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Bollette, vaccini, pensioni, Nadef e scostamento: tutte le decisioni chiave da prendere dopo il voto

In non più di uno o due mesi il prossimo governo non dovrà soltanto completare l'attuazione del Pnrr. Le scelte da compiere saranno molte e su temi delicati

di Marco Rogari

Caro energia, tutte le ricette dei partiti

7' di lettura

Non si sa ancora quanto tempo sarà necessario per formare il nuovo governo dopo il voto del 25 settembre. Gli ultimi precedenti non sono incoraggianti: nel 2018 all'inizio dell'attuale legislatura, ormai agli sgoccioli, sono stati necessari ben 90 giorni prima del giuramento al Quirinale del “Conte 1” a tinte gialloverdi, mentre nel 2013 ne occorse 63 per rendere operativo l’esecutivo Letta. La via auspicabile sarebbe una tempistica simile a quella che portò nel 2008 alla nascita del quarto governo Berlusconi, che si insidiò 25 giorni dopo l'esito delle elezioni.

La nuova tranche di aiuti europei

Ma anche in questo caso i tempi resterebbero assai risicati per far fronte a tutte le scadenze e agli interventi prioritari in agenda. E non solo perché entro il 31 dicembre dovrà essere approvata dal Parlamento la legge di bilancio, a meno di non voler sconfinare nel pericoloso terreno dell’esercizio provvisorio, e dovrà anche essere completata la fase attuativa collegata agli obiettivi del Pnrr del secondo semestre 2022 per non perdere la nuova, consistente tranche di aiuti europei. Il prossimo esecutivo in poche settimane dovrà individuare quali misure strutturali adottare per attutire nel medio periodo l’impatto del caro bollette su famiglie imprese. E per centrare questo obiettivo dovrà decidere se, e di quali dimensioni, ricorrere a uno scostamento di bilancio tenendo conto che sembra già essere levato il rischio per il nostro elevato debito pubblico di finire nuovamente nel mirino della speculazione finanziaria.

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Schieramenti (e partiti) in ordine sparso

Gli spazi di manovra sul delicato versante dei conti pubblici dovranno essere fotografati dalla Nota di aggiornamento del Documento dei economia e finanza (Nadef) che il governo Draghi presenterà a fine settembre ma limitatamente al solo quadro tendenziale, senza cioè gli obiettivi programmatici, su cui costruire la legge di bilancio. Che il nuovo esecutivo dovrà varare di corsa, appena arrivato a Palazzo Chigi. Ma il governo che uscirà dalla prossima tornata elettorale avrà anche il compito di decidere se cambiare, o meno, la strategia sulle vaccinazioni contro il Covid e se ripristinare in toto, o superare, la legge Fornero sul versante pensionistico, visto che Quota 102 scadrà a fine anno. Un autunno e un inverno a dir poco caldi quelli che si annunciano, insomma, a dispetto delle indicazioni, a volte non chiare e, in alcuni casi, contraddittorie all'interno degli stessi schieramenti, che arrivano agli italiani dalla campagna elettorale.

Le ricette sul caro-bollette

A prescindere dalle decisioni che saranno prese il 9 settembre dal Consiglio europeo straordinario sull'ipotesi di “price cap” sul gas, proposto con forza da Mario Draghi, e dai contenuti del nuovo decreto Aiuti in arrivo, che il governo dimissionario sta mettendo a punto per prolungare e, se possibile, rafforzare i sostegni fin qui garantiti a famiglie e imprese per attutire gli effetti del caro energia e della corsa all'inflazione, il prossimo esecutivo dovrà immediatamente tracciare la rotta sul versante dell'energia. E, in particolare, dovrà stabilire le modalità con cui puntellare nel medio-periodo nuclei e settori produttivi nel caso in cui la crisi energetica si dovesse prolungare. In campagna elettorale si è parlato molto della necessità di fronteggiare il caro-bollette nell'immediato, con quasi tutte le forze politiche che hanno chiamato in causa l'esecutivo uscente, mentre i piani a medio termine sono rimasti abbastanza lontani dalla luce dei riflettori.

Il centrodestra, ad esempio, nel suo programma comune, è favorevole al tetto sul prezzo del gas a livello europeo ma non a quello esclusivamente nazionale, come invece il Pd, e punta sul ricorso alla produzione energetica attraverso la creazione di impianti di ultima generazione senza veti e preconcetti, valutando anche il ricorso al nucleare pulito e sicuro. Ma le ricette non collimano del tutto guardando i programma dei singoli partiti.Dalla spinta alle agevolazioni fiscali alla bocciatura degli inceneritori. Alla voce “caro energia” nella proposta della Lega si legge: «Nessuno può essere lasciato indietro o privato del diritto di muoversi o riscaldarsi. La transizione ecologica si farà non solo con la minimizzazione dei costi ambientali, ma anche di quelli economici e sociali per chi ha meno possibilità». Un'indicazione abbastanza generica, anche se Matteo Salvini chiede a Draghi una moratoria a tutto campo per bloccare gli aumenti e insiste con forza sul nucleare di nuova generazione.

Il programma di FdI è invece molto più dettagliato: si va dall'immediata costituzione di un’unità di crisi su energia e caro bollette alla sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti con automatica riduzione di Iva e accise. Giorgia Meloni, un po' sulla falsariga delle scelte fin qui adottate dal governo Draghi, promette anche il sostegno a famiglie e imprese contro il caro bollette con meccanismi di credito d'imposta e interventi diretti mirati, anche utilizzando le risorse derivanti da tassazione degli extraprofitti delle società energetiche. E lancia le “utenze di sussistenza” per situazioni di difficoltà economica: livello minimo di energia elettrica e gas garantito anche in caso di morosità.

Il Pd invece punta su un piano nazionale per il risparmio energetico e su interventi finalizzati ad aumentare drasticamente la quota di rinnovabili prodotte in Italia, prevedendo adeguate compensazioni per le famiglie e le imprese più vulnerabili, in funzione di una transizione ecologica socialmente equa e sostenibile. Per Azione-Iv la priorità sono svicolarsi dal gas russo e realizzare i rigassificatori galleggianti. In quest'ultimo caso anche Lega e FdI si dichiarano d’accordo. Dal M5s arriva invece lo stop a nuove trivellazioni e nuovi inceneritori ma anche la spinta alla revisione del sistema di formazione del prezzo del gas favorendone lo sganciamento dal mercato olandese Ttf, caratterizzato da fenomeni speculativi.

La spaccatura sullo scostamento

Draghi ha ribadito il suo no a un nuovo scostamento di bilancio. E non solo perché il suo governo dimissionario, a causa del venire meno del pieno appoggio di tutti i partiti che hanno dato vita all'esecutivo si unità nazionale, è chiamato al solo disbrigo degli affari correnti. A Palazzo Chigi sanno bene che il nostro debito pubblico potrebbe essere “aggredito” già nelle prossime settimane da attacchi speculativi sui mercati finanziari. Anche per questo motivo il nuovo decreto Aiuti in cantiere non dovrebbe superare i 10 (forse 15) miliardi. Ma Salvini ha chiesto di mobilitare immediatamente 30 miliardi sollecitando palazzo Chigi di azionare la leva del deficit. Una strategia sostanzialmente condivisa dal M5S di Giuseppe Conte e di fatto anche da Fi. Ma Giorgia Meloni non è d'accordo e sul ricorso allo scostamento di bilancio si mostra prudente.

Una prudenza che, in caso di successo del centrodestra, FdI sembra intenzionata a mantenere anche se sarà chiamata, insieme agli alleati, a “costruire” e a varare la prossima legge di bilancio. Che per le sole spese “fisse” (dai rifinanziamenti obbligati e dall'adeguamento delle pensioni all'inflazione fino ai rinnovi contrattuali) parte già da 20-25 miliardi. Contrari, o comunque cauti, sul ricorso a nuovo deficit si mostrano Pd, Azione e anche Impegno civico di Luigi di Maio. In ogni caso la decisione dovrà essere presa, al più tardi, tra novembre e dicembre in vista della stesura della manovra che, a causa delle elezioni, arriverà quasi fuori tempo massimo.

Il nodo dell’aggiornamento del Def

I partiti che saranno chiamati a governare avranno anzitutto il compito di rivedere il Def di aprile, partendo dal quadro tendenziale (senza gli effetti di nuove riforme o misure) che sarà presentato da Draghi a fine settembre e con la nuova situazione “macro” e lo stato aggiornato dei conti pubblici tenendo conto delle pesanti ricadute dell'inflazione, del conflitto russo-ucraino e dell'andamento della pandemia. Un quadro che dovrà essere integrato dagli obiettivi programmatici indicati dal prossimo governo, su cui “costruire” molto velocemente la legge di bilancio e indirizzare la politica economica, compresa la “gestione” della finanza pubblica, nei prossimi anni. E, alla luce del peggioramento dell'economia e delle incertezze legate agli instabili equilibri a livello geopolitico, questa operazione si annuncia complessa e complicata.

Già adesso l’aumento del Pil reale del 2,3% per il 2023 indicato nei tendenziali del Def di aprile appare irraggiungibile. Nelle scorse settimane l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha ipotizzato una crescita dello 0,9% a patto che il Pnrr venga completamente attuato. E se questa diventasse anche la stima del governo, gli spazi di manovra, nel rapporto con il deficit, per la prossima legge di bilancio si ridurrebbero di una quindicina di miliardi. Con il risultato di rendere molto difficili da realizzare nel breve periodo, almeno sulla carta, promesse come la flat tax al 15%, il rafforzamento del Reddito di cittadinanza (già sopra i 9 miliardi annui) o l’adeguamento ad almeno mille euro di tutte le pensioni, a meno di non voler appesantire in maniera massiccia il già ingombrante debito pubblici.

Il destino del piano di vaccinazione

Stando alle parole del ministro della Salute uscente, Roberto Speranza, già a settembre dovrebbero essere pronti i nuovi vaccini contro il Covid adatti alle ultime varianti. Ma anche sulla prosecuzione del piano di vaccinazioni i partiti appaiono spaccati. Il centrodestra è contrario a vaccini e richiami obbligatori e sembra volere intraprendere per i prossimi mesi una strada diversa, con meno vincoli, da quella percorsa dall’esecutivo negli ultimi mesi, mentre il Pd, Azione e LeU sulla lotta al Covid si mantengono, sia pure se con alcune non trascurabili differenze, sul solco tracciato dal governo Draghi considerando la pandemia un'emergenza non ancora del tutto domata.

L’incognita pensioni

Il futuro della previdenza divide gli stessi schieramenti. A fine dicembre si esaurirà Quota 102 e, senza nuovi interventi, dal 2023 si ritornerà alla legge Fornero in versione integrale. Salvini non nel vuol sapere e punta tutto su Quota 41, su cui sono d’accordo anche i sindacati e Si-Verdi che per le prossime elezioni sono alleati del Pd. Ma anche in questo caso Meloni si mantiene prudente e nel suo programma parla solo di flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso facilitato alla pensione, favorendo al contempo il ricambio generazionale. Il tutto accompagnato dallo stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile all'aspettativa di vita. Un’indicazione in linea con il programma comune del centrodestra in cui è citata la flessibilità in uscita ma non Quota 41.

Il Pd, così come Azione-Iv, è contrario a scardinare la legge Fornero e propone uscite a 63 anni ma vincolate al metodo contributivo. L’M5S nel suo programma non dedica molto spazio alle pensioni. Forza Italia invece insiste sulla soglia minima a mille euro per tutti gli assegni pensionistici. Una priorità sostanzialmente condivisa da FdI (a regime) e da tutto il centrodestra ma, sull'altro fronte, anche da Si-Verdi. Resta da vedere come questi interventi, che si presentano molto costosi, possano essere compatibili con lo stato attuale dei conti pubblici e con gli spazi di finanzia pubblica disponibili per definire la prossima manovra.


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