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Borsa, come le «fake news» possono rovinarti

di Enrico Marro

(Fotolia)

3' di lettura

Sembrava davvero un grande scoop quello comparso il 18 gennaio 2012 sul noto sito di finanza Seeking Alpha e firmato da Vincent Cassano. L’autore rivelava come ImmunoCellular Therapeutics, azienda farmaceutica californiana quotata a Wall Street, avesse scoperto un trattamento anticancro (chiamato ICT-107) più economico e competitivo di quelli dei concorrenti. Quel giorno le azioni ImmunoCellular galleggiavano a quota 42,8 dollari, ma presto partì un rally che le portò nel giro di cinque mesi a toccare i 155,2 dollari, con un balzo del 263%. Merito anche di quel piccolo grande scoop.

Nessuno però sapeva - come ha scoperto poi la Sec, la Consob americana - che Vincent Cassano era in realtà pagato indirettamente proprio da ImmunoCellular Therapeutics per scriverne ogni bene possibile, senza che Seeking Alpha avvertisse i lettori con una specifica disclosure, come prevedono le norme statunitensi. Il brutto è che il presunto scoop si è poi rivelato una “fake news”: nel dicembre 2013 un aggiornamento sullo sviluppo dell’ICT-107 ha rivelato che il farmaco era una cocente delusione. Risultato: le azioni di ImmunoCellular sono precipitate in caduta libera fino al miserabile valore di 1,5 euro. I poveri investitori che hanno creduto allo scoop di due anni prima hanno perso il 99% dei loro soldi. Per dire quanto possono farci male le “fake news”.

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E questo è solo una delle tante frodi scoperte il mese scorso dalla Sec, che ha messo con le spalle al muro tre società quotate, sette agenzie di promozione o comunicazione finanziaria, due amministratori delegati, sei impiegati e nove redattori. Con una lunga lista di celebri testate finanziarie online che hanno dimenticato di indicare quali erano gli articoli a pagamento: tra gli altri sono spuntati i nomi di Forbes, Benzinga, Wall Street Cheat Sheet, TheStreet, MarketPlayground, Investor Village e Investing.com, oltre che di Seeking Alpha.

«E' un po’ come nel film “The Wolf of Wall Street” - commenta Jim McCaughan, ceo della società di gestione Principal Global Investors - con quella che in pratica è una versione digitale e sofisticata della vecchia truffa dei “penny stock”». E c’è poco da ridere, perché a rischiare di cadere nel tranello non sono solo i piccoli risparmiatori, ma anche i grandi asset manager che usano strategie computerizzate. «In particolare i gestori quantitativi stanno facendo un grande utilizzo di big data e di nuove fonti - avverte McCaughan - e devono stare attenti alle possibili distorsioni introdotte dalle “fake news”».

I titoli farmaceutici e soprattutto biotech sono i più vulnerabili alle false notizie proprio perché - come nel caso di ImmunoCellular Therapeutics - non è chiaro quale sia il grado di successo della loro fase di sperimentazione su nuove molecole. Persino chi ha messo in piedi un sistema per filtrare le migliaia di fonti si trova oggi a essere indifeso di fronte alle finte notizie: è il caso per esempio della boutique svizzera Thirteen Asset Management, il cui chief investment officer ammette quanto «le fake news siano diventate un problema serio per i mercati finanziari».

Un altro esempio? Quello del gruppo farmaceutico californiano CytRx, quotato al Nasdaq, che nel 2013 commissionò a una società chiamata DreamTeam il compito di creare fake news per stimolare l’interesse degli investitori in vista di un possibile aumento di capitale. La Sec l’ha condannata a pagare una multa da 75mila dollari. Ma c’è da scommettere che non sarà l’ultimo caso.

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