ha vinto il premio del pubblico bnl

Borg McEnroe: il tennis (e che tennis) come metafora della vita

di Eugenio Bruno


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(omaggio)

3' di lettura

Aveva ragione Antonio Monda quando nel presentare il programma della Festa del cinema di Roma aveva indicato nello sport uno dei protagonisti principali di questa dodicesima edizione. E, dopo il doppio succulento antipasto rappresentato dall’incontro ravvicinato con il leggendario coach di basket Phil Jackson e dal documentario Love means zero sulla controversa carriera del maestro di tennis Nick Bollettieri, è stata servita la portata principale: Borg McEnroe. Una scelta riuscita a giudicare dalla resa filmica (e anche dall’accoglienza del pubblico, che gli ha assegnato il Premio Bnl) del terzo lungometraggio diretto dal danese Janus Metz. Che fa della rivalità - sfociata poi in amicizia - tra i due celebri tennisti e della storica finale di Wimbledon del 1980 un'epopea dello sport e della vita. Riuscendo anche nel tentativo tutt'altro che scontato di rendere avvincente un genere tradizionalmente ostico come il biopic. Più il personaggio sullo schermo è celebre spesso più è difficile trovare una chiave di lettura originale che renda tale il prodotto.

Borg McEnroe - Trailer

La grandezza dei personaggi reali non oscura quelli sullo schermo
Diciamo subito che Borg McEnroe invece ci riesce. Quello che poteva essere un boomerang - e cioè la scelta di due monumenti del tennis mondiale come il più forte giocatore da fondo campo della storia (lo svedese) e il maggiore esponente del rivoluzionario serve and volley (l’americano) - si rivela un punto di forza del film. Difficile trovare una persona nata a cavallo tra gli anni ‘60 e i ‘70 e appassionato di tennis che non abbia sognato di diventare almeno per un giorno uno dei due protagonisti. Così diversi nel look, nella tecnica, nel carattere, nelle scelte di vita per non rivelarsi un fantastico Giano bifronte della racchetta. L’uno lo specchio dell’altro. Preciso fino a sfiorare il limite della maniacalità Borg, irascibile fino a superare le vette dell'irriverenza McEnroe: così diversi eppure così uguali. Entrambi avevano sviluppato due modalità opposte (tenere tutto dentro, il primo; esternare ogni emozione, l'altro) per raggiungere il medesimo fine: restare sempre concentrati sul “pezzo” in uno sport che è prima di testa che di braccio. Con i risultati che si conoscono: Borg conquistò 11 tornei del Grande slam e fu numero uno per quasi quattro anni consecutivi salvo abbandonare i campi da gioco nel 1981 a soli 26 anni, McEnroe ne vinse invece sette e rimase anche lui per un quadriennio ai vertici del ranking mondiale dopo aver scavalcato proprio il rivale.

La strada per il successo, nella vita e nello sport, non è mai unica
Ben diretto - con un’alternanza sapiente tra inquadrature strette (e mosse grazie alla camera mano) e sequenze larghe (e ferme per dare profondità non solo ai colpi ma anche alla storia) - e ben montato - con un montaggio alternato che amplifica il collegamento tra il passato e il presente dei due protagonisti - il film sfrutta anche lo stato di grazia dei suoi interpreti principali: Sverrir Gudnason ha una somiglianza fisica impressionante con Björn Borg mentre Shia LaBeouf riesce a replicare quasi alla perfezione i tic e gli sbotti d'ira che hanno reso celebre John McEnroe almeno quanto il suo servizio spalle alla rete. A guadagnarne è il ritmo. Aanche se tutti sanno come finì quella celebre finale la tensione sullo schermo cresce infatti punto dopo punto. E set dopo set. Perché lo scontro che sta andando in scena sull’erba del campo centrale londinese non vede protagonisti solo due atleti. Ma due modalità diverse di approcciare l'esistenza. A dimostrazione di come la strada che porti alla riuscita, nello sport come nella vita, non sia unica. Laddove è unica la necessità di passare necessariamente attraverso la resa dei conti con se stessi. E valicare la propria linea d'ombra che non è solo anagrafica, ma anche caratteriale, personale, professionale. Tutti questi pregi possono farci considerare veniale un’imperfezione che si verifica nell'ultima parte del film quando alla fine di quel celebre quarto set finito 18-16 il tabellone inquadrato sullo sfondo reca in maniera sbagliata il punteggio del primo. Un errore di gioventù forse prima ancora che di edizione.

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