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Bond, tutte le scadenze che spaventano le imprese italiane

di Maximilian Cellino

1° semestre 2019: investire sugli asset più rischiosi

4' di lettura

Chi lo guarda con occhio preoccupato lo chiama «muro delle scadenze». E in effetti l’ammontare delle emissioni di titoli obbligazionari che le aziende italiane, finanziarie e non, devono rinnovare nell’arco dei prossimi 5 anni appare proprio come un muro, superabile soltanto se ci sono le condizioni giuste. Sono infatti 179 i miliardi di euro di debito in scadenza da rifinanziare da qui al 2023 secondo S&P Global Ratings, 88 miliardi dei quali a carico degli istituti di credito. Per 37 miliardi (21 se si guarda alle sole banche) l’appuntamento è immediato: entro il 2019, un anno che si presenta nel segno dell’incertezza: con l’economia globale in rallentamento e senza l’aiuto della Bce e del suo piano di riacquisti appena concluso.

IL MURO DEL DEBITO


Ammontare di titoli obbligazionari in scadenza in Italia nei prossimi
5 anni per settore e rating. Dati in miliardi di euro. (Fonte: S&P Global Ratings)

IL MURO DEL DEBITO

La buona notizia, se così la si vuole definire, è che attraverso questo muro si è almeno aperta una finestra in questo primo scorcio del 2019, in particolare per le banche: segnale incoraggiante, soprattutto quando lo si paragona con l’autentico blocco che il mercato primario ha subito qualche mese fa, che è stato rilevato anche ieri nel corso del Forum «2019 Italian debt capital market» organizzato dall’Associazione per i mercati finanziari europei (Afme), da Mediobanca e dallo studio legale White & Case e che ha richiamato ieri a Milano i principali attori del mercato dei capitali.

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Il bond subordinato Tier 2 decennale da un miliardo di euro piazzato il giorno precedente sul mercato da UniCredit a un tasso inferiore alla soglia del 5% ha confermato ciò che si era visto già a gennaio dopo l’emissione simile di Generali (sempre Tier 2 a 10 anni, ma per 500 milioni), il covered targato Credem (5 anni, 750 milioni) e pure le operazioni sindacate da primato attraverso cui il Tesoro ha raccolto ordini per complessivi 76 miliardi di euro per i due nuovi BTp a 15 e 30 anni. «Che sia tornato un certo gradimento da parte degli investitori per i titoli finanziari italiani è evidente», conferma Marco Spano, head of debt capital markets group di Mediobanca, che tende però a evidenziare anche l’elemento prezzo delle operazioni in questione.

Questione di prezzo, ma non solo
I tassi a cui sono stati collocati gli strumenti non sono certo paragonabili a quelli del 2017, quando il clima di mercato era estremamente favorevole e gli acquisti Bce legati al quantitative easing viaggiavano a pieno regime, e neppure alle condizioni che si potevano spuntare nella prima parte dello scorso anno, nel momento cioè in cui la percezione legata al rischio Paese nei confronti dell’Italia era ancora relativamente limitata. Ma occorre anche considerare che appena qualche mese fa - fra ottobre e novembre, quando infuriava il braccio di ferro fra Governo e Ue sui conti pubblici - il mercato era virtualmente «chiuso» per la maggior parte delle banche. E chi è riuscito a trovare uno spiraglio, è il caso di UniCredit con il collocamento senior non-preferred bond di dicembre, ha dovuto offrire oltre 400 punti base in più rispetto ad analoghe operazioni effettuate nel gennaio 2018.

Una questione solo italiana
Si tratta in questo caso di un problema peculiare del nostro Paese, perché altrove in Europa le banche non hanno incontrato particolari difficoltà a rivolgersi agli investitori, se non nei pochi giorni in cui le tensioni legate alla guerra dei dazi fra Usa e Cina hanno momentaneamente accresciuto l’avversione al rischio globale. «A differenza dello scorso autunno anche per le banche italiane esistono adesso le condizioni potenziali per poter accedere, al giusto prezzo, al mercato istituzionale», rileva in ogni caso Spano.

Un’apertura a tempo?
Quanto a lungo resterà aperta la finestra attuale per le banche italiane è difficile dire. «Se si dovessero considerare i soli fondamentali vedo spazio potenzialmente fino al termine di marzo», ammette Spano, sottolineando non soltanto il fatto che le banche italiane abbiano presentato buoni bilanci, si siano rafforzate sotto l’aspetto del capitale e stiano procedendo con la riduzione delle sofferenze, ma anche la stabilizzazione dello spread fra BTp e Bund e la generale riduzione della volatilità sui mercati. Andare oltre con le previsioni - con l’imminente decisione su Brexit, ma soprattutto tenendo conto della frenata della congiuntura e delle incognite politiche - rischia di essere un azzardo.

E in caso di nuove difficoltà di accesso al mercato dei finanziamenti, alle banche italiane non resterebbe che tornare ai palliativi dei mesi scorsi: il ricorso a covered bond (sempre quando possibile), l’accorciamento della durata dei titoli da emettere e l’occhio di nuovo attento alla platea retail, alla quale si è tornati a piazzare in una certa misura da una parte obbligazioni bancarie (rinunciando però al tempo stesso alle laute commissioni garantite dai prodotti di risparmio gestito verso cui negli ultimi anni è stata indirizzata la clientela privata) e dall’altra conti deposito dai rendimenti che in alcuni casi tornano a essere paragonabili a quelli allettanti di qualche tempo fa.

Riproduzione riservata ©

  • Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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