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Bonisoli: Lisippo deve ritornare allo Stato e i musei italiani devono mappare le collaborazioni col Getty

di Giuditta Giardini e Marilena Pirrelli


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8' di lettura

Anche l’Atleta di Fano ancora in mano al Getty è entrato nella riunione del Comitato istituzionale sulle opere trafugate tenutosi ieri al Mibac – oltre al ministro, vi hanno partecipato il segretario generale, il capo di Gabinetto, i direttori generali Musei e Archeologia e Belle Arti, il direttore degli Uffizi e il capo dell'ufficio legislativo, il comandante del Nucleo Tutela Patrimonio culturale dei Carabinieri Fabrizio Parrulli, l'Avvocatura generale dello Stato e il Segretario generale del Ministero degli Esteri, Elisabetta Belloni –. Il neo Comitato ha dibattuto sulla restituzione del “Vaso di Fiori” di Jan van Huysum, rubato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, la cui restituzione è stata richiesta nei giorni scorsi dal direttore della Galleria degli Uffizi , Eike Schmidt. È attualmente nella disponibilità di una famiglia tedesca che, dopo tutto questo tempo, non l'ha ancora reso al museo fiorentino, nonostante le numerose richieste da parte dello Stato italiano. Bonisoli ha fatto sapere che è in corso “un'azione congiunta con i colleghi della Farnesina che si confronteranno con la controparte tedesca”.

Il Lisippo, naturalmente, è stato il secondo argomento dell’incontro: “Abbiamo una sentenza della Cassazione – ha messo in chiaro il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli – che dice che la statua di Lisippo è di proprietà dello Stato italiano. In questo momento si trova all'estero ma è stata esportata in modo improprio. Secondo la nostra legislazione deve ritornare allo Stato italiano”. A questo punto “la sentenza che seguendo i canali normali – quindi con una rogatoria internazionale – verrà trasferita alle autorità giudiziarie statunitensi. Ci aspettiamo che questa sentenza venga rispettata. Contemporaneamente noi dialoghiamo con il Getty Museum, un'istituzione museale di primaria importanza con cui abbiamo rapporti di decenni di collaborazione”. Nella riunione del Comitato, è stato deciso anche di: “chiedere ai musei italiani una mappatura per segnalarci tutte le attività di collaborazione con l’istituzione americana in modo da avere il quadro completo e in base a questo poi decidere come e a quale livello ragionare per trovare soluzione che possono risultare accettabili da entrambe le parti”. Dal canto suo ancora una volta il Getty ha sottolineato come la confisca sia contraria al diritto americano e al diritto internazionale, mettendo le mani avanti sulla rogatoria internazionale (attiva) dell'Italia. La vicenda si sposterà pertanto oltreoceano davanti all'autorità giudiziaria (presumibilmente californiana) dove si darà esecuzione al provvedimento. Lo Stato della California è celebre per l'attenzione delle Corti verso i beni culturali, dovuta in gran parte alla ravvicinata presenza di John Henry Merryman , professore di legge presso la Stanford Law School , esperto internazionale di diritto dell'arte e tutela del patrimonio artistico e diritto comparato. Merryman è ricordato per le sue tesi contrarie alla restituzione dei marmi del Partenone. La California è uno dei primi stati americani ad aver riconosciuto il concetto europeo di diritti morali degli artisti e ad aver avuto fino al 2018 il diritto di seguito.

In attesa della legge contro i reati contro il patrimonio. Il dibattito sulle opere d'arte che appartengono all'Italia e che – in diversi periodi storici e per svariati motivi – sono state trafugate e sono finite in altri Paesi, nelle mani di privati o in collezioni ed esposizioni museali riporta l’attenzione sulla proposta di legge Orlando sui reati contro il patrimonio culturale. Approvato in prima lettura dalla Camera il 18 ottobre, il provvedimento è stato trasmesso al Senato dove però non è stato ancora calendarizzato. La proposta di legge si propone di riformare le disposizioni penali a tutela del patrimonio culturale, che si trovano oggi contenute prevalentemente nel Codice dei beni culturali, inserendole nel Codice Penale.

La vicenda di Fano. Ormai la storia dell'Atleta di Fano è nota a tutti coloro si interessino di dispute legati e restituzioni nel mondo dell'arte. Pomo della discordia è l'unica statua attribuita allo scultore greco Lisippo, scultore di corte di Alessandro Magno, giunta fino ai nostri giorni; del Lisippo che fu bronzista, restano infatti solo copie romane di statue greche in marmo. La statua è stata rinvenuta nel 1964 al largo della costa marchigiana da pescatori di Fano e, pendenti procedimenti penali in Italia circa la proprietà demaniale del bene, era riuscita a passare per Gubbio, Londra, Monaco di Baviera (1971-1976) fino a ricomparire nel 1977 nella collezione del museo americano Getty . Il museo di Malibù ha acquistato la statua per quasi 4 milioni di dollari, dopo lunghe trattative, nel corso delle quali si prospettò pure l'idea di un acquisto condiviso Getty-Metropolitan Museum. Anche Thomas Hoving, l'allora direttore del Metropolitan Museum di New York , era rimasto affascinato dalla perfezione dell'opera. La statua rimane ancora oggi una delle più pagate della storia, la stima attuale ruota attorno ai 16 milioni di dollari.
Si è fatta aspettare fino al 3 gennaio la motivazione del provvedimento della Corte di Cassazione emesso il 3 dicembre 2018 che rigetta il ricorso presentato dai legali del Getty Museum, i professori A lfredo Gaito ed Emanuele Rimini, e conferma l'ordinanza di confisca dell'Atleta di Fano del giudice dell'esecuzione del Tribunale penale di Pesaro, Giacomo Gasparini, dell'8 giugno 2018.

Il provvedimento della Cassazione. Le motivazioni del provvedimento della Corte di Cassazione italiana, che prendono le mosse dal ricorso di Gaito, punto per punto smontano le prime sette censure della difesa dichiarandole inammissibili. Non c'è alcun difetto di giurisdizione dell'autorità italiana, si legge a pagina 17, altrimenti non si spiegherebbero le precedenti pronunce, anche a favore della difesa. Mai il giudice italiano si è spogliato e disinteressato della controversia. Non c'è neppure un vizio procedurale relativo alla trattazione camerale della prima parte del procedimento e trattazione pubblica della seconda parte poiché si tratta di due fasi di un medesimo iter dove il contraddittorio è stato comunque garantito (p.18). Non c'è stata violazione del principio del ne bis in idem, ossia l'autorità italiana non si è mai espressa sui medesimi elementi già in precedenza valutati (p.19), ma solo su questioni nuove. A detta degli Ermellini ci sarebbe una “palese diversità della oggettività giuridica delle condotte contestate […] in relazione al contenuto della sentenza emessa dalla Corte di appello capitolina nel lontano 1970”. Il provvedimento di confisca è dichiarato inoltre perfettamente legittimo anche in assenza di una sentenza di condanna, la confisca infatti fu richiesta dal pubblico ministero in archiviazione del caso per morte di tutti i correi. Inoltre la fase processuale (dove si trovava il procedimento dinanzi al giudice pesarese) denominata incidente di esecuzione ed opposizione, costituisce la sede ove può essere operato ogni accertamento che si sia reso necessario “comprese valutazioni di opportunità riguardo eventuali richieste di confisca anche in presenza di una sentenza di proscioglimento ovvero di un provvedimento di archiviazione” (p.22).
Dopo aver rimproverato la difesa del Getty di non essersi “adeguatamente confrontat[a]” con quanto già rilevato dalla medesima Corte con l’ordinanza n. 24356 del 2014, i Giudici Supremi hanno ritenuto comunque possibile la tutela della posizione del terzo in buona fede assicurata dal fatto che la misura non possa incidere negativamente nei confronti di questo. Tuttavia la Cassazione ha chiosato ammettendo che ciò non valga per il museo americano definito “non estraneo al reato” e quindi non “esente da colpa”. La Corte ha rilevato, altresì, come la richiesta di informazioni da parte del Getty ad agenti del venditore (“non terzi”) non fosse prova di diligenza, ma una “inspiegabile e ingiustificabile leggerezza” che lascia intravedere la malafede.

Il ministro Bonisoli e le restituzioni

Nella seconda parte della motivazione, da pagina 37, la Corte rigetta le doglianze dell'altro ricorso presentato nell'interesse di Stephen Clark, in qualità di rappresentante del Getty Museum, che lamentava una strumentalizzazione del processo “fittizio” per raggiungere fini altrimenti proibiti. Anche la censura relativa all'applicabilità del diritto americano alla controversia, in luogo di quello italiano, non è condivisa dalla Cassazione poiché il procedimento penale non ha ad oggetto l'astratta legittimità del titolo di acquisto della statua da parte del Getty Museum.
Per la Suprema Corte “non vi è dubbio che la statua dell'atleta vittorioso, il cui rinvenimento la ha condotta ad essere portata all'interno del territorio nazionale”, costituisca “parte del patrimonio artistico dello Stato” (pp. 39-40).
Confutando ogni presunta violazione del giusto processo ricorribile davanti alla Corte Europea di Strasburgo, la Cassazione ha anche ribadito come il provvedimento di confisca miri prioritariamente a ricondurre il Bronzo nell'alveo dei beni nella materiale disponibilità dello Stato in quanto facente parte di quegli oggetti aventi una rilevanza storico-culturale nella formazione della civiltà locale e nazionale.

La strategia italiana. Con il rigetto dei due ricorsi presentati nell'interesse dì Stephen Clark, in qualità di legale rappresentante del J. P. Getty Trust , e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali si chiude una staffetta giudiziaria che va avanti da quasi mezzo secolo. Falliti i tentativi di restituzione per vie diplomatiche, la strada del processo sembrava l'unica percorribile. “Nel 2007, quando l'allora Ministro della Cultura, Francesco Rutelli, aveva strappato il famoso deal a Michael Brand, direttore del Jean Paul Getty Museum, che prevedeva la restituzione volontaria di più di 40 opere sottratte illegalmente dall'Italia, tra cui la celebrata Venere Morgantina, gli accordi erano chiari - ricorda l'avvocato dell'Associazione “ Le Cento Città ”, Tristano Tonnini, - il Getty si riservava circa la restituzione dell'Atleta di Fano attendendo un provvedimento definitivo della Giustizia Italiana che oggi è arrivato”. L'avvocato Tonnini, intervistato, dice di avere improntato la sua strategia processuale su un approccio cauto e sottolinea la grande importanza che la cooperazione tra Le Cento Città, il Pm, Silvia Cecchi, l'avvocato di stato Lorenzo D'Ascia (che ha succeduto l'avvocato Maurizio Fiorilli, “il cacciatore di tesori”), ha avuto per la risoluzione della vicenda. Infatti, prima dell'ultima riapertura del caso gli interventi della Procura della Repubblica e dell'Avvocatura di Stato non avevano mai condiviso un così importante disegno comune.

La risposta del Getty Museum. Già lo scorso dicembre il Getty Museum rilasciava uno statementin cui ribadiva come continueranno a lottare per il loro diritto di proprietà sull'opera (“we will continue to defend our legal right to the statue”). Il Museo elenca tutta una serie di progetti di partenariato con il MIBAC che vanno avanti da oltre quarant'anni, a riprova della sua buona fede. “La Getty Foundation”- racconta il portavoce del museo - “ha sostenuto 137 progetti di sovvenzione sull'arte italiana per un totale di oltre 20 milioni di dollari” e “assegnato più di 500.000 dollari in borse di studio a ricercatori italiani”e ancora “ospitato più di 130 ricercatori, borsisti e stagisti italiani per un costo di oltre 1,3 milioni di dollari”. Il Getty dà numeri anche sugli scambi: sarebbero più di 130 i dipinti, sculture, disegni, fotografie e altre opere d'arte prestati all'Italia dal 1984. Mentre dal 1991 il Getty Research Institute (GRI) ha prestato 70 stampe, disegni, manoscritti e libri rari per mostre in Italia. Inoltre, “il Getty – continua il portavoce – si sta occupando della conservazione di cinque opere italiane di grande pregio artistico, di arte antica e di una raccolta di 37 ex voto dei musei italiani”.

Dalle Marche. Le dichiarazioni del sindaco di Fano, Massimo Seri, non si fanno attendere. In una lettera del 3 gennaio indirizzata al Ministro della Cutura, Alberto Bonisoli, e ai direttori dei musei italiani, Seri chiede di negare qualsiasi prestito al Paul Getty Museum e che venga interrotta ogni forma di collaborazione “fino alla definitiva restituzione dell'Atleta di Fano”. Il messaggio della città Fano è ancora più chiaro in una seconda lettera, in cui il Sindaco Seri risponde all'endorsement ricevuto da Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, ex curatore del Getty Museum di Los Angeles, intervistato dal «Corriere Adriatico» il 24 dicembre 2018: se la statua tornerà, dovrà essere esposta a Fano. Sul punto anche il direttore degli Uffizi si sbilancia definendo le Marche, la regione in cui Fano si trova, la “California d'Italia” perfetta in teoria per ospitare un'opera del genere: “il bronzo sarebbe come la Gioconda di Fano, mentre a Roma sarebbe un capolavoro dell'antichità tra migliaia”. Tuttavia Schmidt ammonisce la città ritenendo necessario che si doti di tutti “i crismi delle tecnologie” necessarie per l'effettiva accoglienza della statua affinché non risenta del dislocamento (la scorsa estate giornali locali avevano parlato di un progetto per la costruzione di un “colosso” sul porto di Fano con le fattezze della statua dell'artista greco, in stile colosso di Rodi; l'idea sembra essere stata abbandonata). Il sindaco di Fano ha immediatamente chiesto al direttore del museo l'appoggio per la creazione di un Manifesto per l'Atleta di Fano che cercherà l'appoggio dell'élite culturale italiana, esperti, istituzioni e cittadini per assicurare la restituzione dell'opera nella città dove fu rinvenuta.

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