EUROPA E BREXIT

Boris Johnson e gli uomini nuovi del sovranismo

di Sergio Fabbrini

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Il Primo ministro britannico, Boris Johnson (Reuters)


4' di lettura

Un nuovo leader sovranista è entrato nel club. Mercoledì scorso, Boris Johnson è stato eletto primo ministro dal Parlamento di Westminster. Subito dopo ha riunito il suo nuovo Cabinet costituito di ministri strettamente legati al suo progetto politico. Un progetto politico che consiste nel portare il Regno Unito fuori dall’Unione europea (Ue) il prossimo 31 ottobre, «anche senza un accordo con quest’ultima». Il governo vuole dare vita ad una global Britain, cioè ad un Paese che sta nel mondo senza più i vincoli della sua appartenenza alla Ue. La sostituzione di Theresa May da parte di Johnson celebra la fine, per usare le parole di quest’ultimo, «della politica dell’ambiguità che ha paralizzato il Paese negli ultimi tre anni», cioè dal referendum del 23 giugno 2016 che vide il successo di Brexit. Johnson ha conquistato il governo promettendo di rispettare la volontà del popolo «avanti a tutto» (restituendogli la sua sovranità “perduta”). Che caratteristiche hanno i leader sovranisti come Johnson? Quali sono le conseguenze della loro ascesa? Analizziamo i due problemi partitamente.

I leader sovranisti rappresentano un ricambio (dall’interno) della classe politica. Johnson è l’esponente di una élite politica che si caratterizza per lo stile populista e per la sostanza sovranista.

Di quella élite, Donald Trump è l’esponente più rappresentativo, ma di essa fanno parte a pieno titolo anche leader come Matteo Salvini o Marine Le Pen. Seppure siano leader che si sono messi a capo di movimenti (e sentimenti) mobilitati per scacciare dal potere le ‘vecchie' élite politiche, in realtà tutti loro sono membri organici delle classi politiche dei loro Paesi. Trump è stato un trentennale frequentatore di presidenti e governatori, Johnson è un fortunato erede dell’aristocrazia politica inglese, Salvini e Le Pen hanno cominciato a fare politica prima ancora di diventare adulti. Eppure, tutti loro sono riusciti a presentarsi, agli elettori, come gli anticipatori di un nuovo mondo, un mondo in cui il popolo avrà finalmente riconquistato la propria sovranità nazionale.

Trump, come Gulliver, si è impegnato a liberare gli Stati Uniti dai lacci multilaterali che ne avevano ‘imprigionato' la forza. Johnson, Salvini e Le Pen sono impegnati a salvare i rispettivi Paesi dai lacci che provengono dal sistema europeo. Non solo, tutti loro sono impegnati a liberare il loro Paese anche dai lacci interni. Trump non nasconde il suo disprezzo per il Congresso, Johnson ha minacciato di prolungare la chiusura di Westminster fino alla scadenza del 31 ottobre (affinché non possa votare contro la sua eventuale decisione di uscire dall’Ue senza un accordo), Salvini non risponde neppure alla richiesta del Parlamento italiano di presentarsi per spiegare i rapporti che il suo partito intrattiene con la Russia Unita di Putin, Le Pen vorrebbe trasformare la Quinta Repubblica francese in un regime bonapartista. Come ha argomentato Dani Rodrik su “Foreign Affairs”, essi rispondono alle insicurezze economiche e sociali generate da globalizzazione e integrazione non governate, promettendo di fare gli interessi del proprio Paese contro quello degli altri. Non sono ‘barbari da romanizzare', ma sono i promotori di una nuova frattura, quella che oppone le sovranità nazionali del passato alle sovranità condivise del presente. Non si tratta di educarli alle buone maniere, ma di contrastarli con buoni argomenti.

Un buon argomento da sollevare è il seguente. Contrariamente a ciò che quei leader sostengono, la secessione dai sistemi integrati e interdipendenti indebolisce, invece di rafforzare, la sovranità nazionale. Gli Stati Uniti hanno messo in discussione il sistema multilaterale, ma non hanno tratto grandi vantaggi dall’averlo fatto. Trump ha attivato una dinamica economica virtuosa nel suo Paese, ma ciò è dovuto alla sua politica fiscale, non già alla sua guerra commerciale. Nonostante quest’ultima, la Cina di Xi ha promesso tante cose, ma ne ha mantenute assai poche (per quanto riguarda i sostegni statali alle sue imprese esportatrici). Sono poche le multinazionali americane che hanno deciso di riportare le loro attività produttive in patria. Dopo tutto, non è facile conciliare il protezionismo con le catene di valore transnazionali che connotano le moderne attività produttive. Johnson (nel caso di un no deal) ha promesso di compensare la perdita del mercato unico europeo con l'acquisizione di nuovi mercati in altre parti del mondo.

Per ora, in attesa della secessione, il suo Paese stenta a crescere mentre la sterlina continua a deprezzarsi. Dopo tutto, il Regno Unito è un piccolo Paese (poco più di 65 milioni di abitanti), difficilmente in grado di ritornare alla condizione di impero autosufficiente del XIX secolo. Tant’è che la global Britain è stata costretta a chiedere (martedì scorso) l’aiuto europeo per garantire la sicurezza delle sue navi che attraversano lo stretto di Hormuz. Anche Salvini ha fatto molte promesse, ma il risultato è un’Italia ai margini del sistema europeo. Tant’è che contro-pressioni si sono attivate dall’interno stesso del suo governo per limitare quell’isolamento (basti pensare al voto dei 5 Stelle a favore della candidatura di Ursula von der Leyen). Il prossimo 2 agosto, il premier Conte si incontrerà con quest’ultima per discutere del commissario italiano. Come ha scritto Riccardo Perissich su “Affari Internazionali”, difficilmente l’Italia avrà un portafoglio di peso (a meno che non proponga un tecnico di prestigio). Come si vede, il sovranismo opera contro gli interessi nazionali.

Insomma, i leader sovranisti hanno avuto successo per il carattere perentorio del loro messaggio politico. Hanno individuato facili nemici contro cui combattere per “recuperare il controllo del proprio Paese”. Tuttavia, quei leader hanno sottovalutato le conseguenze drammatiche di quella perentorietà. La debolezza delle Nazioni Unite indebolisce anche gli Stati Uniti. La secessione dall’Ue rende più solo il Regno Unito. L’antieuropeismo ha reso l’Italia marginale. Tuttavia, non basta denunciare il semplicismo degli homines novi. Occorre contrastare le insicurezze e le diseguaglianze che li hanno portati al potere. Invece di fare un passo indietro verso le sovranità indivise, bisogna fare un passo avanti verso il governo federale delle sovranità condivise.

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