tessile sostenibile

Bonazzi: «Ecco come il nostro Econyl è diventato il nuovo protagonista della moda»

L’ad di Aquafil, l’azienda trentina che produce il filato di nylon rigenerato da reti da pesca e moquette e usato da sempre più big della moda, racconta un percorso durato 13 anni e costato (finora) 140 milioni. E che lo costringe a selezionare le proposte di collaborazione

di Chiara Beghelli


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5' di lettura

Un tappeto di 2mila metri quadri è pronto a ricoprire piazza della Scala domenica sera per accogliere gli ospiti dei Green Carpet Awards. Un tappeto costato 140 milioni di euro. A tanto ammontano gli investimenti che a partire dal 2006 Aquafil, azienda tessile di Trento, ha destinato allo sviluppo del filato Econyl, di cui sarà fatto il tappeto che impreziosirà una delle più belle piazze di Milano. «È il più bello e grande che abbiamo mai prodotto – spiega Giulio Bonazzi, ad di Aquafil – è il terzo anno che collaboriamo con questo evento, ma la novità stavolta è che dopo la serata proveremo a ri-usarlo, magari per qualche altro evento, e solo al termine del suo ciclo di vita lo ricicleremo».

Il tappeto realizzato per il Green Carpet Awards 2018 in piazza della Scala a Milano

La serata di Milano è solo la voce più recente della lunga lista di collaborazioni eccellenti che hanno segnato il 2019 dell’azienda. Collaborazioni peraltro sempre più numerose, poiché la moda, in cerca di livelli di sostenibilità sempre più alti, si è appassionata di questo filato ricavato dalle reti da pesca e dal “fluff” di tappeti e moquette dismessi: 10mila tonnellate di Econyl consentono di risparmiare circa 70mila barili di petrolio greggio ed evitare l’emissione di oltre 57mila tonnellate di CO2.

Rifiuti sottratti a oceani e discariche, che vengono lavorati nello stabilimento di Lubiana, in Slovenia, per diventare puro filo di Nylon 6 e poi capi di abbigliamento, borse, arredi. Aquafil ha una storia che risale al 1965, ma è in gran parte merito di Econyl , lanciato sul mercato nel 2011, se è diventata un gruppo da 555,2 milioni di euro di fatturato nel 2018 (con ebitda di 77,9 milioni), con 2.800 dipendenti in tre continenti e quotata dal 2017 sul segmento Star di Borsa Italiana. Nell'ultimo anno, sulla spinta della necessità di ampliare il sistema produttivo di Econyl, Aquafil ha realizzato uno stabilimento di raccolta rifiuti di nylon negli Stati Uniti da 10 milioni di dollari.

Bonazzi, come è nato Econyl?
«Con un po' di follia, sottovalutando inizialmente la sua complessità, e grazie a un mercato che iniziava a mostrare interesse per soluzioni sostenibili. Abbiamo dunque esaminato quali potessero essere gli scarti di nylon adatti a essere recuperati, e abbiamo individuato quelli delle reti da pesca e quelli delle moquette usate, per poi passare a capire come potevamo raccoglierli. Abbiamo dovuto affrontare il tema della “logistica inversa”, contraria al consueto flusso di produzione/uso/discarica: siamo stati noi a capire dove i prodotti andavano a finire e recuperarli. I primi a dimostrarsi sensibili sono stati gli operatori dell'allevamento ittico, che ci hanno fornito le loro resti. Quello di Econyl è stato un inizio sperimentale, ma abbiamo sempre saputo quanto alto fosse il suo potenziale».

Tanto che negli anni avete investito 140 milioni di euro nel suo sviluppo.
«Sì, per sviluppare il prodotto, ma anche la tecnologia e la capacità produttiva. Oggi investiamo fra il 2 e il 4% del nostro fatturato in ricerca e sviluppo, che destiniamo anche a ricerche innovative anche nel campo delle biotecnologie. Siamo un’azienda tessile sui generis».

Il progetto Re-nylon di Prada

Ci può raccontare come Econyl è diventato un filato così di successo?
«Lo abbiamo lanciato nel 2011, e il primo settore a recepirlo è stato quello della produzione di moquette, poiché le aziende del settore erano già molto attente alla sostenibilità. Il rapporto con la moda è iniziato dopo. Il primo campione lo abbiamo fornito a un piccolo marchio che si chiama Outerknown, fondato dal campione di surf Kelly Slater. Cercava materiali sostenibili per lanciare una collezione di beachwear e si è rivolto al gruppo al quale il marchio faceva capo, Kering. Kering ci conosceva e gli ha indicato noi. Slater è allora venuto in azienda, si è appassionato della nostra storia, anche per via del legame con il mare di Econyl, e ci ha dato un grande mano a farci conoscere. Da allora ad oggi abbiamo circa mille contatti attivi nella moda e altrettante aziende con cui ci stiamo confrontando per eventuali collaborazioni».

La capsule collection di Burberry in Econyl

Con la quantità di richieste che ricevete, fate una selezione, magari rifiutando delle collaborazioni?
«Certo, facciamo una selezione, che non avviene però in base alla dimensione del nostro interlocutore: che si tratti di un marchio piccolo o grande, quello che ci deve convincere è il suo progetto, dobbiamo capire se è davvero sostenibile. Se non lo è, per esempio se secondo noi rilascia microplastiche nell'ambiente, diciamo di no».

Il 2019 è stato un anno di esordi e collaborazioni importanti, dal primo “green carpet” al Festival di Cannes ai progetti con Prada e Burberry.
«Della collaborazione con Prada andiamo molto fieri, anche perché
è stato Prada a portare proprio il nylon nell'alta moda. Stella McCartney ha dichiarato che nel giro di poche collezioni anche lei userà solo Econyl. E anche quella di Burberry è stata una bella capsule collection. Ma è il progetto di Napapijri che trovo davvero innovativo, perché è un esempio di “to begin with the end in mind”, cioè iniziare avendo già in mente la fine. C'è stato uno sforzo enorme di progettazione, soprattutto per un prodotto che ha un ciclo di vita breve, non è destinato a durare nel tempo come invece un prodotto di Prada che probabilmente arriverà anche nel mercato del second hand. In ogni caso per i prossimi mesi stiamo lavorando ad altre, importanti collaborazioni che sveleremo più avanti».

Il tappeto realizzato per l’evento di Chopard al Festival di Cannes 2019

Nel primo semestre 2019 Aquafil ha registrato un calo dell'1.7% del fatturato, ma Econyl ha continuato a crescere, del 4,5%. Quanto pesa oggi nel vostro bilancio?
«Oggi circa il 38% del nostro fatturato viene da Econyl, e grazie a nuovi investimenti pensiamo di crescere ancora molto rapidamente. Stiamo molto attenti ad accettare progetti anche in funzione della nostra capacità produttiva, perché non vogliamo creare problemi di fornitura ai nostri clienti. Nello stesso tempo, abbiamo in cantiere due nuovi progetti che riguardano il design e l'occhialeria, vogliamo iniziare a lavorare anche in questi campi».

Visto il successo nella moda di Econyl, potreste lanciare un vero e proprio marchio, oppure aprire dei negozi con i prodotti in Econyl?
«In realtà abbiamo già una sorta di e-store: nel nostro sito ci sono i link ai nostri clienti che producono con Econyl, dunque 20-30 marchi fra costumi da bagno, abbigliamento sportivo e moquette. Il commercio digitale è più facile da sviluppare di una rete distributiva tradizionale. Certo, il progetto con Napapijri, che comprende anche un servizio di raccolta e stoccaggio, può preludere a una rete da costruire anche con altri marchi. Comunque, per quanto riguarda la moda certamente non faremo mai un nostro marchio, mentre mi piacerebbe trovare una collaborazione nel mondo dell'arredo e del design, per realizzare magri arredi da giardino con elementi di nylon riparabili e che a fine vita ci possono essere restituiti per essere trasformati in nuovo filato».

“Sostenibilità” è una parola chiave per l'industria della moda. Ma crede che il settore tessile sia abbastanza impegnato per ridurre il suo impatto sul pianeta?
«La strada è ancora lunga. Ogni anno si producono più di 100 milioni di tonnellate di fibre tessili, naturali o sintetiche, e i livelli di economia circolare nel settore sono bassissimi, quasi non misurabili. Tuttavia negli ultimi due anni e soprattutto negli ultimi mesi, i vari player del settore si sono resi conto che qualcosa si deve fare: vuoi perché lo chiede il mercato, perché ci credono o pensano di risparmiare, o anche per paura che il legislatore imponga delle limitazioni. Certo, si fa ancora molta confusione e a volte si spaccia per green o circolare ciò che non lo è. Ma posso dire con certezza: qualcosa di nuovo sta accadendo».

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