MEDIO ORIENTE

Bolton frena sul ritiro Usa dalla Siria: «Dalla Turchia garanzie per i curdi»

di Marco Valsania


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Blindati americani a Manbij, Siria settentrionale. Il ritiro Usa aprirebbe la possibilità di un attacco turco contro le milizie curde alleate degli Stati Uniti

3' di lettura

NEW YORK - Niente più ritiro a tambur battente dalla Siria. Nella confusione sulla politica estera e militare americana - scossa da nuove dimissioni eccellenti del capo di staff del Pentagono - il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha corretto esplicitamente il tiro su una delle recenti e più controverse decisioni annunciate dal presidente Donald Trump: l’uscita immediata delle truppe americane, circa duemila, dal Paese mediorientale al centro della lotta contro lo Stato islamico. Bolton, parlando nel corso del fine settimana, ha indicato criteri per il ritiro dalle zone settentrionali, dove gli americani sono stazionati, che lo posticipano in realtà a una data tutta da definire. I due criteri cruciali: la totale sconfitta dell’organizzazione terroristica dello Stato Islamico e soprattutto garanzie che le forze turche non attaccheranno i curdi, rivelatisi preziosi alleati degli americani nella campagna contro l’Isis.

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La Turchia, Paese Nato, non ha fatto mistero di considerare i gruppi curdi in Siria (lo Ypg) associati con quelli (il Pkk) che operano dentro i suoi confini e che da sempre considera terroristi e nemici da debellare. «Il calendario di un ritiro sarà il risultato del rispetto delle condizioni e delle circostanze che vogliamo vedere sul campo - ha spiegato Bolton citando i due criteri essenziali -. Non è una data arbitraria per un ritiro come aveva stabilito Obama in Afghanistan. Deriva dalle decisioni politiche che dobbiamo mettere in pratica». Trump stesso ha emendato, in modo meno articolato, le precedenti promesse di un veloce ritiro affermando nelle ultime ore che «non ci tireremo indietro finché lo Stato Islamico non sia scomparso». Bolton ha aggiunto che gli Stati Uniti non esiteranno a ordinare rappresaglie se il regime siriano di Assad che ha ormai consolidato il suo potere utilizzerà armi chimiche contro la popolazione civile.

Il consigliere per la sicurezza nazionale è oggi in Turchia all’inizio di un viaggio nella regione per preparare il terreno a ogni futuro ritiro. Ankara ha chiesto sostanziale aiuto militare agli Usa per continuare a combattere l’Isis in Siria e vuole entrare in forze nella zona nord del Paese. Gli emissari americani stanno cercando di trovare una soluzione che consenta questo evitando però che le forze turche arrivino nelle aree curde. Il presidente turco Recep Tayyep Erdogan aveva però minacciato in dicembre attacchi proprio contro i curdi siriani e questi hanno di recente risposto chiedendo protezione alle forze di Assad, altro scenario che la Casa Bianca intende scongiurare.

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I vertici della politica estera e militare americana, mentre si moltiplicano delicate scelte e trattative, restano nella bufera e in difficoltà dopo le recenti spaccature e dimissioni nell’amministrazione. Se ne è andato nelle ultime ore il capo di staff del Pentagono, l’ammiraglio Kevin Sweeney, sull’onda dell’uscita di scena in polemica con Trump del suo superiore, il segretario alla Difesa James Mattis. «Dopo due anni al Pentagono ho deciso che è il momento giusto per tornare a essere un privato cittadino». Sweeney era andato in pensione della Marina nel 2014 per tornare in seguito a servire come chief-of-staff. Mattis aveva rassegnato le sue dimissioni proprio in protesta per le decisioni annunciate da Trump di un ritiro affrettato dalla Siria e di una riduzione alla metà della presenza in Afghanistan.

Nella sua lettera di commiato aveva criticato duramente politiche dell’amministrazione di America First che considerava nefaste per i rapporti con alleati storici dell’America. Pochi giorni dopo le dimissioni, previste per febbraio, Trump in un gesto di stizza aveva anticipato la partenza di Mattis attraverso un licenziamento in tronco e la nomina a interim quale sostituto dell’inesperto vice-ministro Patrick Shanahan. Negli stessi giorni si era dimesso in disaccordo con Trump anche Brett McGurk, inviato speciale della Casa Bianca proprio sulla Siria.

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