Occupazione americana

Boom del lavoro Usa prima del coronavirus: 273.000 nuovi posti a febbraio

I dati hanno battuto le previsioni ma riflettono sondaggi tra aziende e cittadini effettuati nelle scorse settimane, prima dell’esplosione dell’epidemia

di Marco Valsania

Un cartello celebra il raggiungimento del target di 3 milioni di auto prodotte nell’impianto di Gm a Lansing, Usa

2' di lettura

NEW YORK - L’economia americana in febbraio ha creato 273.000 posti di lavoro, molti più del previsto, e il tasso di disoccupazione è scivolato di 0,1 punti percentuali ai minimi del 3,5 per cento. I salari hanno mostrato un incremento dello 0,3%, pari a un aumento annuale del 3 per cento.

Ma se i dati indicano la continua solidità dell’espansione degli Stati Uniti nel primo scorcio dell’anno, quella tenuta precede l’aggravarsi dell’epidemia globale di coronavirus e il contagio anche nel Paese che oggi allunga crescenti ombre sul futuro della crescita.
Le ripercussioni del Covid-19 su molti settori potranno essere valutate soltanto nei dati di marzo, in uscita all’inizio del mese prossimo. Davanti a questa nervosa attesa è difficile che i mercati, in preda a elevatissima volatilità e ribassi, vengano davvero rassicurati dalle ultime statistiche, nonostante siano state migliori delle previsioni.

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Meglio delle previsioni
Gli analisti, più in dettaglio, per febbraio avevano previsto in media la creazione di 175.000 buste paga, già passo significativo considerando che ne bastano centomila per tenere ai minimi la disoccupazione a fronte delle tendenze demografiche americane. Il tasso di senza lavoro era atteso invariato al 3,6 per cento. In gennaio erano stati creati 225.000 impieghi. Negli ultimi tre mesi, grazie al nuovo exploit, la media delle buste paga create è salita a 243.000 rispetto alle 178.000 dell’intero 2019.

I numeri, come indicato, non riflettono però la nuova, grande incognita dell’impatto economico del coronavirus. I sondaggi tra aziende e cittadini dai quali sono ricavati i dati del mese scorso sono avvenuti tre settimane or sono, prima dell’escalation dell’epidemia o pandemia in molti Paesi - i casi hanno ormai raggiunto i centomila - e della sua diffusione negli Stati Uniti. Numerosi analisti temono ripercussioni in arrivo, anche quando si tratta di posti di lavoro: il settore manifatturiero risente di carenza di componenti e blocchi del commercio, l’ospitalità e il retail di nuova cautela tra i consumatori, le compagnie aeree e di viaggi di cancellazioni di eventi, di mancati spostamenti di lavoro e di vacanze rinviate. Un segno dell’assenza ancora di impatto il mese scorso era giunto dalle richieste di sussidi di disoccupazione, che nell’ultima settimana sono in realtà diminuite di 3.000 unità a 216.000.

Le mosse preventive della Fed
La Federal Reserve, preoccupata per un inevitabile effetto dell’epidemia, ha fatto scattare martedì scorso un taglio d’emergenza di mezzo punto percentuale nei tassi di interessi statunitensi, il primo del genere dal 2008, indicando che il «coronavirus pone rischi in evoluzione per l’attività economica». E ha lasciato la porta aperta a nuovi tagli fin dal suo vertice di metà marzo.

In febbraio, tra i settori che hanno registrato la maggior crescita di occupazione, si sono contati i servizi sanitari, la ristorazione, le costruzioni e anche il pubblico impiego. Lo spettro di una crisi e forse di una recessione causata dal Covid-19 è tuttavia oggi sotto gli occhi di molte imprese.

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