IL PARADOSSO

Bonus alle assunzioni dei 110 e lode? Ecco perché rischia di fare flop

di Alberto Magnani


Sgravi fino a 8mila euro per assumere laureati «110 e lode» e dottori di ricerca

3' di lettura

Nella sua ultima versione, la manovra Lega-Cinque stelle contiene una misura ad hoc per l’assunzione di «giovani eccellenze» in uscita dai nostri atenei. I datori di lavoro possono beneficiare di un esonero dei contributi fino a 8mila euro per 12 mesi quando (e se) mettono sotto contratto due categorie: da un lato i dottori di ricerca di età inferiore ai 34 anni, dall’altro i laureati che hanno conseguito il titolo magistrale con un voto di 110 e lode. La valutazione dovrebbe bastare a garantire «l’eccellenza» del neoassunto, se non fosse per almeno due cortocircuiti. In primo luogo la distribuzione dei voti varia in maniera anche notevole a seconda di collocazione geografica dell’ateneo e gruppo disciplinare. Se si guarda al totale di laureati, triennali e magistrali, la quota di neo dottori del centro-sud con il massimo dei voti tende a superare in media circa dall’8% al 10% quella dei colleghi iscritti al Nord. Nord. In secondo luogo non è detto che le cosiddette «eccellenze» trovino margini di crescita nelle imprese italiane. Con o senza bonus.

Perché è difficile stabilire cosa voglia dire «eccellenza»
Iniziamo dalla discrepanza dei voti di laurea a seconda di regione e gruppo disciplinare. Secondo Almalaurea, un consorzio che raggruppa oltre 70 atenei in Italia, nel 2017 si sono contati un totale di 44.422 laureati magistrali (biennio o ciclo unico). La quota dei 110 e lode è pari in media al 38,1% del totale, ma l’asticella varia in base alla collocazione geografica dell’ateneo: il 33,3% al Nord, sotto di 7,6 punti percentuali rispetto al Mezzogiorno (dove le lodi vanno al 40,9% dei candidati) e di quasi 10 punti rispetto al Centro Italia (42,9%). Uno scarto che si ripresenta anche fra gruppi disciplinari, con un divario evidente fra la media di «eccellenti» in uscita fra vari corsi di laurea. I neodottori magistrali in ingegneria, ad esempio, centrano il massimo dei voti solo nel 30,9% dei casi: circa la metà degli standard del gruppo letterario (60,4%) e di medicina (60,5%).

Da cosa dipende il doppio gap, territoriale e disciplinare? È la stessa Almalaurea a chiarire che il divario valutativo non dipende in maniera univoca né dalla qualità dei docenti né dalla preparazione degli studenti. Tra i fattori che possono incidere sul voto finale, spiega Almalaurea, ci sono semmai «le caratteristiche all’ingresso, l’efficacia della didattica e la prassi valutativa, a volte più generosa, a volte meno». In altre parole: in alcuni dipartimenti (e in alcune regioni) la media delle valutazioni per esame può essere più elevata o inferiore rispetto ad altri ambiti disciplinari, per motivi che vanno dal background di provenienza dei candidati a prassi valutative rodate in un certo settore disciplinare. Esistono criteri di discrezionalità e variabilità del voto che rendono difficile stabilire in maniera esatta cosa significhi «eccellenza».

Ma c’è davvero lavoro per i super-laureati?
Al di là delle definizioni, il bonus della manovra rischia di scontrarsi sull’offerta di lavoro per le stesse «eccellenze» che dovrebbero essere favorite dalla misura. Il datore di lavoro può trarre vantaggio dalla decontribuzione, ma la domanda è quanto il profilo di un laureato con 110 e lode sia compatibile con le posizioni offerte nel nostro Paese. In un’economia dominata da imprese di taglia piccola e micro, le competenze maturate nei propri corsi di studio potrebbero - paradossalmente - indebolire l’appetibilità di un laureato. «È già successo che si provasse a “iniettare” laureati nelle imprese. Ma è stato un fallimento», dice Emilio Reyneri, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro Università di Milano-Bicocca. «In un tessuto di imprese così piccole, gli imprenditori si rivolgono a canali più informali per scegliere risorse. E spesso un laureato rischia di non servire, anche perché il tasso di istruzione medio è tra i più bassi». In seconda battuta, dice Reyneri, l’incentivo “puro” trascura i meccanismi di selezione adottati dalle aziende. Un laureato con 110 e lode non offre, necessariamente, caratteristiche migliori rispetto a quello di un collega con un voto inferiore. «Se uno ha bisogno di un ingegnere - dice - Si prende l’ingegnere anche se è uscito con 95. E non l’economista laureato con lode».

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