cambiamenti climatici

Boicottare le sconsiderate politiche di Trump sull’ambiente

di Peter Singer

(AFP)

5' di lettura

Il risultato catastrofico delle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti nel novembre scorso è ora evidente. L’indifferenza del presidente Donald Trump nei confronti del pericolo rappresentato dal cambiamento del clima e le azioni che sta intraprendendo a causa di tale indifferenza quasi certamente avranno ripercussioni tali da far passare del tutto in secondo piano il significato del suo ordine esecutivo al riguardo dell’immigrazione, la sua nomina di un ultraconservatore alla Corte Suprema e, qualora ci riuscisse, l’abrogazione dell’Affordable Care Act (“Obamacare”).

Se si esclude il fatto di scatenare una guerra nucleare, è difficile immaginare qualcosa di più potenzialmente dannoso che un presidente degli Stati Uniti possa fare che decidere di cancellare le leggi entrate in vigore sotto l’ex presidente Barack Obama per congelare la costruzione di nuove centrali energetiche alimentate a carbone e far chiudere i battenti una volta per tutte a molte di quelle più vecchie. L’ordine emesso da Trump ha fatto seguito alla sua promessa di cassare i più rigidi parametri di efficienza dei combustibili per le automobili e i camion, e al suo annuncio di tagliare le spese per gli studi del clima.

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Sebbene Trump non abbia annunciato il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi sul clima di Parigi, le sue azioni probabilmente si riveleranno inconciliabili con l’impegno preso dal governo statunitense di ridurre le emissioni di gas serra per portarle entro il 2025 al 26 per cento sotto i livelli del 2005. Gli Accordi di Parigi, firmati da 195 Paesi, sono la nostra ultima occasione per contenere il riscaldamento terrestre entro i due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Tale aumento è in ogni caso addirittura troppo per gli abitanti delle isole-stato molto basse del pianeta, molte delle quali avevano chiesto una soglia massima di 1,5 gradi, in mancanza della quale alcune isole saranno inghiottite dall'oceano e spariranno.
Qualsiasi aumento delle temperature globali superiore ai due gradi centigradi, affermano concordi gli scienziati, rischierebbe di innescare un circolo vizioso che provocherebbe sempre più riscaldamento e renderebbe inabitabili vaste zone del pianeta. Per esempio, un riscaldamento ulteriore porterebbe il permafrost siberiano a sciogliersi e a emettere grandi quantità di metano – un gas serra molto più potente dell'anidride carbonica – e ciò provocherebbe a sua volta maggiore riscaldamento, maggiori scioglimenti e sempre più metano nell'atmosfera. Nello stesso modo, il riscaldamento provoca la perdita di ghiacci artici, il che significa che il calore del sole sarebbe riflesso, invece che essere assorbito dall'oceano.

Durante la campagna elettorale, Trump definì il cambiamento del clima una “mistificazione” dei cinesi per distruggere l’industria americana. Il mese scorso Scott Pruitt, nominato da Trump a capo dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, ha detto di non credere che l’anidride carbonica sia la colpevole principale del cambiamento del clima. Ha anche aggiunto che «ancora non lo sappiamo con certezza» e «dobbiamo continuare ad approfondire la questione e analizzarla».
L’Associazione meteorologica americana ha risposto subito a Pruitt, specificando che ormai è «fuori questione» che CO2 e altri gas serra sono la causa principale del riscaldamento terrestre, specificando di non essere «a conoscenza di nessun ente scientifico esperto della questione che sia giunto a conclusioni diverse».
Ciò è vero. Quello che molti commentatori non sono riusciti a comprendere, tuttavia, è che se anche prendessimo per vere le dichiarazioni di Pruitt di non «sapere» se l’anidride carbonica è la principale colpevole del cambiamento del clima – andando contro ogni prova documentata – le decisioni dell’Amministrazione Trump continuerebbero a essere sconsiderate. Anche nel caso in cui la probabilità che la CO2 possa essere la principale colpevole del cambiamento del clima svanisca fino a sparire del tutto, è sbagliato scherzare con il futuro del pianeta e le vite di centinaia di milioni di persone al solo fine di ridurre le spese energetiche degli americani e mantenere poche migliaia di posti di lavoro nell’industria carbonifera. (In verità, i posti di lavoro in tale settore stanno scomparendo a causa dell'automazione e della concorrenza del più economico gas naturale, e non per le regolamentazioni che riducono le emissioni di CO2.)

Forse, però, Trump non reputa le sue politiche sconsiderate perché, come ha ripetutamente proclamato, intende mettere «l’America al primo posto». E in effetti è proprio l’America che egli mette al primo posto da qui alle prossime elezioni, a spese degli interessi a più lungo termine degli americani stessi e degli interessi di chiunque non sia americano. Sul breve termine, chi soffrirà di più per le conseguenze del cambiamento del clima non sono gli americani, infatti, ma i popoli che vivono a latitudini tropicali, e in particolar modo i poveri, che non hanno dove andare quando manca la pioggia o l’arsura rovina i loro raccolti. Quando il livello dei mari salirà, gli abitanti di quelle isole-stato che si trovano a un metro o due appena sopra il livello del mare saranno i primi a doversi allontanare dalle loro terre, seguiti da decine di milioni di persone che coltivano piccoli appezzamenti di terreno nelle fertili regioni dei delta dei fiumi in Bangladesh, nel sudest asiatico e in Egitto.

Gli Accordi sul clima di Parigi non dispongono di un dispositivo automatico per sanzionare i Paesi che non rispettano gli impegni sottoscritti. L’idea di fondo è che tali Paesi avranno «cattiva fama e saranno svergognati». Ben prima che fosse eletto presidente, tuttavia, quando è stato reso noto il video nel quale si vantava di palpeggiare le donne, si è capito chiaramente che Trump è immune alla vergogna. Che cosa possono fare dunque in proposito gli altri Paesi, o i singoli individui, siano essi negli Usa o al di là dei suoi confini, riguardo al fatto che Trump sta mettendo a repentaglio il futuro di tutti noi, per molte generazioni a venire?
Se gli Stati Uniti useranno i combustibili più economici disponibili per produrre energia, senza tener conto del danno che la loro combustione arrecherà agli altri, darà alle aziende americane un vantaggio ingiusto rispetto a tutti gli altri Paesi che altrove stanno compiendo in buona fede notevoli sforzi per ridurre le loro emissioni di gas serra e rispettare gli impegni sottoscritti a Parigi. Ciò dovrebbe essere sufficiente all’Organizzazione mondiale del commercio per autorizzare gli altri Paesi a erigere barriere commerciali contro i prodotti made in America. Tuttavia, qualora l’Omc non fosse sufficientemente ardimentosa da prendere tale decisione, il rimedio sarà nelle mani dei consumatori stranieri, che a quel punto dovrebbero dimostrare all’Amministrazione Trump che cosa pensano sul serio delle sue politiche, decidendo di non comprare più prodotti statunitensi.
Un boicottaggio è uno strumento poco preciso che, purtroppo, danneggerebbe molti lavoratori americani che non hanno votato per Trump e non sono in alcun modo responsabili delle sue politiche. Ma quando la posta in gioco è così importante ed enorme, quando ci sono mezzi così circoscritti per cambiare le politiche di Trump, che altro resta da fare?
(Traduzione di Anna Bissanti)

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