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Bonus casa, record di bonifici nel 2022: già pagati lavori per circa 14 miliardi

Le ritenute riversate dalle banche all’Erario indicano una spesa di 14 miliardi da gennaio a maggio, che potrebbero diventare 48,9 a fine anno. Sul futuro degli investimenti pesano le incertezze sulle proroghe e sulla ripartenza del mercato delle cessioni dei crediti dopo i decreti Aiuti

di Cristiano Dell'Oste e Giuseppe Latour

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4' di lettura

Il 2022 si avvia a diventare l’anno record dei bonus fiscali per i lavori in casa. Lo dimostrano le ritenute sui bonifici “tracciabili” effettuate dalle banche e riversate all’Erario: da gennaio a giugno hanno raggiunto 1,7 miliardi, la cifra più alta da quando sono state introdotte (1° luglio 2010). Per fare un confronto – secondo le statistiche delle Finanze sulle entrate tributarie – tra il 2016 e il 2019 l’importo riversato dagli istituti di credito è sempre stato intorno a 1,8-1,9 miliardi. Ma in tutto l’anno, non in un semestre.

Tenendo conto che le ritenute di gennaio si riferiscono a bonifici di dicembre, si può calcolare che nei primi cinque mesi di quest’anno famiglie e condomìni abbiano pagato lavori agevolati per circa 14 miliardi. Anche qui siamo di fronte a un record. Da gennaio a maggio del 2019 – prima del Covid, del bonus facciate e del superbonus – ci si era fermati a 7,9 miliardi. Quasi la metà.

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IL TREND
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Proiettando i 14 miliardi dei primi cinque mesi su tutto il 2022, si può ipotizzare che al 31 dicembre i pagamenti tracciabili per lavori agevolati avranno raggiunto 48,9 miliardi. Una stima plausibile, dal momento che il principale serbatoio di lavori in questa fase (il 110%) continua a far segnare investimenti record. Ma, al di là delle incognite legate a qualsiasi previsione, bisogna dire che ormai il termometro delle ritenute non basta più – da solo – a misurare la febbre del mercato. L’ha spiegato bene il Cresme nel rapporto presentato alla Camera il 9 dicembre scorso: «Con l’introduzione dello sconto in fattura e della cessione del credito (contemplati non solo per il superbonus, ma anche per altre forme agevolative), spesso i “bonifici parlanti” effettuati presso banche e Poste non servono più e pertanto, non essendo effettuati, non rientrano nella rilevazione delle ritenute d’acconto nel capitolo delle entrate tributarie». Ad esempio, quando un’impresa fa lo sconto in fattura su un intervento agevolato dal 110%, il committente non paga nulla (e la banca non fa versamenti all’Erario). Discorso diverso, invece, quando il privato salda il conto al fornitore e poi cede il credito d’imposta a una banca: in quell’ipotesi il primo pagamento subisce regolarmente la ritenuta.

L’effetto ombra delle cessioni

Come ha rilevato il Cresme, non esistono dati ufficiali sulle opzioni di sconto in fattura, né su quelle di cessione. L’Enea, che raccoglie le pratiche di superbonus in versione “eco”, monitora il valore dei lavori asseverati, ma non distingue le modalità di fruizione. Il Cresme, comunque, ha stimato che nel caso del superbonus lo sconto e la cessione siano nettamente prevalenti sull’uso diretto della detrazione in dichiarazione. Per il bonus facciate, invece, l’uso diretto sarebbe più o meno pari alla monetizzazione del tax credit. Mentre il bonus ristrutturazioni e l’ecobonus sarebbero ancora sfruttati soprattutto con il recupero decennale in dichiarazione dei redditi.

Pur con tutte queste cautele, qualche ragionamento lo si può fare. Secondo l’Enea, tra gennaio e maggio di quest’anno sono stati ultimati investimenti agevolati dal 110% per 14,4 miliardi. Se almeno un terzo di questa cifra fosse coperta dallo sconto in fattura, vorrebbe dire che ai 14 miliardi di pagamenti tramite bonifici tracciabili rilevati dalle Finanze ne vanno aggiunti altri 4-5. Ma probabilmente si pecca per difetto. E comunque bisognerebbe aggiungere gli sconti in fattura applicati sul superbonus antisismico e sui bonus casa ordinari.

Le incertezza della manovra 2023

Se il 2022 sembra avviato a passare alla storia come un anno record, su quanto succederà dopo pesano diversi fattori di incertezza. Il più rilevante è legato a cessioni dei crediti e sconti in fattura: si tratta di due meccanismi che, dopo una fase di euforia, sono arrivati al limite. Molti dei soggetti che avevano alimentato questo mercato (banche in testa) hanno deciso di fermare o rallentare gli acquisti. Difficile che le spese legate a bonus edilizi possano tenere un ritmo così elevato senza un mercato delle cessioni in salute.

I due decreti Aiuti sono intervenuti per facilitare la possibilità che le banche acquirenti rivendano i crediti d’imposta ai propri correntisti, ma l’efficacia di queste misure potrà essere misurata solo dopo l’estate.

C’è, poi, la questione delle proroghe, che si porrà con la manovra 2023. Il Governo Draghi aveva impostato un percorso di graduale riduzione dei bonus, confermando fino al 2024 quelli ordinari (50% ed ecobonus). Ma ora si tratta di vedere cosa farà il nuovo esecutivo, che dovrà prendere posizione innanzitutto sulle altre detrazioni. Il bonus facciate, infatti, è al momento destinato a morire a fine anno. Mentre il superbonus sconterà la chiusura, sempre nel 2022, degli interventi per le abitazioni indipendenti e quella, a fine 2023, delle agevolazioni al 110% per i condomìni e i piccoli edifici (dal 2024 caleranno al 70%, per poi scendere al 65% nel 2025). Tutti fattori che rallenteranno l’avvio di nuovi cantieri.

La serie storica dei bonifici dimostra che il picco annuale dei pagamenti si concentra sempre a fine anno ed è spesso alimentato dal timore di mancate conferme delle agevolazioni. Memorabile la corsa al bonus facciate di fine 2021 e quella – che alcuni addetti ai lavori ancora ricordano – di fine 2013 per l’ecobonus al 65 per cento. La storia, allora, potrebbe dirci che andiamo verso un’altra corsa ai bonifici cui potrebbe seguire il fisiologico calo di gennaio (da sempre, il mese meno intenso, con agosto). Oltre questo orizzonte, tutto dipenderà dalla generosità dei bonus e dalla funzionalità della cessione dei crediti.

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