mercati emergenti

Bond a saldo, l’Angola depredata offre tassi al 10%

di Riccardo Barlaam

Isabel Dos Santos (Reuters)

5' di lettura

Il presidente eterno José Eduardo dos Santos è stato presidente dell'Angola dalla fine della guerra civile fino all'anno scorso. Al potere ininterrottamente per 38 anni. Dal 1979 fino a settembre del 2017. Una camera d'albergo a Luanda negli anni d'oro di dos Santos presidente costava più che a New York: 400 dollari a notte favoleggiavano le cronache dei giornalisti che arrivavano nella capitale catapultata dalla guerra civile nel club delle potenze petrolifere. Dos Santos ha dato stabilità al Paese ma ha anche creato, attorno a sé, un potere enorme e tanta corruzione.

Governatore centrale accusato di frode
Sua figlia Isabel dos Santos è diventata la donna più ricca d'Africa con una ragnatela di affari nelle banche che controlla in Angola e Portogallo e in numerose società quotate europee. Il nuovo presidente João Lourenço ha azzerato il clan dos Santos. Isabel non è più a capo della società petrolifera statale Sonangol. E i giudici angolani hanno incriminato per frode l'ex governatore della banca centrale dell'Angola, Valter Felipe da Silva. L'accusa: aver spostato 500 milioni di dollari del governo angolano in un conto bancario nel Regno Unito. Trasferimento di fondi avvenuto negli ultimi giorni di dos Santos presidente.

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La figlia miliardaria del presidente
La figlia del presidente, Isabel dos Santos, come si diceva, è diventata grazie ai lasciti del padre presidente eterno del paese la donna più ricca d'Africa con un patrimonio stimato da Forbes di 3,5 miliardi di dollari. E anche dopo la fine della presidenza del padre continua ad allargare la sua ragnatela di affari nelle banche che controlla in Angola e Portogallo, dopo essere stata licenziata dal nuovo presidente. Isabel – studi a Londra, donna bellissima mezza africana e mezza russa (da parte di madre) – è sposata con Sindika Dokolo, figlio di un miliardario di Kinshasa a sua volta sposato con una danese. Insomma, questa donna ha preso il peggio degli affaristi occidentali e dei plutocrati africani e continua a tessere la sua tela nella finanza e nei salotti che contano. Negli ultimi 20 anni è stata seduta nelle poltrone di numerose società quotate in borse europee. La sua rete spazia in diversi settori economici: telecomunicazioni, media, retail, banche, finanza, energia. In Angola e soprattutto nell'ex paese colonizzatore, il Portogallo, diventato ultimamente terreno di conquista per la figlia dell'ex presidente grazie ai proventi dei petrodollari e alla crisi dei debiti sovrani europei di qualche anno fa.

La rete degli affari in Europa
Isabel dos Santos è principale azionista della Unitel, holding delle tlc con sede in Olanda, che controlla la società multimedia Zon, partecipata dalla spagnola Telefonica, che controlla anche la tv satellitare Zap diffusa nei paesi a lingua portoghese (Portogallo, Angola, Mozambico). Controlla anche Trans Africa Investment, un veicolo finanziario con sede a Gibilterra, fondato assieme alla madre che si occupa del business dei diamanti. Un'altra holding che controlla la bella Isabel è la Santoro Finance, azionista nella banca portoghese BPI. Altre due holding in mano alla signora sono la Condis, holding di Luanda che gestisce tutto il business legato al commercio e alla grande distribuzione. E, in un ultimo, la Esperanza Holding, sede ad Amsterdam, con giro di conti in qualche paradiso fiscale, attiva nei settori sensibili per l'Angola: petrolio ed energia.

Banche, energia e Tlc
Ora Isabel, licenziata dal nuovo presidente da capo della Sonagol – carica che ricopriva in evidente conflitto di interessi –, vuol fare cassa per allargare ancora la sua ragnatela, più simile a una piovra. Ha intenzione di mettere sul mercato, nel primo trimestre del 2019, il 25% del Banco de Fomento Angola, seconda banca del paese, controllata al 51% da Unitel, la sua holding olandese di tlc e media partecipata da Portugal Telecom. Il Banco de Fomento è partecipato, inoltre, per il 49% dal Banco Português de Investimento, che la figlia maggiore di dos Santos controlla attraverso una holding con il 9,99% del capitale, e dalla spagnola Caixa. Dos Santos vuole anche vendere, nel primo trimestre 2018, le azioni del Banco Bic, istituto di credito portoghese-angolano, che la figlia dell'ex grande capo controlla con il 43%. A questo punto sorge spontanea una domanda, ma anche la risposta: dove sono finiti i soldi dell'Angola?

Bond ad alto rendimento
Il nuovo presidente Lourenço, una volta smontata la rete delle clientele della lobby politico affarista del clan dell'ex presidente dos Santos, è costretto a ricorrere ai mercati finanziari con l'emissione di due nuovi bond governativi ad elevato rendimento per finanziare le dissestate casse del Tesoro. Prestiti obbligazionari offerti sul mercato mercoledì scorso con un rendimento vicino al 10 per cento. Ai massimi quest'anno tra le emissioni dei bond governativi nei mercati emergenti. Più di Kenya, Egitto, Nigeria, Argentina e Bahrain che hanno emesso bond ad alto rendimento, ma con percentuali attorno al 7%, lontane di una spanna però dal paese africano, potenza petrolifera, tra i primi fornitori di greggio ai cinesi. Ma dal 2014 finito in recessione. Con il petrolio sceso dai 1oo e passa dollari sotto i 50. L'inflazione aumentata sopra al 20%. Così come il debito pubblico schizzato alle stelle.

Moody's taglia il rating
Ora nel new deal appena avviato da Lourenco, grazie anche alla ripresa delle quotazioni petrolifere che da tempo veleggiano stabilmente sopra i 70 dollari a barile, il paese sembra aver ripreso vigore, secondo alcuni osservatori. Ma si tratta solo dei primi respiri, in realtà. L'economia angolana è ancora sottosopra, non si è ancora ripresa dagli anni delle ruberie del clan dos Santos. Nonostante le riforme del nuovo presidente che ha deciso anche di svalutare la valuta locale, il kwanza.
La scorsa settimana Moody's ha abbassato il rating del credito dell'Angola a B3, sei livelli sotto l'investment grade. Pesano oltre all'inflazione arrivata al 22%, anche il rafforzamento del dollaro che strangola le valute dei paesi emergenti e l'instabilità per le tensioni crescenti tra Stati Uniti, Cina e Russia. La vendita dei due bond angolani a 30 e 10 anni, che offrono rispettivamente un rendimento del 9,6% e del 8,5%, è seguita da Deutsche Bank, Goldman Sachs e Industrial & Commercial Bank of China.

Bond a saldo tra gli emergenti
La notizia buona è che i paesi emergenti per attirare gli investitori sono costretti ad offrire rendimenti molto elevati. Ma c'è un eccesso di domanda dei bond sovrani emergenti, che non trovano sempre una facile via di collocamento. I paesi emergenti nel primo trimestre dell’anno hanno già emesso bond governativi per 83 miliardi di dollari, già al di sopra dei 63 miliardi di emissioni del primo trimestre del 2017. Anno nel quale, nel complesso sui dodici mesi le emissioni di obbligazioni sovrane hanno raggiunto il record dei 159 miliardi di dollari. Un fiume di debito. Ad alto rendimento. Alto rischio. Che pesa come una condanna sullo sviluppo di queste economie strozzate dal malgoverno e dalla corruzione dei suoi politici. Nonostante le materie prime di cui dispongono in abbondanza. La storia dell'Angola non è l'unica. In un'Africa che è uscita dal colonialismo, ma non riesce a uscire dal colonialismo economico e dalle pratiche di malgoverno.

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