il numero uno di Omr e Confindustria lombardia

Bonometti (Confindustria Lombardia) : «Con Marchionne l’Italia è diventata più credibile»

di Luca Orlando

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

«Una garanzia per noi fornitori, per i clienti. Ma in generale direi per il Paese: se l’industria italiana ha aumentato nel mondo la propria credibilità lo deve anche a Marchionne». L’ultimo incontro Marco Bonometti lo ricorda ancora nei dettagli, sono passati solo un paio di mesi. «Stava benissimo - spiega il numero uno di Omr e presidente di Confindustria Lombardia - e ci siamo anche messi a scherzare sui nostri piccoli acciacchi quotidiani, del mal di schiena che affligge entrambi». Parentesi, all’interno di meeting in cui si pianificavano commesse pluriennali, legate ai nuovi modelli in cantiere per i brand del gruppo.

«Chi lo accusa di aver dato poco spazio all’Italia - spiega Bonometti - non sa di cosa parla. E del resto basta guardare i numeri, con la produzione nazionale di veicoli tornata sopra il milione di unità, quasi il doppio rispetto ai minimi della crisi. Certo, oggi Fca è un gruppo internazionale. Ma quello che si può dire è che Marchionne abbia sfruttato l’opportunità statunitense con Chrysler per rilanciare l’industria italiana dell’auto».

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Un recupero avviato sul piano industriale, con la finanza a rappresentare solo un corollario. «Oggi - spiega - la forza di un costruttore è anche nella sua rete di fornitura e Marchionne ha saputo convincere tutti noi ad investire, conquistando credibilità non a parole ma con i fatti. Pur non avendo esperienza nell’auto aveva una grande visione del mercato, una visione d’insieme, la capacità di essere un direttore d’orchestra» . Ma la forza dirompente di Marchionne, per Bonometti è stata soprattutto visibile in termini culturali, nel voler seguire nuove strade, nell’addio all’approccio consolidato nei confronti del sindacato. «Nel chiedere nuove regole e nuovi contratti - chiarisce - Marchionne ha fatto capire agli italiani che con il modello in vigore eravamo semplicemente fuori mercato. Ci ha fatto conoscere il mondo facendo fare all’intera industria un salto di qualità».

Svolta per nulla soft, effettuata con modalità forse ruvide, anche se il “faro” era sempre uno solo: il cambiamento. «Leggendo i commenti posso capire le visioni diverse, è naturale. Quello che trovo ingiusta e in qualche caso indegna è la critica a 360 gradi, assoluta. Marchionne, va detto, ha cambiato un poco anche l’Italia, infondendo nell’impresa la fiducia di poter vincere qualsiasi sfida». E ora? La nomina di Mike Manley alla guida operativa rispetta l’indicazione già nota di una soluzione interna, anche se dopo le dimissioni di Altavilla il “peso” manageriale della componente italiana è fortemente ridimensionato. «Certo, avere una guida italiana sarebbe stato auspicabile e avrebbe fatto piacere a tutti - aggiunge Bonometti - ma ad ogni modo le linee guida per i prossimi anni in fondo sono già state tracciate. La garanzia maggiore penso possa venire poi dallo stesso Elkann, che ha lavorato a lungo con Sergio e ha saputo recepire i suoi messaggi».

Nel business di Omr, multinazionale da 3500 addetti e 700 milioni di ricavi, il peso del gruppo Fca è certamente rilevante (circa il 30% del fatturato), con progetti che si sviluppano su più brand. «Ricordo numerosi incontri in cui Marchionne davanti ai costruttori tedeschi continuava a difendere Alfa Romeo, spiegando che mai l’avrebbe venduta, neanche a peso d’oro, essendo un simbolo chiave del made in Italy. Era poi entusiasta di Ferrari. È stato lui a convincermi ad investire molto qui e io credo che quei progetti andranno avanti, la strategia per i prossimi anni è definita».

Certezze che si innestano però su un grande vuoto, inevitabile, quando un manager di una così forte personalità viene meno. «Marchionne ha preso in mano Fiat quando tutti ne stavano alla larga - spiega - e l’ha resa un gruppo globale. Quando diceva di voler produrre in Italia i prodotti di fascia alta nessuno ci credeva e lui lo ha fatto, convincendo noi fornitori ad investire. Ho sentito tanti miei colleghi, siamo tutti mortificati. Solo ora sto metabolizzando l’importanza di una persona come lui. E mi sento orfano».

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