il ritratto

Boris Johnson, l’ultrà della Brexit è il nuovo premier del Regno Unito

Boris Johnson, ex giornalista ed ex sindaco di Londra, è stato proclamato leader conservatore e primo ministro dopo aver vinto con 92mila voti il contest dei Tory. La sua missione, portare a termine Brexit

di Nicol Degli Innocenti


Boris Johnson, una vita “turbolenta” tra Oxford, giornalismo e scappatelle

6' di lettura

LONDRA - Alexander Boris de Pfeffel Johnson è il nuovo leader dei Conservatori e il nuovo primo ministro britannico. L'ex sindaco di Londra ha vinto il «contest» del suo partito per indicare il successore di Theresa May alla guida dei Tory, dopo il passo indietro della premier lo scorso 7 giugno. Nella fase finale della competizione, basata sul voto di circa 160mila iscrittio al partito, Johnson ha incassato la fiducia di oltre 92mila elettori. Niente da fare per Jeremy Hunt, attuale ministro degli Esteri, fermo a 46.656 preferenze. La vittoria di Johnson come leader dei Tory lo elegge, in automatico, anche come premier dell'esecutivo britannico.

Il percorso che lo ha portato sulla soglia di Downing Street non è stato lineare, transitando dal giornalismo prima di approdare alla politica.
Nato a New York, cresciuto a Bruxelles, dove il padre Stanley era uno dei primi eurocrati britannici, ha una famiglia cosmopolita che vanta antenati francesi, tedeschi e turchi e un bisnonno che era ministro dell’Interno dell’Impero Ottomano.

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Gli studi sono stati invece tipicamente inglesi, prima a Eton, la scuola privata più esclusiva, e poi all’Università di Oxford, dove assieme al suo amico e poi rivale David Cameron aveva fatto parte del Bullingdon Club, un gruppo di ricchi e privilegiati rampolli dell’élite.

Ingaggiato dal Times come giornalista, era stato licenziato in tronco per essersi inventato una citazione ma era stato subito assunto dal Daily Telegraph, il quotidiano conservatore. Mandato a Bruxelles come corrispondente, si era conquistato la reputazione di euroscettico con le incessanti critiche ai presunti eccessi e sprechi della Ue.

Detestato dai colleghi giornalisti e dai funzionari Ue per la sua serie di articoli sensazionali spesso inventati di sana pianta, era però amato dai lettori conservatori che trovavano in ogni sua colorita e improbabile storia la conferma dei loro pregiudizi contro la Ue.

Dopo uno schieramento così plateale, il passaggio in politica sembrava obbligato, seguendo le orme del suo grande eroe, Winston Churchill. Diventato deputato conservatore nel 2001, tre anni dopo era stato licenziato come vicepresidente del partito da Michael Howard, allora leader Tory, per avere mentito su una relazione extra-coniugale e la nascita di una figlia illegittima. La sua caotica vita personale non lo ha però danneggiato.

Nel 2008 era stato eletto sindaco di Londra, città tradizionalmente laburista, regalando ai Tories la prima importante vittoria da oltre dieci anni. Nel 2012, sull’onda del successo delle Olimpiadi di Londra, era stato eletto per un secondo mandato. Il periodo da sindaco lo ha reso popolare e riconoscibile, una presenza costante sulla sua bici per le vie della capitale, gioviale e affabile, pronto a fermarsi a fare due chiacchiere con qualsiasi turista o tassista.

Nel 2015 aveva annunciato la decisione di candidarsi alle elezioni, ed era stato eletto deputato, diventando ministro senza portafoglio nel secondo Governo Cameron. Quando il premier aveva indetto il referendum sulla Ue, Boris all’inizio aveva titubato. La sua decisione di schierarsi a favore di Brexit aveva poi galvanizzato la campagna anti-Ue.

Da sindaco internazionalista di una città aperta come Londra, Johnson durante la campagna elettorale per il referendum si era spostato decisamente a destra. Era stato criticato per avere paragonato la Ue alla Germania nazista per la sua ambizione di creare «un superstato a tutti i costi». Aveva fatto dichiarazioni infiammatorie sull’immigrazione e dichiarato prossimo l’ingresso della Turchia nella Ue.

Aveva notoriamente affermato che dopo Brexit i 350 milioni di sterline che ogni settimana Londra versa a Bruxelles sarebbero stati spesi per il servizio sanitario nazionale. In un intervento più unico che raro il responsabile delle Statistiche ufficiali del Regno aveva accusato Johnson di un «chiaro abuso dei dati ufficiali», ricordando che 350 milioni di sterline è la cifra lorda che non tiene conto dei rimborsi versati a Londra e di tutti i finanziamenti Ue destinati alla Gran Bretagna.

Troppo tardi: la scritta a caratteri cubitali sulla fiancata del bus elettorale aveva colpito nel segno, conquistando abbastanza voti da cambiare l’esito previsto del referendum.

Dopo la vittoria a sorpresa di Brexit e le immediate dimissioni di Cameron, Johnson sembrava essere in pole position per diventare premier. Il giorno prima dell’annuncio della sua discesa in campo, però, Michael Gove, amico dei tempi di Oxford e leader con lui della campagna anti-Ue, lo aveva pugnalato alla schiena dichiarando la sua candidatura a premier. Il giorno dopo Johnson si era ritirato, decisione di cui poi per sua stessa ammissione si è pentito.

Theresa May era stata incoronata premier dopo il ritiro di tutti gli altri contendenti e a sorpresa, per tenersi buoni i Brexiteer, aveva nominato Johnson ministro degli Esteri. Neanche i suoi sostenitori definiscono un successo i suoi due anni al Foreign Office, caratterizzati da una serie di gaffe. Politici e diplomatici stranieri sono rimasti esterrefatti per la sua superficialità e approssimazione, per il suo palese disinteresse, per la sua mancanza di diplomazia. Solo il presidente americano Donald Trump lo ha coperto di lodi.

La ragione è che l’incarico agli Esteri non interessava affatto a Johnson, che pensava solo a Brexit. Dopo molte critiche alla strategia perdente della May ha dato le dimissioni da ministro nel luglio 2018 per protesta contro l’arrendevolezza della premier verso Bruxelles. «Il sogno di Brexit sta morendo», ha spiegato.

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A questo punto, esattamente un anno fa, è iniziata la svolta sia nella vita pubblica che in quella privata. Dopo 25 anni di matrimonio ha divorziato dalla seconda moglie Marina, che aveva tollerato numerose scappatelle. Per mesi non si è fatto vedere in giro, eclissandosi per reinventarsi e mettere a punto una strategia vincente.

Con l’aiuto della sua nuova compagna Carrie Symonds, esperta di PR, e dello stratega australiano Lynton Crosby, suo consigliere quando era sindaco di Londra, Johnson al momento giusto è riemerso, presentandosi nella nuova veste di persona seria e politico credibile.

La metamorfosi è stata studiata per portarlo al successo. Cambiato sia nell’aspetto - taglio di capelli ordinato invece della zazzera di paglia, aspetto curato invece degli abiti spiegazzati e cravatte macchiate – sia nel comportamento - Johnson, noto in passato per una capacità di attenzione assai limitata, ora si concentra e dedica tutto il suo tempo alla missione.

Per settimane, sapendo che la May aveva i giorni contati, ha incontrato deputati conservatori a colazione, pranzo, cena e caffè, anche sedici al giorno, per convincerli a sostenerlo. Un cortaggiamento serrato e metodico che ha dato i suoi frutti. Uno alla volta, Johnson li ha convinti.
La maggioranza dei conservatori ritiene che Boris sia l’unica persona in grado di attuare Brexit anche se nessuno sa come. I dettagli della sua strategia sono vaghi. Ha fatto scattare i campanelli di allarme a Bruxelles con la sua minaccia di non pagare il conto del divorzio da 39 miliardi di sterline. Ha ribadito la determinazione a uscire il 31 ottobre «con o senza un accordo», ma anche assicurato di voler trattare con la Ue. In caso di fallimento – probabile dato che la Ue ha ribadito che i negoziati sono chiusi – il Parlamento farà di tutto per impedire un no deal.

Boris non ha escluso di esautorare Westminster, di fatto chiudendo la sessione parlamentare, ma sarebbe una strategia anti-democratica ad alto rischio. Diversi notabili Tory come Ken Clarke e Philip Hammond si sono detti disposti a votare la sfiducia a qualsiasi Governo che tentasse di ignorare il Parlamento e imporre un no deal.

Forte della sua popolarità, Johnson potrebbe invece indire elezioni anticipate per ottenere una solida maggioranza in Parlamento. I Tories ritengono che Johnson sia il solo capace di contrastare l’ascesa del Brexit Party a destra e arginare l’opposizione laburista a sinistra, incassando abbastanza voti da portare il partito alla vittoria.

Arrivare a Downing Street è un grande successo per un uomo spesso descritto come un buffone, ma Johnson non ha tempo di riposare sugli allori. Le aspettative dei suoi sostenitori sono enormi. Le vere difficoltà iniziano ora che deve mantenere le molte promesse fatte.

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