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Bond e oro: beni rifugio al top

In settimana volumi record per le sottoscrizioni nette dei fondi obbligazionari, da inizio giugno 11 miliardi su quelli che investono in oro

di Andrea Franceschi


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(Reuters)

3' di lettura

L’incertezza alimentata dalla guerra dei dazi, i timori di rallentamento dell’economia e i segnali in arrivo dalle banche centrali pronte a promettere nuovi stimoli stanno alimentando una forte avversione al rischio tra gli investitori. Un trend in atto da tempo che, in queste turbolente settimane di agosto, si sta intensificando. Lo fotografano sia gli indici (Borse in calo, rally dei bond, dell’oro e delle valute rifugio) sia i flussi nei fondi di investimento. Nell’ultima settimana - segnala BofA Merrill Lynch - ci sono state sottoscrizioni nette per 16 miliardi di dollari nei fondi obbligazionari. Si tratta del quarto maggior dato settimanale di sempre. Nelle ultime 10 settimane i fondi che investono in oro hanno raccolto 11 miliardi di dollari di sottoscrizioni nette. Per questa categoria di fondi si tratta del maggior flusso di investimento registrato dai tempi della Brexit. L’oro d’altronde sta dando ottime soddisfazioni agli investitori: il prezzo è tornato sui massimi dal 2013 e con un rialzo di oltre il 19% da inizio anno il metallo giallo si conferma la seconda classe di investimento più redditizia dopo i fondi immobiliari.

Il film del 2010-2011
L’ultima volta che l’oro ha dominato nelle classifiche di rendimento a livello globale risale al biennio 2010-2011. Il che certamente può far piacere a chi ci ha scommesso. Meno a tutti gli altri. Perché i ricordi di chi ha vissuto quel biennio non sono certo positivi. In particolare nel nostro Paese finito nell’epicentro della crisi dell’euro. Allora come oggi il mercato reagì a una situazione di incertezza senza precedenti correndo a investire nei “porti sicuri”. Una crisi finanziaria come quella vista allora non è all’orizzonte. Le preoccupazioni semmai riguardano l’economia reale. Dopo 10 anni di crescita ininterrotta negli Usa si teme l’arrivo di una fisiologica correzione. Scenario che la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha reso improvvisamente più probabile. La prospettiva di una deglobalizzazione sta già peraltro facendo vedere concretamente i suoi effetti. Lo dimostrano i pessimi dati macroeconomici arrivati nei giorni scorsi da due due tra le maggiori economie esportatrici al mondo: Germania e Cina. La locomotiva tedesca - hanno certificato gli ultimi dati sul Pil usciti nei giorni scorsi - si sta fermando mentre quella che è diventata la prima macchina manifatturiera al mondo, l’industria cinese, ha fatto registrare il peggior tasso di crescita da 17 anni a questa parte.

Gli effetti della guerra dei dazi
Le aspettative di mercato sono drasticamente peggiorate: un terzo dei gestori che ha partecipato all’ultimo sondaggio di BofA Merrill Lynch ora dice di aspettarsi una recessione globale entro i prossimi 12 mesi (peggior rilevazione dal 2011) o quantomeno un rallentamento dell’economia (il 48% degli intervistati si è espresso in questo modo). Tra Stati Uniti e Cina è un continuo stop and go tra offensive protezionistiche e brusche retromarce alla ricerca del dialogo ma anche se alla fine si arrivasse a un accordo le ferite di questi mesi di incertezza resterebbero visibili. Le aziende hanno già rivisto i loro piani di investimento e diversi nomi della grande industria hanno tagliato le previsioni sugli utili.

Il posizionamento dei gestori
Beni rifugio e asset class difensive sono favoriti in questa fase. Non solo bond e metalli preziosi, ma anche liquidità, fondi immobiliari e azioni anticicliche come quello delle utilities. Su queste classi di investimento - stando agli esiti dell’ultimo sondaggio BofA Merrill Lynch - i grandi gestori stanno puntando in questa fase. Per contro gli investitori stanno riducendo l’esposizione sul mercato azionario. E in particolare sui settori più esposti alla prospettiva di un rallentamento del ciclo come gli industriali, i minerari, le società petrolifere o i mercati emergenti. Quanto ai bond la differenza principale rispetto al biennio 2011-2012 riguarda i tassi negativi. Un paradosso che oggi riguarda non più solo i titoli a breve scadenza ma anche quelli a lunghissimo termine (il Bund a 30 anni è l’esempio tipico). Non solo nel caso di Paesi ad alto rating come la Germania ma anche nel caso di economie meno solide come la Spagna o il Portogallo. Fino a che punto potranno spingersi i tassi dei titoli di Stato già ai minimi storici? L’incognita correlata al rally dei beni rifugio riguarda soprattutto il fronte reddito fisso dove il rischio bolla speculativa si fa sempre più concreto. Sono gli stessi gestori a riconoscerlo: il 33% degli intervistati vede rischi in questo senso sui corporate bond mentre il 30% ha indicato i titoli di Stato.

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