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Scurati: «Borghesia umiliata e avversione alle élite, le similitudini pericolose»

L’autore che ha vinto lo Strega con«M» e venduto 250mila copie, nella via dove abitò Mussolini a Milano, ragiona sul presente

di Paolo Bricco


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6' di lettura

«Ricordo perfettamente il brivido e la vertigine che ho provato in quel momento. Erano il brivido e la vertigine del romanziere che si accorge che c’è una materia narrativa inedita. Mi trovavo a casa. Stavo lavorando a Il tempo migliore della nostra vita, il libro che ho dedicato a Leone Ginzburg, l’intellettuale arrestato per la prima volta nel 1934 dal regime fascista, mandato nel 1940 al confino e morto nel 1944 nel carcere di Regina Coeli per le torture subite dai nazisti. Stavo guardando al computer un filmato dell’Istituto Luce su Benito Mussolini che parlava dal balcone di Piazza Venezia. E, all’improvviso, mi sono detto: ma questo, ma tutto questo, nessuno lo ha mai raccontato dal punto di vista, con il linguaggio e con le logiche del romanzo».

Antonio Scurati è l’autore di M. Il figlio del secolo, romanzo di formazione su Benito Mussolini, il socialista direttore dell’Avanti! che - passando attraverso la Prima guerra mondiale e la divisione fra neutralisti e interventisti, il liquefarsi delle classi dirigenti liberal-giolittiane e la crisi economica, gli impulsi generati dalla Rivoluzione d’Ottobre e la violenza del Biennio Rosso - abbandona il socialismo per fondare il Fascismo o, meglio, per catalizzarlo e dare a esso un ordine politico e ideologico. Con questo libro, Scurati ha ottenuto il riscontro della critica letteraria - che ha riconosciuto in lui una voce originale e mimetica, in grado di adattarsi e di dare vita a una personalità tragica e polimorfa come Mussolini - e che ha avuto il successo del pubblico, con 250mila copie vendute e traduzioni in corso in 35 Paesi. Due linee che si sono intersecate con la vittoria al premio Strega.

Siamo alla Belle Aurore, in via Giuseppe Abamonti, non lontano da Porta Venezia a Milano. La Belle Aurore è stata modellata su un gusto francese, alla fine degli anni Settanta, da esponenti della sinistra extraparlamentare milanese. «Ti ho proposto di venire qui perché è un locale che frequento sia a pranzo sia prima di cena: da veneziano non rinuncio, nel tardo pomeriggio, a bere una cosa. E, poi, perché si trova a poche centinaia di metri dalla prima casa di Benito Mussolini, in Via Castel Morrone, dove lui venne ad abitare nel 1912, appena nominato direttore dell’Avanti!». Quando, finito il nostro pranzo, faremo due passi fino a Via Castel Morrone, il portiere ci indicherà l’esatta collocazione dell’appartamento, aggiungerà che per lungo tempo non è che gli abitanti del caseggiato ne abbiano parlato troppo volentieri e ricorderà i racconti degli ultimi anziani su Mussolini che teneva con sé in casa animali di campagna, per farli uscire ogni tanto a razzolare nel cortile e nei prati qui intorno.

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Scurati, alla Belle Aurore, è di casa. La cameriera gli chiede: «Toni, che cosa prendiamo?». Entrambi scegliamo fusilli con ricotta e origano. Vicino a noi c’è un frigo rosso Philco, di quelli non alti ma panciuti, con sopra scritto a caratteri di metallo “Ice cold”. Alle pareti sono appese affiche pubblicitarie storiche: Bitter e Cordial Campari, grappa Piave, Coca Cola. Bottiglie vuote di vini francesi e italiani sono appoggiate alle mensole. I tavolini sono semplici, le tovaglie di carta. A fianco a noi operai sono in pausa dal lavoro. Una coppia di amiche scherza, ride e coccola un cucciolo di barboncino. Una ragazza finisce il pranzo con un gelato.

Scurati è vestito con una camicia blu e un paio di jeans. In lui, sarà la figura allungata e gli occhi chiarissimi, c’è qualcosa di ottocentesco. Fa venire in mente un ufficiale settentrionale del regio esercito sabaudo nella interpretazione che Luchino Visconti diede del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Potrebbe, per estetica e portamento, spuntare a fianco di Alain Delon che interpreta Tancredi.

«Per voi niente vino, Toni?», chiede la cameriera. No, niente vino. Acqua minerale per entrambi. «Scrivere M è stata una sfida narrativa e anche metodologica. Ho scelto di lavorare su fonti di secondo grado. A parte la memorialistica del tempo, mi sono appoggiato alla storiografia classica. Da Angelo Tasca, già membro del Partito Comunista che scrisse quasi in preda diretta, a Renzo De Felice, che dagli anni Sessanta con la sua opera pubblicata da Einaudi ha cambiato lo sguardo di tutti su quell’epoca, da Claudio Pavone che all’inizio degli anni Novanta ha fissato il codice della “guerra civile” al meno noto Matteo Millan, con i suoi lavori sullo squadrismo e sugli squadristi».

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Il problema del metodo, che nel caso di una questione scabrosa per la identità italiana come il Fascismo è tanto più delicato, assume una valenza solo in apparenza astratta - ma in realtà concretissima - nel momento in cui si compone un romanzo storico come M. Soprattutto perché M è il primo libro di una trilogia che ricostruirà l’intera parabola del Fascismo, fino alla sua caduta. «Per il secondo volume, che sto già scrivendo - spiega Scurati - utilizzerò anche fonti di primo grado, come alcuni fondi conservati all’Archivio Centrale dello Stato. Per esempio, i carteggi fra Mussolini e i suoi collaboratori. Fonti note a una ristretta cerchia di studiosi, che io inserirò nell’affresco narrativo in cui il Fascismo si fa regime».

La luce dello scrittore che si accende, con il tema della raccontabilità romanzesca del fondatore del Fascismo. Il confronto da romanziere con gli storici, con tutte le incomprensioni e le ambiguità, le critiche e le diffidenze che sorgono sistematicamente, non soltanto in Italia, quando le due professioni culturali si misurano e si confrontano sullo stesso tema, adoperando ciascuna i propri differenti strumenti. E, poi, il sottostante, insieme personale e intellettuale, alla intera operazione di M: la fine della «pregiudiziale antifascista», nel senso - secondo Scurati, che usa proprio questa espressione - del raggiungimento di un distacco sereno e convinto dall’idea che no, quegli argomenti siano tabù e che dunque non siano degni di essere raccontanti, se non con una patina di moralismo giudicante. Una «pregiudiziale antifascista» che, se nel perimetro della storiografia non era mai esistita concettualmente per Renzo De Felice e i suoi allievi e che invece è caduta per gli studiosi di sinistra nel 1991 con la pubblicazione di Una Guerra Civile. Saggio sulla moralità della Resistenza di Claudio Pavone, nel campo della narrativa - per l’autore di M - ha continuato a persistere fino a ora. «Io sono sempre stato di sinistra. E lo sono tutt’ora. Sono nato a Napoli e sono cresciuto a Venezia. Mio padre Luigi è ragioniere e ha lavorato come dirigente alla Coin. Mia madre Rosaria proviene dalla Napoli più popolare. Mio nonno paterno Antonio, da cui ho preso il nome, era un fresatore dell’Alfa Romeo al Portello di Milano, aristocrazia operaia dunque. Ho fatto il liceo classico al Foscarini in una Venezia che, negli anni Ottanta, viveva esperienze ciniche ma divertenti, per noi ragazzi, come la reinvenzione del carnevale per opera dei socialisti di Gianni De Michelis: decine di migliaia di persone che ballavano in Piazza San Marco al ritmo di musiche brasiliane, tutte davanti a un palco enorme su cui non c’era nessuno, se non un gigantesco impianto stereofonico. Quando sono venuto nel 1989 a studiare filosofia alla Statale di Milano, si viveva l’ultima occupazione delle università: la Pantera, che mi interessava ma con ironia tanto che già allora dicevo di fare parte del suo zoccolo ludico, il Leoncavallo, i residui dell’Autonomia Operaia, i gruppi anarchici del Ponte della Ghisolfa. La mia radice è in quella sfera politica e culturale. E, in un percorso di scrittore che mi ha portato a misurarmi più volte con il romanzo storico, anche partendo da quella mia identità ho creduto utile raccontare Mussolini e il Fascismo».

«Volete un dessert?», chiede la cameriera. Lui prende una macedonia con limone, io scelgo un gelato alla crema ricoperto di cioccolato. Scurati si confronta con tre fantasmi: il fantasma di Mussolini, il fantasma del romanzo storico e il fantasma della realtà. «Ho fatto un anno di scuole superiori a Medina, una città di 10mila abitanti nello Stato di New York. Ho letto subito in lingua originale i libri di Cormac McCarthy. Meridiano di sangue è un romanzo storico ambientato nel West che ha fatto rivivere in chiave moderna l’epica antica. Ho trovato molto importante American Tabloid, il primo dei tre romanzi della trilogia americana di James Ellroy. Negli Stati Uniti uscì nel 1995. La presentazione che Ellroy fece a Milano fu un evento sconvolgente».

Arrivati al caffè, compare nel nostro colloquio il terzo dei tre fantasmi: la realtà. Le voci e i pensieri, le pulsioni e le paure che animano oggi gli italiani. «Se c’è un ritorno del Fascismo oggi? Non credo. È vero che riemergono pose, attitudini e retoriche simili a quelle degli anni della sua affermazione. Ma è altrettanto vero che manca, per fortuna, la componente della violenza sistematica e della militarizzazione della lotta politica. Semmai l’analogia, ieri come oggi, riguarda il sentimento dilagante di declassamento e di umiliazione della piccola e della media borghesia. Allora questo si univa alla repulsione per la leadership della Italia liberale giolittiana. Adesso capita lo stesso, con il fastidio muto per una condizione negletta e peggiorata che alimenta una avversione urlata contro le classi dirigenti. In questo, i giorni del Biennio Rosso, fra il 1919 e il 1920, sono simili ai giorni che viviamo oggi».

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