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Boris-economy, perché le proposte di Johnson fanno sobbalzare Londra (e la Ue)

L’ex sindaco di Londra è il nuovo premier britannico. Ma i suoi primi annunci stanno creando qualche preoccupazione anche fra gli stessi compagni di partito: dall’apertura a una Brexit no-deal ai super-sconti fiscali per la popolazione più ricca, fino al sogno di una «banda ultralarga per tutti» con otto anni di anticipo rispetto alle stime

di Alberto Magnani


Boris Johnson sulla graticola

4' di lettura

«Se vince Boris Johnson, buona fortuna al ministro del Tesoro (il cancelliere, ndr)». L’augurio di David Brake, segretario di Stato alla Giustizia nel governo di Theresa May, potrebbe sembrare ironico. Non lo è, anche perché la sua paura è diventata fin troppo realistica. L’ex sindaco di Londra ha trionfato nel contest per la successione a Theresa May alla guida dei Tory, insediandosi in automatico come primo ministro britannico. Ma i stessi colleghi di partito sembrano sempre più perplessi sulle linee guida della sua politica economica. Johnson ha già messo in chiaro quali sarebbero le sue priorità in vista di un insediamento a Downing Street. Dal fisco al dossier più delicato a finire nelle sue mani, la Brexit.

PER APPROFONDIRE/Perché il favorito dei Tory non vince mai

A far discutere è soprattutto la sua apertura a un’uscita no-deal, un divorzio dalla Ue sprovvisto di tutele diplomatiche. Ma anche gli altri annunci emersi finora fanno alzare qualche sopracciglio all’opposizione e appunto ai vertici dei Tory, spiazzati da una sequela di annunci che ondeggiano fra maxi-tagli alle tasse e implementazione di connessioni ultraveloci nelle aree rurali del paese.

Primo problema, la Brexit no-deal
Johnson ha dichiarato di voler finalizzare il divorzio tra Londra e la Ue entro il 31 ottobre, termine della proroga concessa dalla Ue per raggiungere un accordo sulla Brexit. La separazione potrebbe avvenire anche a costo di un no-deal, una rottura brusca e senza il periodo di «cuscinetto» di due anni previsto per regolare i nuovi rapporti bilaterali fra Bruxelles e l’Isola.

VIDEO/Tutti i danni di una Brexit no-deal su Londra e Bruxelles

Gli impatti di un no-deal sono già stati stimati da più fonti. La Bank of England, la banca centrale del Regno Unito, ha realizzato nel 2018 una simulazione che comprende più scenari in ordine di gravità . In quello peggiore si registrerebbe una contrazione dell’8% del Pil britannico nell’arco di un anno, con prezzi degli immobili in caduta del 30% e tasso di disoccupazione in crescita al 7,5% contro il 3,8% del dicembre 2018. Un ulteriore report governativo ha stimato una perdita del 10,7% del Pil nell’arco di 15 anni, rispetto ai ritmi di crescita che si manterrebbero con la permanenza nella Ue. In generale, l’economia britannica potrebbe essere colpita variamente da fuga degli investimenti esteri, rallentamento degli ingressi di manodopera qualificata, dazi sulle sue esportazioni in Europa e turbolenze della sterlina, mandata in fibrillazione dalle paure degli investitori sulla stabilità dell’Isola. Ancora la Bank of England ipotizza una caduta del 25% del valore della moneta rispetto al dollaro.

I (costosi) sconti a chi guadagna di più
Il Partito conservatore è sempre stato preceduto dalla fama di forza d’élite, almeno nel senso economico del termine. I primi annunci di Johnson «finiranno per alimentare il pregiudizio», è stato fatto notare da esponenti degli stessi Tory. Johnson ha rotto il ghiaccio con due proposte fiscali, entrambe orientate a un robusto taglio delle imposte. La prima consiste nell’aumentare da 50mila a 80mila sterline l’anno la soglia minima di reddito per rientrare nell’aliquota più alta: il cosiddetto higher rate (aliquota 40%) contro il basic rate (20%) riservato a chi viaggia sotto quegli standard. Traduzione? Secondo un report appena pubblicato dall’Institute for fiscal studies , un think tank, la misura equivale uno sconto di massa ai ricchi che costerebbe 9 miliardi di sterline l’anno e andrebbe a beneficio di quattro milioni di contribuenti nella fascia alta di reddito.

La seconda proposta risulterebbe, in teoria, più equa: alzare la soglia minima di entrate che fa scattare l’obbligo di versare i National insurance contributes, i contributi dovuti all’erario nazionale per finanziare una serie di benefit sociali (dalle pensioni agli assegni di disoccupazione). Anche in questo caso, però, il problema è la copertura. Oggi sono soggetti all’imposto i guadagni che partono da 8.632 sterline. Johnson non ha precisato di quanto intende alzare la soglia, ma la misura si annuncia comunque dispendiosa. Secondo un calcolo del report, basterebbe alzare di 1000 sterline il minimo previsto per sottrarre all’onere circa 600mila lavoratori, con un costo stimato di tre miliardi di sterline. Va detto che, in questo caso, c’è chi si è spinto più in là. Hunt lo sfidante di Johnson, ha messo sul piatto un aumento della soglia a 12.500 sterline: un tetto minimo che può costare dagli 11 ai 17 miliardi di sterline l’anno, in base alla platea di beneficiari che si intende coinvolgere.

Più banda larga (e meno treni) per tutti
Fisco a parte, i primi annunci di Johnson hanno rivelato obiettivi notevoli anche sul fronte delle infrastrutture. O almeno su quelle digitali. Con un commento sul quotidiano Telegraph, Johnson ha annunciato che la sua premiership lavorerà per portare a tutti una connessione a banda ultra-larga entro il 2025. Cioè otto anni prima rispetto all’obiettivo del 2033 annunciato in precedenza dal governo, scaricato da Johnson come «ridicolmente prive di ambizione». Ambizioni o meno, il traguardo dell’ex sindaco di Londra ha destato qualche perplessità. Nel maggio 2019, secondo l’autorità competente per la comunicazioni Ofcom, appena il 7% delle proprietà inglesi gode di una connessione ultraveloce. Un portavoce di Openreach, una divisione del gruppo delle telco BT, ha spiegato alla Bbc che l’espansione nazionale della banda «non è né facile, né veloce», per un investimento complessivo di 30 miliardi di sterline.

Di tutt’altra inclinazione il suo approccio alle infrastrutture fisiche, come le linee ferroviarie ad alta velocità. Johnson ha dichiarato che, in caso di elezione, metterà sotto stretta osservazione il progetto da 52 miliardi di sterline della High-Speed 2 (HS2), una linea che dovrebbe saldare Londra a Manchester con treni in corsa a 362 chilometri orari per una tratta di oltre 500 chilometri. Al momento il Parlamento ha approvato solo la «fase 1» del progetto, il collegamento fra Londra e le East Midlands, per un costo di 4,3 miliardi di sterline. Johnson ha chiesto a Douglas Oakervee, a capo del progetto dal 2012 al 2013, di procedere a una «verifica indipendente» su costi e benefici del progetto. I lavori per la linea hanno scatenato polemiche fra costi in ascesa , episodi di corruzione e fughe di notizie su un Parlamento «male informato» circa i costi reali dell’opera. Johnson ha dichiarato che non smantellerà il blocco il progetto, ma vuole «rimodularlo» per potenziarlo su determinate tratte. Al momento non sono noti costi e stime dei tempi. In fondo la valutazione deve essere ancora svolta, e Johnson eletto.

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