LA SETTIMANA FINANZIARIA

Borse: in agenda l’economia Usa e il voto sul «piano May»

di Marzia Redaelli


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3' di lettura

Gli estremi dell’avversione al rischio ci sono tutti: oro di nuovo oltre i 1.300 dollari, rendimento del Bund decennale schiacciato a una manciata di centesimi (0,08%), ondate di riscatti dai fondi azionari. Viceversa, ci sono buoni motivi per scaricare un po’ delle attività che fanno da parafulmine alle bufere dei mercati, come le azioni o le obbligazioni ritenute meno affidabili.

I titoli di Stato italiani hanno catalizzato i timori, tanto che lo spread (il premio di rendimento rispetto al Bund chiesto dai compratori dei Buoni del Tesoro a dieci anni) si è allargato al 2,9%. Il successo di nuove aste dei titoli tricolore a lungo termine, con rendimenti appetibili, ha avuto il risvolto negativo di pesare sulla liquidità delle emissioni in circolazione.

I ribassi sono in parte fisiologici dopo una corsa dei listini che li ha riportati sulla rampa di lancio. In aggiunta, il clima instabile e minato da troppe incognite - dalla tenuta del ciclo alle tensioni internazionali - ha dato alle quotazioni una base traballante. Wall Street, per esempio, era balzata a +8% da gennaio prima delle discese delle ultime sedute ( il recupero dei titoli tecnologici del Nasdaq è arrivato a +10%). Anche le azioni milanesi - bistrattate dalle questioni politiche, dal Pil deludente e dai problemi delle banche - hanno tirato la volata fino a +7%, prima di innestare il freno. E il taglio degli utili di Fca per il 2019 ha peggiorato l’umore sui parterre.

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Venerdì prossimo, 15 febbraio 2019, verrà diffuso il saldo della bilancia commerciale italiana di dicembre. Sebbene sia un dato in parte superato dagli eventi, tirerà una riga sotto ai conti del nostro commercio internazionale a fine 2018, un anno delicato per l’economia globale.

Il problema, adesso, è che le tensioni che spaventano gli investitori non sono risolte, ma posizionate in una zona franca che apre a soluzioni favorevoli, ma non preclude la via del fallimento. La guerra commerciale è la madre di tutte le preoccupazioni ed è causa di repentini cambi di fronte dei mercati. Venerdì scorso l’annuncio che il presidente Donald Trump non incontrerà il primo ministro cinese Xi Jinping prima della scadenza della tregua sui dazi del primo marzo ha premuto sulla borsa di New York. Eppur fino al giorno rpecedente lo stesso Trump mandava messaggi confortanti sullo sviluppo delle trattaive.

Dagli Stati Uniti sono in arrivo molti dato macroeconomici nelle sedute dall’11 al 15 febbraio, che testeranno il ciclo statunitense. Tra i più importanti, lunedì 11 febbraio 2019 gli ordinativi dell’industria di dicembre e venerdì 15 la produzione industriale di gennaio, insieme all’indice Empire manufacturing, relativo all’area di New York. Mercoledì 13 febbraio l’inflazione di gennaio e giovedì 14 le vendite al dettaglio (sempre di gennaio), che sono un termometro dei consumi nel periodo interessato dallo shutdown (la chiusura dell’apparato statale a causa dell’impasse al Congresso sul finanziamento del muro con il Messico).

Poi c’è il rallentamento europeo, reso più severo dallo stop della locomotiva tedesca: la produzione industriale in Germania ha segnato un calo inaspettato (-0,4% contro una stima a +0,8%). Giovedì prossimo Destatis (l’ufficio federale di statistica tedesco) divulgherà l’andamento del Pil nel quarto trimestre 2018, che sarà probabilmente in discesa e decreterà anche per paese più solido dell’Unione europea una recessione tecnica . Lo stesso giorno verrà comunicata la seconda stima il Pil dell’Unione europea (+0,2%, +1,2% su base annua). Le previsioni sul Pil dell’Eurozona per il 2019 sono state abbassate a +1,3% da +1,9%.

Questione di poco pure per la Brexit, almeno per capire se il 29 marzo sarà davvero la data dell’addio del Regno Unito all’Unione europea e a quali condizioni. Un’uscita senza accordo rimetterebbe in discussione la metà delle esportazioni inglesi (l’Ue copre quasi il 50% del bacino di sbocco dei beni inglesi) e penalizzerebbe con maggiori balzelli il 16% dell’export oltre Manica dell’Unione. Per l’Italia, la Gran Bretagna vale il 5% delle esportazioni. Nel frattempo, la Banca centrale d’Inghilterra ha abbassato le previsioni sulla crescita per il 2019 a +1,2% da +1,7%. Giovedì 14 febbraio potrebbe essere votato dal Parlamento un piano di Theresa May, rinnovato rispetto a quello precedente bocciato dai rappresentanti del popolo britannici (ma probabilmente solo edulcorato rispetto al primo) . Però la Commissione europea tarpa le ali alle loro ambizioni di negoziatori e stringe la May in un angolo tra le Camere e l’Unione. E si aprono indiscrezione sulla richiesta di rinvio della Brexit fino a fine maggio. L’incertezza non piace ai mercati.

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