Italia

Bombassei nella Hall of Fame di Detroit

di Paolo Bricco

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4' di lettura

Cronaca di una giornata particolare di un italiano a Detroit Downtown. Ore cinque del pomeriggio: aperitivo a lui dedicato al Detroit Foundation Hotel, gli uomini in smoking e le donne in vestiti di Gucci e Prada, i ragazzi sempre in smoking e le ragazze che al massimo azzardano un abito floreale sgargiante, chic che non travalica nel kitsch. Ore sei: il Cobo Center, l’edificio che a gennaio ospita il Salone dell’auto, proietta la sua immagine gigantesca che sorride al centro della città, su Washington Boulevard e non distante dal Renaissance Center della General Motors . Ore sette, all’interno del Cobo: prima che inizi la cena di gala, un bel pezzo della borghesia dell’auto di Detroit – dunque del Michigan, dunque degli Stati Uniti – gli si stringe intorno per salutarlo e fargli i complimenti.

L’italiano a Detroit è Alberto Bombassei, fondatore della Brembo. La ragione di tutto questo è il suo ingresso - avvenuto giovedì - alla Automotive Hall of Fame di Detroit, una istituzione che ha accolto – fra gli altri – Henry Ford (nel 1967), Ferdinand Porsche (1987) e André Citroën(1998). Prima di Bombassei, gli italiani ammessi sono stati Enzo Ferrari ed Ettore Bugatti (nel 2000), l’Avvocato Agnelli e Giorgetto Giugiaro (nel 2002), Battista “Pinin” Farina (2004), Nuccio Bertone (2006), Sergio Pininfarina (2007) e Luca Cordero di Montezemolo (2015). Qualche ora prima, Bombassei si schermiva: «Questa ammissione è probabilmente dovuta anche alla evoluzione del mondo dell’auto. Fra le ottocento figure a cui è finora andato questo riconoscimento, ci sono fondatori di marchi, dirigenti di grandi gruppi, designer. La scelta di premiare un componentista è anche il risultato di un cambiamento nella struttura della nostra industria. Ormai il 70% di una automobile è co-progettato e realizzato insieme ai fornitori». Sicuramente c’è anche questa ragione generale per la decisione, da parte della Automotive Hall of Fame, di accogliere Bombassei. Ma c’è, soprattutto, una ragione particolare. Che si condensa visivamente nella teca che contiene, come se fosse una micro sezione contemporanea del Detroit Institute of Arts, il disco e la pinza della Brembo, a fianco di una Chevrolet Corvette rossa, ultimo modello, Z06. «Prima della Brembo – ha detto Montezemolo, in un videomessaggio registrato – i freni non erano belli. Erano quasi qualcosa da nascondere. Bombassei è stato un vero innovatore. I dettagli, i colori, i materiali. Con lui, in questo specifico campo, è cambiato tutto».

Tutto intorno – in una serata che ha visto anche la premiazione di August Fruehauf (inventore del semitrailer), Jack Roush (una icona delle corse e dei circuiti americani) e Edward Welburn (guru del design di General Motors) – si sono mossi i vertici della industria dell’auto di Detroit. C’erano, fra gli altri, Mark Reuss, numero due di General Motors, e Dave Pericak, capo di Ford Performance. La ragione estetica e la ragione industriale, nel caso di Alberto Bombassei e della Brembo, si completano. Nella Detroit Area che si è salvata dal diluvio del 2008-2009 modificando il modello di business dell’auto con una decisa virata verso più qualità e più innovazione, Brembo è una realtà solida e che conta. A Homer, dal 2007, c’è uno stabilimento produttivo. A Plymouth, a un’ora di strada dalle sedi di General Motors, Chrysler e Ford, si trova il centro di ricerca (un centinaio gli addetti), in cui si co-progettano e si realizzano i test per i clienti americani, cosa che invece una volta veniva fatto in Italia. In tutto, la società ha investito negli Stati Uniti 600 milioni di euro. Una cifra di prima grandezza. Non a caso, ha detto il Governatore del Michigan, Rick Snyder: «C’è un grande rapporto con la Brembo. Ho visitato due volte il quartier generale in Lombardia e ho toccato con mano la leadership di Alberto». Il quale, quando ha preso la parola, era naturalmente emozionato. E ha tenuto un discorso in cui ha ricordato la centralità del mercato americano: «Oggi, per noi, gli Stati Uniti sono il primo mercato. Più della Germania, che lo è stato a lungo». E, poi, è andato al cuore della sua vicenda imprenditoriale: la fondazione dell’azienda nel 1961, gli oltre 300 mondiali vinti, l’Indy, il Nascar e la Formula Uno, la fondamentale sinergia fra le corse e le applicazioni per la strada. L’efficienza, ma anche la bellezza. Con la crescente attenzione per le forme e per le tinte. Fino a rendere i freni degli oggetti di design. «Oggi – ha spiegato – abbiamo mille forme e quaranta colori. Per noi è stato fondamentale mettere tutta la bellezza di cui sono capaci la cultura e la storia del nostro Paese in una parte meccanica che, un tempo, era considerata qualcosa da nascondere o che, per lo meno, non aveva alcuna importanza estetica». La meccanica, la bellezza, la storia, il futuro. Quando, dopo Bombassei, prende la parola Edward Welburn, il sesto designer nella storia di GM e il primo ad avere la responsabilità su tutto il settore in tutto il mondo, il cerchio sembra chiudersi: «Alfa Romeo, Maserati, Lamborghini, Ferrari. Pininfarina e Giugiaro. They are my heroes». E, così, mentre esci dal Cobo Center, ti viene in mente la canzone di Paolo Conte: “Oh, quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Sì,perché – come dice l’avvocato di Asti – sarà tutto un complesso di cose. Però, questa volta, gli italiani possono avere gli occhi allegri.

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