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Bonus per i televisori a rilento. Rischi sul passaggio alla seconda fase del digitale

A marzo su 22,1 milioni di famiglie con piattaforma digitale terrestre, quelle che possedevano almeno un apparato in grado di ricevere trasmissioni Dvb-T2 erano 9,39 milioni ovvero il 42,4%

di Andrea Biondi e Carmine Fotina

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A marzo su 22,1 milioni di famiglie con piattaforma digitale terrestre, quelle che possedevano almeno un apparato in grado di ricevere trasmissioni Dvb-T2 erano 9,39 milioni ovvero il 42,4%


4' di lettura

Il tema è quello di arrivare puntuali all’appuntamento. E se è vero che c’è ancora tempo prima dell’1 luglio 2022, momento in cui si spegnerà il digitale Tv ora in uso (Dvb-T) per passare al digitale televisivo di seconda generazione (Dvb-T2), è altrettanto vero che i numeri di sostituzione degli apparecchi vanno fin troppo a rilento. E nel mondo dei broadcaster inizia a serpeggiare l’allarme. Perché il timore di non avere ai blocchi di partenza l’intera platea di spettatori è quello che veramente fa tremare i polsi.

La sostituzione al ralenti

I dati dell’operazione che dovrebbe traguardare alla sostituzione degli apparecchi televisivi (con bonus fino a 50 euro che spettano alle famiglie con Isee fino a 20mila euro) per ora mostrano plasticamente la difficoltà di fare breccia tra gli utenti. Su una disponibilità complessiva di 151 milioni di euro, stando ai dati Mise visionati dal Sole 24 Ore l’importo utilizzato al 16 settembre era di 9,8 milioni – il 6,5% del totale – per 196.644 contributi. In particolare, è stato agevolato l’acquisto di 175.508 televisori e di 21.136 decoder, di cui 18.886 abilitati alla piattaforma terrestre e 2.250 solo satellitari. Che i numeri siano bassi lo testimoniano i dati della ricerca della Fondazione Ugo Bordoni elaborata lo scorso marzo: su 22,1 milioni di famiglie con piattaforma digitale terrestre, quelle che possedevano almeno un apparato in grado di ricevere trasmissioni Dvb-T2 erano 9,39 milioni ovvero il 42,4% mentre quelle non ancora pronte erano 12,77 milioni quindi il 57,6 per cento.

La sequenza mensile dei bonus erogati mostra l’incidenza del periodo di lockdown e segnali di ripresa nelle ultime settimane, ma è evidente che per colmare il gap serva un’accelerazione imponente. Nel periodo immediatamente seguente la partenza degli incentivi, tra il 18 e il 31 dicembre 2019, sono stati utilizzati 7.124 contributi. A gennaio 2020 si è passati a 19.269, poi 23.789 a febbraio. A marzo e aprile, in pieno lockdown, sono stati appena 11.617 e 9.767 rispettivamente. Da maggio una risalita: 24.636, poi 30.839 a giugno, 27.584 a luglio, 27.356 ad agosto e 14.663 nella prima metà di settembre. «I broadcaster stanno rispettando i tempi, ma stanno emergendo criticità, ad esempio sulla rottamazione delle frequenze per le tv locali perché mancano criteri e certezze per gli indennizzi. E procede molto lentamente la sostituzione degli apparecchi nelle famiglie e questo richiede una più pressante ed efficace campagna di comunicazione istituzionale verso i cittadini», afferma Franco Siddi, presidente di Confindustria Radio Televisioni.

La campagna di comunicazione

Al di là di questi dati, per quanto riguarda ipotesi di rinvii della scadenza di giugno 2022, dal ministero dello Sviluppo economico (Mise), dove a coordinare la partita è la sottosegretaria Mirella Liuzzi (M5S), filtra cautela. Nessuna richiesta di un rinvio è stata formalizzata – è il concetto – e comunque bisognerà muoversi entro i confini della direttiva della Commissione europea. Con gli stessi operatori peraltro il Mise ha concordato alcuni passaggi, come una nuova indagine della Fondazione Bordoni i cui risultati saranno pronti a novembre e una campagna di comunicazione molto aggressiva per ricordare agli utenti la scadenza e la disponibilità degli incentivi per tv e decoder. Prima della pausa estiva il Mise ha consultato gli stessi operatori sui messaggi chiave della campagna, che partirà verso fine anno e andrà per il 40% su spazi televisivi per il 35% sui giornali, per il 15% in radio e per il 10% con altri mezzi a partire dal web.

La partita sulle frequenze

Intanto sta proseguendo il lavoro a monte, sulle frequenze. Un percorso necessario visto che tutta l’operazione discende dal passaggio della “banda 700” dalla tv alla telefonia. Quelle frequenze andranno liberate dal 2022 e da qui l’operazione passata attraverso due leggi di Bilancio (per il 2018 e per il 2019) e un Piano nazionale di assegnazione delle frequenze (Pnaf) fatto nel 2018 da Agcom e rivisto l’anno successivo. In estrema sintesi, il legislatore ha pensato di compensare questa perdita di frequenze per la tv impostando tutto il processo di riassetto del sistema radiotelevisivo su un salto tecnologico. E qui si arriva al digitale terrestre di seconda generazione Dvb-T2.

Ma il processo si regge anche sul passaggio a un sistema di codifica più avanzato, come Hevc o Mpeg4. Risultato? I multiplex (le infrastrutture che “contengono” le frequenze) che gestivano fino a 6 canali ora potranno gestirne fino a 40. Il riassetto delle frequenze prevede così la riduzione da 20 (5 di Rai; 5 di Mediaset; 5 di Persidera e 1 ciascuno per Cairo Network, Pdbs di Costantino Federico, Prima Tv di Tarak Ben Ammar, H3G ed Europa Way di Francesco Di Stefano) a 12 multiplex nazionali, di cui 2 però attribuiti con procedura onerosa.

Agcom ha concluso il 16 settembre le consultazioni ed entro metà ottobre invierà al Mise le regole sulle quali il Ministero dovrà costruire il disciplinare di gara. Sul punto già si sa che la Cairo Network si appresta a dare battaglia con ricorsi. Urbano Cairo ha acquisito un multiplex nel 2014 per 31,6 milioni di euro. Ora il meccanismo rischia di togliere metà Mux (il criterio di conversione dimezza la capacità trasmissiva per tutti gli operatori di rete) ma Cairo non ci sta dopo aver pagato per quel suo Mux partecipando a una gara. E in questo quadro restano ancora da mettere nero su bianco i criteri di indennizzo per le tv locali, per le quali è stata invece prevista una rottamazione coperta da indennizzo. Di tempo fino al 2022 ce n’è, ma accelerare inizia ad apparire sempre di più come un imperativo.

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