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Bonus talenti al Sud, il caso del doppio binario tra calcio e altri settori

di Carmine Fotina


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3' di lettura

Un’impresa sportiva del Mezzogiorno è meno meridionale di una che produce tubi o conserve di pomodoro? La domanda, per quanto paradossale possa sembrare, nasce dalla lettura dell’emendamento presentato al decreto crescita per equiparare a livello nazionale il “bonus talenti” nel caso in cui si applichi a società sportive professionistiche. In sostanza, se l’emendamento presentato dai relatori Giulio Centemero (Lega) e Raphael Raduzzi (M5S) in commissione Bilancio e Finanze della Camera sarà approvato nell’attuale formulazione, si avrà un insolito doppio binario: vantaggio fiscale più alto per le imprese del Sud rispetto a quelle del Nord in tutti i settori tranne uno, lo sport, dove sarà identico (e ridotto).

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Infatti il “bonus” fiscale, inizialmente fissato nel 70% al Centro-Nord e nel 90% al Mezzogiorno, scenderà per tutte le imprese sportive al 50%. E, visti i movimenti del calciomercato già iniziati nelle ultime settimane, a rifarsi i conti sono soprattutto i club di serie A. In primis il Napoli, che starebbe sondando dei “top player” pensando anche di beneficiare della leva fiscale.

I rischi del doppio binario
La norma, così configurata, potrebbe lasciare spazio a ricorsi. D’altronde rappresenta un precedente raro se non unico nella casistica del “fisco di vantaggio” che nel caso del Mezzogiorno tradizionalmente non distingue tra settori economici, anche alla luce delle regole europee. Una società sportiva professionistica impiega unità occupazionali sul territorio meridionale al pari di un’azienda manifatturiera o dei servizi e nello stesso ambito territoriale genera ricadute in termini di servizi e attività legate al marketing, ad esempio.

La norma nel dettaglio
Il decreto crescita, nella versione pubblicata in Gazzetta ufficiale lo scorso 30 aprile, era intervenuto sul regime dei cosiddetti “impatriati”, ovvero lavoratori che trasferiscono la residenza in Italia a partire dal 2020, prevedendo la riduzione dell’imponibile del 70% con una maggiorazione nel caso del Sud (90%).

In sostanza per questi lavoratori, veniva stabilito che il reddito di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotto concorresse alla formazione del reddito complessivo Irpef nella misura solo del 30% del proprio ammontare (del 10% se la residenza viene trasferita in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia). Una condizione imprescindibile è che i lavoratori non siano stati residenti in Italia nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento e si impegnino a risiedere in Italia per almeno due anni.

La misura, con relativa differenziazione a favore delle aree svantaggiate del Paese, era stata pensata per attrarre ricercatori, talenti, manager ma si presta anche alla contrattualizzazione di calciatori stranieri.

L’assist ai club con proprietà straniera
E così, in tempo di calciomercato, spuntano anche letture meno “tecniche” della misura. In Parlamento c’è ad esempio chi l’ha definita “norma anti Napoli” alludendo al blocco dei grandi club del Nord che non gradirebbero un vantaggio fiscale più alto per il club campano, l’unica società meridionale della serie A che naviga nelle prime posizioni (da quest’anno nella massima competizione oltre a Napoli e Cagliari ci sarà anche il Lecce a rappresentare il Sud). Tanto più che la norma a cui hanno lavorato anche gli uffici del sottosegretario di Palazzo Chigi con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti (Lega), potrebbe rivelarsi un vero autogol nella misura in cui – rispetto alla versione originaria, quindi alla distinzione tra Nord e Sud – riduce il vantaggio fiscale per club con proprietari italiani e fornisce un assist indiretto a proprietà straniere (Inter, Milan, Roma, Fiorentina, Bologna).

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