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Borse: conto alla rovescia sui dazi e sulla Brexit

di Marzia Redaelli

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(Sintesi Visiva)


3' di lettura

Un occhio alle statistiche economiche e uno agli appuntamenti politici. Ma è all’agenda internazionale che gli investitori ultimamente prestano più attenzione. Anche perché non si spiega altrimenti la baldanza delle Borse anche a fronte di segnali inequivocabili di rallentamento. L’ultima settimana di febbraio è (in teoria) quella del conto alla rovescia per un altro voto del Parlamento inglese sull’accordo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, mercoledì prossimo. Invece la scadenza prevista per il primo marzo per l’imposizione di pesanti dazi americani sulle importazioni cinesi è rinviata, come ha dichiarato nel fine settimana lo stesso Presidente Usa Dondald Trump, che ha parlato di progressi nelle trattative con Pechino. Ma in arrivo, dal mondo reale, ci sono anche le rilevazioni sull’inflazione, gli indici sulla fiducia dei consumatori e nuovi sondaggi presso le imprese.

Nell’ottava tra il 15 e il 23 febbraio i principali listini azionari hanno guadagnato (dal 3,3% di Hong Kong al frazionale +0,2% di Milano) e solamente Londra ha chiuso sotto la parità (-0,8%). L’indice EuroStoxx che comprende i titoli dell’area euro ha toccato i massimi da metà ottobre e le Piazze cinesi hanno ritrovato un passo di marcia moderato.

Italia sotto esame

Il dubbio che la corsa delle azioni non sia a cuor leggero, nonostante la scomparsa della volatilità, viene dagli acquisti sui titoli di Stato tedeschi. L’aumento dei prezzi ha schiacciato il rendimento del decennale governativo di Berlino sotto lo 0,1%, come non accadeva dall’autunno del 2016. In parte, il rialzo dei Bund si può spiegare con il probabile lancio dei finanziamenti agevolati alle banche da parte della Bce, per le quali verrebbero usati come collaterali. Ma il comparto delle obbligazioni è in generale graziato da un ritorno dell’appetito, con qualche eccezione. Le emissioni italiane, per esempio, stanno spesso a latere del consenso, a causa delle pressioni che incombono sul nostro debito pubblico (dalle previsioni di crescita ai fattori che frenerebbero ulteriormente la ripresa, come il calo degli investimenti e l’ipotesi di una manovra correttiva). Il premio chiesto dal mercato per comprare un BTp a dieci anni, infatti, continua a sbattere sulla soglia del 2,8% (280 punti base).

Il giudizio di Fitch sul merito di credito dell’Italia, venerdì scorso, è solamente il primo dei varchi che il debito pubblico tricolore dovrà varcare. Ancora più impegnativi - in previsione di momenti impegnativi per l’azione del Governo e per il ciclo economico mondiale - saranno il voto di Moody’s il 15 marzo (rating Baa3, outlook stabile) e quello di S&P Global il 26 aprile (rating BBB, outlook negativo), giusto un mese prima delle elezioni europee.

Più nell’immediato, però, sono in arrivo rilevazioni sul clima imprenditoriale nel nostro paese. Mercoledì 27 febbraio sarà comunicata la fiducia delle imprese manifatturiere (a gennaio l’indice era a 102,1 punti), mentre venerdì 1 marzo 2019, sarà diffuso l’indice Pmi Markit delle imprese manifatturiere italiane per febbraio. Dopo l’inciampo del Pmi europeo aggregato, l’esito in zona contrazione sotto i 50 punti è quasi scontato (a gennaio l’indice era a 47,8). Sempre venerdì l’Istat darà conto del tasso di disoccupazione, che a dicembre era migliorato al 10,3%, ma con un incremento del lavoro temporaneo e un calo di quello giovanile.

Mercoledì 27 febbraio verrà rilasciato anche l’indice della fiducia economica per l’Eurozona.

Focus sul ciclo Usa

Dopo il blocco degli uffici pubblici, si chiude il cerchio delle statistiche sull’economia statunitense. Martedì 26 febbraio si parte con i nuovi cantieri residenziali a dicembre e con la fiducia dei consumatori; si continua mercoledì con il dato definitivo dei consumi durevoli a dicembre (deboli nella prima stima a +0,7%); si termina venerdì 1° marzo con l’indice manifatturiero Ism per febbraio e con la spesa per consumi a dicembre, attesa per capire se la disfatta delle vendite al dettaglio che ha spiazzato gli operatori sia un segnale grave oppure un incidente dovuto al blocco all’apparato statale o agli scossoni delle Borse nell’ultima parte del 2018.

Martedì 26 febbraio l’audizione al Senato di Jay Powell (il governatore della banca centrale americana) potrebbe comunque ammortizzare l’impatto dei dati macroeconomici, a seconda dell’inclinazione più o meno aggressiva della politica monetaria che trapelerà dalle parole del numero uno della Fed.

Tornata inflativa

La settimana borsistica si conclude con una tornata di dati sull’inflazione. Giovedì 28 febbraio arriveranno gli indici dei prezzi al consumo in Italia, in Francia, in Spagna e in Germania, dove è ancora sotto il livello obiettivo della Banca centrale europea. A gennaio il carovita nei quattro paesi della zona euro era, rispettivamente, a +0,9%,+1%, +1,4%, +1,7%. Per gli Stati Uniti l’andamento dei prezzi sarà testato con i deflatori (la correzione delle grandezze economiche ad opera dell’inflazione): giovedì 27 febbraio sarà comunicato il deflatore del quarto trimestre e venerdì 1° marzo quello dei consumi (valori precedenti a +1,5% e +1,8%).

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