Le inchieste

Bonus edilizi fittizi, nelle maglie dell’inchiesta i fiscalisti compiacenti

Commercialisti coinvolti per aver trasmesso le fatture fittizie alla piattaforma Entrate

di Ivan Cimmarusti

Bonus edilizi, come ristrutturare casa

2' di lettura

Il professionista del fisco che comunica all’agenzia delle Entrate crediti d’imposta fittizi per bonus edili può essere accusato di falsa fatturazione, punita con la reclusione da quattro a otto anni. L’ipotesi dei pubblici ministeri di Roma e di Perugia, confermata dal giudice per l’indagine preliminare e dal tribunale del Riesame, è già stata contestata a professionisti finiti nelle maglie degli accertamenti di tre distinti procedimenti. Secondo l’impostazione formulata nella fase preliminare - che dunque attende un riscontro dalla legittimità - la trasmissione telematica all’Agenzia è da sanzionare con l’articolo 8 del Dlgs 74 del 2000. Il rischio di un coinvolgimento del professionista, anche se estraneo alla truffa in senso stretto, è concreto. Nella ricostruzione investigativa consultabile nei documenti giudiziari, i professionisti «emettevano documenti aventi valore analogo alle fatture per operazioni inesistenti», rappresentati dai «modelli di comunicazione di cessione del credito trasmessi telematicamente all’agenzia delle Entrate attraverso la procedura web».

Nel mirino il ruolo dei commercialisti

Stando all’impostazione accusatoria, dunque, esiste una «equivalenza del documento informatico, costituito dall’inserimento della transazione relativa alla cessione sul portale della “Piattaforma cessione crediti”», delle Entrate, «alla fattura per operazione inesistente». Nel dettaglio, continuano i magistrati, «la particolarità è costituita dalla natura informatica del documento, ma certamente risulta intuitiva l’equivalenza rispetto al tradizionale documento denominato “fattura” posto che l’inserimento nel portale costituisce traduzione informatica della sottostante negoziazione, laddove il bene ceduto è un credito di imposta, del tutto inesistente».

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Ma la giurisprudenza non è univoca

Come ha già avuto modo di raccontare il Sole 24 Ore del Lunedì (si veda l’edizione del 10 gennaio scorso), in base all’articolo 1 del Dlgs 74/2000 (lettera a) per «fatture o altri documenti per operazioni inesistenti» si intendono le fatture o gli altri documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie. Quindi affinché le comunicazioni alla Piattaforma web possano essere classificate alla stregua di un documento inesistente con conseguente rilevanza penale, occorre stabilire se esse abbiano «rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie» rispetto alle fatture. Si tratta, dunque, di capire se l’emissione di false fatture possa essere contestata solo alla ditta che esegue i lavori fittizi o anche al professionista che cura la successiva comunicazione via web all’Agenzia. Allo stato, però, la giurisprudenza non risulta del tutto univoca.

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