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Borsa, il 71% delle blue chip non paga bonus sui tagli alle emissioni di CO2

Nel Ftse-Mib poche aziende hanno una politica di remunerazione legata agli obiettivi di riduzione dell’anidride carbonica. È quanto emerge dallo studio della società di consulenza Carbonsink, specializzata sulla gestioni delle emissioni di gas serra

di Vitaliano D'Angerio


Emissioni ridotte entro il 2050, patto di 77 paesi sul clima

2' di lettura

Grande consapevolezza sugli impatti del cambiamento climatico ma deficit di strategia sul come affrontarlo a livello operativo; e soprattutto pochi bonus ai manager legati al taglio di emissioni di CO2. Il 71% delle aziende italiane del Ftse Mib, l’indice delle blue chip di Piazza Affari (80% della capitalizzazione della Borsa di Milano) non possiede dunque una politica di remunerazione legata agli obiettivi di riduzione dell’anidride carbonica. È quanto emerge dal report sulla “Percezione del rischio climatico delle società quotate al Ftse Mib” elaborato dalla società di consulenza Carbonsink, specializzata sulla gestione di emissioni CO2. Lo studio è stato presentato nel corso del Salone milanese della corporate social responsibility (Csr) che si è tenuto a Milano.

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Il report ha esplorato cinque aree: governance, strategia, rischi climatici, metriche e obiettivi, advocacy (le attività di sensibilizzazione della aziende sul climate change). «La valutazione è stata realizzata soltanto sulla base delle informazioni pubbliche disponibili», ha spiegato Andrea Maggiani, manager director Carbonsink.

Blue chip ai raggi X
Emerge la difficoltà di molte blue chip italiane di integrare la variabile climate change nella propria strategia. In particolare nella politica di remunerazione dei manager: nonostante una forte integrazione nelle performance aziendali degli obiettivi dell’Onu (Sdg’s) da raggiungere nel 2030, mancano in tante società del Ftse Mib il sistema di incentivi per favorire il raggiungimento di tali obiettivi.

L’80% delle aziende Ftse Mib dichiara nei documenti che il cambiamento climatico è un «elemento materiale», viene cioè identificato come un fattore rilevante per la società. Di conseguenza viene creato un comitato di sostenibilità e il consiglio d’amministrazione è coinvolto di frequente nei temi legati ai rischi climatici. Quando però si passa alla politica di remunerazione, il 71% delle aziende non prevede bonus legati ai tagli delle emissioni di CO2. Una contraddizione sottolineata da Carbonsink.

Le certificazioni mancanti
Altro elemento contraddittorio, rilevato da Monica Riva di Bureau Veritas che ha “certificato” il report di Carbonsink, è la quasi totale assenza «di una certificazione Iso14064 sulle emissioni di gas Ghg (i Greenhouse Gases ovvero i gas serra che intrappolano il calore nell’atmosfera, ndr). Chi fa dunque il monitoraggio di tali emissioni? Chi le certifica? Dai documenti pubblici non sono state trovate evidenze».

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Alla ricerca di Carbonsink hanno partecipato anche l’agenzia di rating etico Sustainalytics, il data provider Morningstar e il Global Compact dell’Onu, l’iniziativa di sostenibilità più diffusa al mondo legata alle imprese: vi aderiscono oltre 18 mila aziende provenienti da 160 Paesi nel mondo.

POCHI INCENTIVI VERDI PER I MANAGER

(Fonte: Carbonsink)

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