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Borsa di Hong Kong offre 36 miliardi di euro per la Borsa di Londra. Piazza Affari potrebbe diventare cinese

La Borsa di Hong Kong lancia un'offerta di acquisto per il London Stock Exchange, la Borsa di Londra che controlla anche Piazza Affari, per quasi 32 miliardi di sterline (36 miliardi di euro) inclusi debito, contanti e azioni

di Vittorio Carlini


Perché Hong Kong dà l'assalto alla Borsa di Londra

3' di lettura

La Borsa di Hong Kong lancia un'offerta d’acquisto per il London Stock Exchange, il listino di Londra che controlla anche Piazza Affari. Si tratta di una proposta non sollecitata del valore di 32 miliardi di sterline (36 miliardi di euro) inclusi debito, contanti e azioni. L’obiettivo è «unire le due società» di gestione dei mercati, annuncia in una nota la società cui fa capo il listino della ex colonia britannica. La Borsa di Hong Kong è tenuta a fare un’offerta vincolante entro il 9 ottobre.

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I dettagli dell’offerta
In particolare il Hong Kong Exchanges and Clearing offre 20,45 sterline per azione della Borsa di Londra e 2.495 nuove azioni del suo gruppo, valorizzando la City londinese 83,61 sterline per azione. Per i 354.471.415 titoli del gruppo di mercato, ciò rappresenta 29,6 miliardi di sterline e 31,6 miliardi di sterline, inclusi debito e altre rettifiche.
Secondo i calcoli della Borsa di Hong Kong tale fusione creerebbe un gruppo dal valore di oltre 70 miliardi di dollari con «una base globale, attività diversificate, idealmente posizionate per sfruttare il mutevole panorama macroeconomico globale, collegando i mercati occidentali con i mercati finanziari orientali emergenti, soprattutto in Cina». In una nota il London Stock Exchange, confermando l’offerta d’acquisto, risponde che « studierà questa proposta e la commenterà a tempo debito».

Il business model
Fin qui alcune indicazioni sommarie rispetto alla proposta. C’è tuttavia da chiedersi: quali le motivazioni di una simile mossa? «Dapprima - risponde Anna Kunkl, partner di Be consulting ed esperta di mercati finanziari - bisogna ricordare le esigenze di business model». Dopo l’introduzione della Mifid1 «in Europa, con il superamento della regola della “concentrazione degli scambi”, si è assistito alla forte concorrenza dei mercati alternativi rispetto alle Borse tradizionali». Un contesto che, inevitabilmente, ha dato via ad una fase di consolidamento «delle sedi di esecuzione». La ricerca di economie di scala, a fronte della concorrenza al ribasso ad esempio sulle commissioni per il trading, ha spinto «anche fuori dal Vecchio continente le aggregazioni. La proposta di Hong Kong si inserisce in questo filone».

La sfida tecnologica
Non solo. C’è anche il tema della supremazia tecnologica. «Le società di gestione dei mercati europei - aggiunge sempre Kunkl - sono all’avanguardia sul fronte dell’innovazione e dell’efficienza riguardo alla micro struttura dei mercati. Le Borse del Far East hanno tutto l’interesse a realizzare operazioni che le consentano di mettersi alla pari rispetto ai nostri standard tecnologici».

Il contesto geopolitico
Ancora. Una mossa così importante deve essere inserita in un contesto geo-politico ben preciso. È da ingenui analizzare l’operazione solo sotto il profilo economico-finanziario. Hong Kong, che peraltro negli ultimi tempi a causa delle dimostrazioni per la difesa dei diritti civili ha messo a segno una performance al ribasso, è (seppure con una normativa differenziata) riconducibile a Pechino. Quella Pechino che, attraverso le vie della Seta (terrestri, per mare e digitali) tenta di aumentare la propria influenza nel mondo Occidentale. La Gran Bretagna, nel momento in cui sfilaccia i suoi legami con l’Europa continentale, diventa un soggetto importante anche per la Cina. Creare più diretti contatti tra Londra e Pechino potrebbe risultare un’opzione interessante. Sempre che, ovviamente, l’America di Donald Trump non metta i bastoni tra le ruote. I giochi sono aperti.

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