EDUCAZIONE FINANZIARIA

Bond corporate, i 4 rischi da conoscere

di Marcello Frisone


4' di lettura

Non è soltanto uno il rischio che “grava” sulle obbligazioni corporate, quelle cioè emesse dalle aziende. A fronte dei soldi prestati alle società, infatti, i risparmiatori dovranno porre molta attenzione a diverse variabili prima di acquistare. I principali rischi sono quattro: di tasso di interesse (se quelli di mercato superano i rendimenti delle obbligazioni, il prezzo calerà); valutario (se il titolo non è denominato in euro sarà soggetto al deprezzamento di quella valuta); di liquidità (si ha quando il bond non trova acquirenti); di emittente (può essere anche una banca a non riuscire a ripagare i creditori, in questo caso si chiamerà obbligazione finanziaria). Di questi quattro rischi - influenzati
da fattori sia generali (con riflessi sui mercati obbligazionari nel loro complesso), sia specifici (che influenzano singole obbligazioni o singoli emittenti) - il più importante è quello emittente che viene misurato anche dalle Agenzie di rating (seppur con qualche increscioso “incidente” di percorso registrato nel settembre del 2008, quando fallì la banca americana Lehman Brothers).

Le Agenzie (le più famose sono le statunitensi Moody's, Standard & Poor e l'europea Fitch) forniscono un giudizio sintetico da Aaa (massima garanzia) fino al giudizio di D (emittenti già in insolvenza). Più basso è il rating, maggiore deve
essere l'attenzione nella scelta nei titoli sui quali investire. Sempre relativamente al rischio emittente, vi sono poi titoli particolarmente
rischiosi, denominati “subordinati” (si vedano anche domande e risposte). Inoltre, altri “strumenti” per misurare i rischi sono i Cds e il rendimento (si veda anche il glossario). Tutte queste avvertenze, infine, vanno “legate” anche alla conoscenza dell'”attualità” dei mercati.

IL GLOSSARIO

Rating
Non sono altro che giudizi che agenzie esterne (le più famose sono le statunitensi Moody's, Standard & Poor e l'europea Fitch) esprimono sulle capacità di un emittente di ripagare il debito contratto con il mercato
attraverso strumenti diversi: dalle semplici obbligazioni emesse dal ministero del Tesoro (se si tratta di Stati), da aziende oppure banche, fino ai titoli derivati più complessi (Abs, Mbs e simili) che in alcuni casi sono stati all'origine della crisi finanziaria del 2008. A questi strumenti, e più in generale all'emittente, si assegna un voto espresso attraverso le lettere dell'alfabeto: dalla tripla A
(il massimo) fino alla D (di default, che “macchia” in modo indelebile un
debitore insolvente).
Rendimento
Il rendimento di un bond rappresenta la remunerazione che si ottiene per sopportare tutti i rischi dell'investimento. Il rendimento è quindi tanto più
elevato, quanto maggiori sono il rischio tasso (cioè il pericolo di un aumento dell'inflazione), il rischio emittente (cioè l'eventuale fallimento di chi ha
emesso il titolo), il rischio valutario (cioè il rischio di svalutazione della valuta di
denominazione) e il rischio liquidità (cioè il pericolo di non poter rivendere il titolo sul mercato secondario). Per monitorare il rischio tasso si utilizza la curva dei tassi swap o quella dei rendimenti dei titoli di stato “risk free” (nel
caso dell'euro quindi quelli emessi dalla Repubblica Federale di Germania).
Credit default swap

I Cds sono una sorta di assicurazione contro la possibile insolvenza di un determinato debitore. In pratica, il compratore del Cds paga un premio, quantificato in basis points (bps, cioè centesimi di punto percentuale) annui per
proteggersi dall'evento di insolvenza, mentre il venditore del Cds riceve il premio (una sorta di cedola) ma sopporta il rischio di insolvenza, assumendo un rischio analogo a quello del possessore di un bond. Per fare un esempio pratico: se un'obbligazione emessa dall'emittente XXX con scadenza quinquennale ha un
“credit spread” di 70 bps (cioè rende lo 0,70% annuo in più rispetto ai tassi interbancari), anche il premio (cioè il costo annuo) di un Cds sullo stesso
emittente con scadenza quinquennale dovrebbe essere vicino ai 70 bps. I due mercati, quello delle obbligazioni e quello dei Cds, tendono quindi ad avere
fluttuazioni tra loro molto legate.

DOMANDE E RISPOSTE

Cosa sono i bond convertibili?
Offrono il diritto (e non l'obbligo) di “convertire” l'obbligazione in un numero predefinito di azioni. Per esempio, dato un bond convertibile X di valore nominale 100, il detentore potrà scegliere entro la scadenza tra essere rimborsato oppure ricevere 50 azioni della società X al prezzo di 2. Se al momento della decisione se convertire o no il prezzo dell'azione X fosse inferiore a 2, l'investitore avrebbe tutto il vantaggio di farsi rimborsare 100 come nelle normali obbligazioni. Se invece il prezzo dell'azione X fosse superiore a 2
l'investitore avrebbe convenienza a convertire, poiché il valore delle
50 azioni ricevute sarebbe ovviamente superiore a 100.
Ma sono simili ai bond convertendo?
Non proprio perché in questo caso non c'è alcun diritto a favore dell'investitore che beneficia di un flusso cedolare per un po' di anni, prima di diventare obbligatoriamente detentore delle azioni sottostanti. I bond convertendo
hanno dunque rischi paragonabili all'equity; se l'azione sottostante dovesse raddoppiare (o dimezzare), anche il prezzo del “convertendo” seguirà lo stesso andamento.
I bond subordinati li emettono soltanto le banche?
No, vengono emessi anche da società “normali” e, in caso di problemi dell'emittente, il rimborso avviene dopo quello dei bond ordinari (senior). Dal gennaio 2014, i subordinati sono classificati in: Additional Tier 1 (la più rischiosa in quanto in caso di problemi prevedono meccanismi automatici di svalutazione e/o conversione in azioni o, nei casi meno gravi, il non pagamento della
cedola); Tier 2 Capital (in caso di liquidazione vengono rimborsate
soltanto dopo le senior).

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