INTERVISTA

Bode Miller e la magia del Trentino: «Qui sono diventato un campione»

41 anni, una carriera alle spalle da autentico imperatore del circo bianco, il cowboy dello sci, sulla vetta della Paganella, racconta il suo rapporto speciale con il nostro Paese

di Biagio Simonetta

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Bode Miller

41 anni, una carriera alle spalle da autentico imperatore del circo bianco, il cowboy dello sci, sulla vetta della Paganella, racconta il suo rapporto speciale con il nostro Paese


4' di lettura

Sulla vetta più alta della Paganella, a due passi da Trento, Bode Miller si sente a casa. È in Italia per qualche giorno, testimonial del marchio italiano di sci “Bomber”. E si gode il paesaggio: «In quest'area, in questa regione, ci sono luoghi bellissimi. Se venissi qua senza che ci fosse nessuno, direi: “Wow, guarda che montagne meravigliose”. È un'area magica. Ma le persone hanno aggiunto qualcosa in più».

41 anni, una carriera alle spalle da autentico imperatore del circo bianco: due coppe del mondo, un oro olimpico, quattro mondiali. Miller ha scritto la storia dello sci dei primi anni 2000 e qui ce lo racconta circondato dalle nostre montagne, che lui, americano del New Hampshire, ama molto.


Bode Miller

Miller, quali sono i ricordi che ti legano maggiormente all'Italia?
«Beh, ce ne sono veramente tanti. Probabilmente uno dei migliori riguarda l'inizio della mia carriera: la Coppa del Mondo del 2001. Avevo vinto lo slalom gigante in Val d'Isère. Nella cerimonia di premiazione, una delle cose che ti davano era il vino. Ricevevi una quantità di vino pari al tuo peso. Ne vinsi veramente tanto. Dopo la gara, guidammo, col mio team, fino a Madonna di Campiglio. Arrivammo intorno alle 10 di sera, eravamo stanchissimi e affamati. La proprietaria dell'hotel ci accolse come una madre. Ci preparò una lasagna bianca, e quando le dissi che il vino che avevo con me era francese, le scattò in mente la competizione, e portò del vino italiano buonissimo. La sera dopo vinsi anche a Madonna di Campiglio. Era il 2001, e lì capii che l'Italia era un posto particolare».

Sei stato uno sportivo abbastanza irrazionale. Il tuo approccio alla competizione era spesso sopra le righe, rispetto a quello degli altri atleti. Credi che questo ti abbia portato più vittorie o sconfitte?
«Non è facile rispondere a questa domanda. Chi può dirlo? Credo, comunque, che il mio approccio fosse caratterizzato dal non trattare qualcosa che amo, come un lavoro. Questo non perché le due cose siano sempre in contrapposizione, ma quando tratti qualcosa che ami come un lavoro, o come un dovere, possono esserci impatti diversi. Io amavo sciare già prima che fosse il mio lavoro. Quando facevo le gare, amavo farle. Non volevo solo presentarmi e farlo perché dovevo. Non volevo presentarmi e sciare dalla partenza all'arrivo, come avrebbero voluto i miei sponsor. Credo di averlo dimostrato sul campo di essere diverso dagli altri. Alla fine dei conti ho sempre provato ad essere l'“eroe” del giorno. A volte funziona, a volte cadi col viso a terra. Ma ero cosciente che se avesse funzionato avrei potuto fare qualcosa di straordinario. Senza assumermi dei rischi, non avrei avuto alcuna possibilità».

Sul tuo conto, circola una storia secondo la quale, da ragazzino, ti sei salvato da una valanga. Realtà o leggenda?
«Sì, è vero. Avevo 12 anni, era il giorno del compleanno di mia sorella, ma anche il giorno in cui morì mio zio. E più che salvato, direi che sono sopravvissuto. Ero su in montagna, sul Tuckerman Ravine, a sciare. Si tratta della montagna più grande a est del Mississippi. Là sopra è stata rilevata la più alta velocità del vento al mondo. Si arriva in cima camminando, non c'è una seggiovia. E poi si scia in questo grande dirupo. Mentre sciavo, la valanga ha iniziato a venire giù. E io c'ero dentro. Sono stato sballottato qua e là dalla neve. La valanga stava per infrangersi sulle rocce, poi – per fortuna – la neve si è compattata e si è fermata qualche metro prima. Le persone a valle avevano fatto appena in tempo a spostarsi, e tutti si chiedevano se ci fosse qualcuno sotto la neve. Io ero finito lì sotto, ma non troppo in profondità: meno di un metro. E sono riuscito a tirar fuori la testa, e qualcuno mi ha visto. Ma non è stato facile recuperarmi. Avevo ancora gli sci ai piedi e hanno dovuto scavare parecchio per tirarmi fuori. Al tempo usavo degli sci K2 di colore arancione e rosa fosforescente. Qualcuno ha detto che nel mezzo di questa enorme palla di neve che stava venendo giù a una velocità di circa 80 km/h, ha visto qualcosa tipo un neon rosa che risaltava nel bianco e che veniva sballottato qua e là. Ero io. Mi ruppi solo un polso».

Hai conosciuto Kobe Bryant? Hai qualche ricordo che ti lega a lui?
«Sì, l'ho conosciuto e un paio di volte abbiamo anche parlato. Ho visto qualche sua partita, perché il basket è uno sport che seguo volentieri. Sai, io ho dovuto affrontare la morte di mio fratello, di mia figlia, e credo che le parti che forse più mi separano da lui riguardano il modo in cui si è ritirato. È andato in giro per un'intera stagione, ed è rimasto competitivo. Io un po' mi pento di non aver fatto così nel mio sport. In nessuna disciplina ho mai visto un atleta annunciare il ritiro all'inizio di una stagione e rimanere competitivo per l'intera stagione. È fantastico quello che ha fatto Kobe per permettere a tutti i suoi fan di mostrare apprezzamento. Anche le persone che normalmente stavano a casa, sono andate a quelle ultime partite, proprio perché sarebbero finite. È un peccato per tutti noi che uno come Kobe non ci sia più. I suoi cari sono quelli che soffriranno di più. Poi, in un certo senso - così come succede con gli artisti - la gente ti apprezza ancora di più quando non ci sei più. Un artista può essere straordinario: quando muore la sua arte schizza alle stelle. Kobe era un artista nella forma di un atleta. Le sue lezioni e le cose che ha fatto credo che ora avranno ancora maggiore impatto. Ora è immortale. Avendo io stesso ho sofferto per delle perdite, mi sento un vuoto dentro pensando ai suoi cari. Conosco anche sua moglie e i figli. E le altre famiglie coinvolte. Sono coloro che restano, alla fine, a soffrire veramente».

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