano, nessuno vide niente,/ avvenne così in fretta, così in fretta di sorpresa,/ proprio lì davanti agli occhi di ciascuno,/ la più grande magia mai compiuta sotto il sole,/ perfetta esecuzione, un tocco da maestro»).
Compaiono i Beatles, Woodstock, l'Era dell'Acquario, l'Età dell'Anticristo, inserzioni evangeliche («faith, hope, and charity», «what is the truth?»), forse anche Suze Rotolo, la prima fidanzata di Dylan presente nella celebre copertina di The Freewheelin' («Svegliati piccola Suzie, andiamo a fare un giro,/ oltre il Trinity River, teniamo gli occhi aperti»). Il secondo, fondamentale album fu pubblicato proprio nel '63: Dylan torna à rebours nel cuore pulsante di quei mesi che lo vedevano affermarsi sulla scena musicale newyorkese, richiamando persino lo stile particolare della beat poetry con le martellanti (ed estenuanti) iterazioni anaforiche di Allen Ginsberg.
A circa metà del brano, quando ormai «l'anima della nazione è stata lacerata» e «siamo a trentasei ore dopo il giorno del giudizio», incomincia l'invocazione a Wolfman Jack (il disc jokey Robert Weston Smith) affinché attraverso l'elenco — a carattere eminentemente litanico — delle canzoni desiderate avvenga una sorta di salvazione per il cantautore stesso e per l'America. Una via di scampo al massacro. In questo difficile momento è indicata così una possibile strada. «Metti su una canzone, Mr. Wolfman Jack/ suonala per me nella mia lunga Cadillac». E, come numi tutelari di un pantheon e di una tradizione in cui è ancora possibile riconoscersi e provare estasi, in un affilato racconto à la Borges, sfilano Etta James, Charlie Parker, Elvis Presley, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Billy Joel, John Lee Hooker, ma anche i Santa Esmeralda e i Queen con Another Ones Bites Dust: un immenso canto funebre per Kennedy. E soprattutto una playlist personale che aumenta le nostre conoscenze sul background artistico di Dylan e ci lascia osservare di nuovo i suoi fluidi e walseriani capogiri uditivi, «sangue in un orecchio», «altare del sole nascente».

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