ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùCRISI A LA PAZ

Bolivia, il paradosso di Morales: fa crescere il Pil ma viene cacciato

Il Capo della polizia si è dimesso. Nuove elezioni all’orizzonte

di Roberto Da Rin


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(AFP)

2' di lettura

Un'altra polarizzazione. La Bolivia, come altri Paesi latinoamericani, vive giorni drammatici in cui il confronto tra i sostenitori del presidente Evo Morales e i suoi avversari si è inasprito a tal punto da degenerare in una crisi difficile da superare. Le dimissioni di Morales fanno seguito alle denunce di brogli avanzate dall'Osa (Organizzazione degli Stati americani), e relative alla sua vittoria risicata nelle presidenziali dello scorso 20 ottobre. Le nuove elezioni sono all'orizzonte ma non sono state fissate. Non sarà una transizione facile: l’avversario, candidato presidente, Carlos Mesa, chiede che Morales non si ripresenti al voto.

Non è chiara l'evoluzione della crisi; di certo i militari hanno giocato un ruolo importante nel determinare le dimissioni di Morales che ha apertamente parlato di colpo di stato. Alcuni settori dell'Esercito lo hanno protetto, altri attaccato.

E ora il generale Yuri Calderon ha presentato le sue dimissioni da Comandante nazionale della polizia della Bolivia.
Le dimissioni giungono dopo una serie di critiche dall'interno dell'istituzione stessa e da settori della popolazione che lo considerano schierato con il governo di Morales. Ruddy Uria, direttore dell'unità di comunicazione della polizia boliviana, ha confermato che lo Stato maggiore ha chiesto a Calderón di dimettersi e si attende ora la nomina di un nuovo capo ad interim della polizia.

Il paradosso della crisi boliviana è che il Paese è cresciuto molto negli ultimi anni e il tasso di povertà è drasticamente sceso. Il Pil, negli ultimi anni, è cresciuto sempre a un tasso superiore al 4 per cento. Nel 2019, secondo le previsioni toccherà il 4,1 per cento.

Una gestione, quella di Morales, certamente migliore delle precedenti. Eppure la lunga permanenza di Morales, al governo da quasi 14 anni, ha generato delle diffidenze anche da parte di chi lo sostenuto. Dopo tre mandati consecutivi e una riforma costituzionale rivista a proprio vantaggio, Morales ha perso credito a livello nazionale e regionale.
Come in altri Paesi latinoamericani il conflitto boliviano si è ampliato, ben al di là dei confini geografici del Paese. I timori di una proxy war, guerra per procura, sono tutt'altro che vanificati. «Stiamo esortando tutti a mantenere la calma e speriamo che la situazione in Bolivia si risolva nel quadro della legge». Lo ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

«Naturalmente speriamo che i boliviani abbiano l'ultima parola nel loro destino senza l'interferenza di paesi terzi», ha aggiunto Peskov sottolineando che Evo Morales «non ha chiesto asilo alla Russia». «Non ci sono stati contatti tra il Cremlino e Morales o i suoi rappresentanti», ha precisato Peskov, citato dalla Tass. La Russia descrive come un colpo di Stato il processo che ha portato alle dimissioni di Morales da presidente della Bolivia dopo la sue contestata rielezione e accusa l'opposizione boliviana di aver scatenato «un'ondata di violenza».

Gli Stati Uniti sono l'altro attore che, dietro le quinte, secondo la stampa latinoamericana, sta monitorando la crisi boliviana.
Oltre a Venezuela, Ecuador e Brasile, la crisi boliviana rimarca le criticità di un'area geografica che pare sprofondare nell'instabilità.

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