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Borse, conto alla rovescia per la Fed

Atteso un taglio dei tassi Usa mercoledì. Banche e obbligazioni periferiche sugli scudi, Bund in ritirata. In settimana anche lo Zew tedesco e l’inflazione europea.

di Marzia Redaelli


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(Afp)

4' di lettura

Le borse hanno festeggiato dopo la manovra espansiva annunciata dalla Banca centrale europea gli investitori si aspettano mercoledì anche un taglio dei tassi di interesse Usa.

I listini sono entrati di slancio in zona propensione al rischio, supportati da buone notizie sul fronte della guerra dei dazi: sono salite le azioni e scese le obbligazioni più sicure, americane e tedesche, mentre i titoli di debito meno affidabili guidati dal BTp del Tesoro italiano hanno ridotto il divario.

Banche e obbligazioni meno affidabili in rialzo

La manovra propulsiva della Bce, presentata giovedì scorso, ha accelerato il rialzo delle azioni e delle obbligazioni avviato già nei giorni precedenti. L’intervento si realizza con più strumenti: un taglio dei tassi sui depositi inermi delle banche da -0,4% a -0,5% per incentivarle a prestare denaro, ma con un’ampia esenzione per evitare di erodere i loro profitti e di aumentare così il rischio sistemico del settore del credito; l’estensione dello scenario di tassi bassi fino a che l’obiettivo del 2% di inflazione non sarà centrato; condizione più generose per le aste di finanziamento alle banche finalizzate al credito alle imprese; la ripresa dell’acquisto di obbligazioni (Quantitative easing 2, dopo il Qe1 concluso solo nel dicembre 2018) al ritmo di 20 miliardi al mese per un periodo indeterminato.

La risposta alle misure espansive della Bce è stata positiva per tutti gli indici azionari dell’area euro e per le banche in particolare, che hanno chiuso sul venerdì precedente a +8%. Il meccanismo degli scaglioni (tiering) per il pagamento degli istituti di credito sui depositi a Francoforte, infatti, è congegnato in modo di favorire quelle che hanno maggiori riserve.

LA FOTOGRAFIA

Andamento dei principali indici azionari

Però, come avverte Bank of America-Merrill Lynch, non è tutt’oro quello che luccica, perché l’incertezza sul limite inferiore che potranno raggiungere i tassi di interesse (Morgan Stanley si attende un altro taglio sui depositi delle banche a marzo) solleva interrogativi per i profitti delle aziende di credito.

Meno sicuro è stato il movimento sulle obbligazioni, dapprima spinte dall’entusiasmo all’unisono e poi in modo più selettivo. I titoli di Stato tedeschi, che hanno rendimenti negativi anche a lungo termine per via del rastrellamento poderoso da parte degli investitori in questi ultimi anni, hanno invertito la tendenza, perché diventano meno appetibili a fronte dei depositi gratuiti; inoltre, gli acquisti della Bce avranno un impatto relativo maggiore sui bond periferici, perché le emissioni di Berlino soffrono ormai di scarsità. Così il rendimento del Bund decennale si è alzato di oltre 20 punti base (0,2%) in poche sedute, da -0,63% a -0,45%. Viceversa, il BTp italiano ha aumentato il suo appeal, anche in scia alla definizione della compagine di un Governo più vicino alle istituzioni dell’Unione europea; lo spread, il divario di rendimento con il Bund decennale, si è ridotto a 133 punti base (1,33%) contro i 155 (1,55%) punti base del venerdì precedente.

Nei prossimi giorni, saranno i dati macroeconomici a misurare la distanza tra le due economie. Per l’Italia lunedì 16 settembre sono diffuse la stima finale dell’inflazione di agosto ( +0,5% la stima preliminare) e mercoledì 18 settembre gli ordini e il fatturato industriale di luglio (rispettivamente a -0,9% e a -0,5% in giugno), oltre che la bilancia commerciale di luglio (+1.876 miliardi di euro verso la Ue in giugno), che tanto dipende proprio dalla salute della produzione tedesca . Per la Germania si attende martedì 17 settembre l’indice Zew che illustra la fiducia degli investitori istituzionali sia per la situazione corrente, sia per il futuro (ad agosto le due rilevazioni erano a -13,5 e a -44,1 punti).

Giovedì 19 settembre, il giorno successivo al rilascio del dato dell’inflazione nell’area euro ad agosto (+0,2% la stima)) si terranno i discorsi di due banchieri centrali antagonisti rispetto alla necessità di interventi espansivi della Bce a sostegno dei prezzi: quello di Benoît Cœuré, che nell’ultimo comitato si è opposto alla partenza del nuovo Qe, e quello del finlandese Olli Rehn, che invece aveva allettato i mercati anticipando la notizia di una manovra poderosa.

Buon umore Oltreoceano

Il mutevole clima della guerra dei dazi ha volto al bello fino a venerdì scorso, con le notizie degli incontri tra i delegati di Cina e Stati Uniti e le possibili deroghe sulle ultime tariffe imposte. Wall Street è tornata ai massimi storici (mai lasciati troppo lontano per la verità) e pure i listini cinesi, a mezzo servizio per festività, hanno archiviato una settimana positiva (+1% l’indice Shanghai composite).

Anche dagli Usa sono in arrivo statistiche utili per testare la crescita, tra cui lunedì 16 settembre l’indice Empire manufacturing per settembre, che monitora la zona produttiva di New York (4,80 ad agosto) e giovedì 19 settembre il Philly Fed, il parametro elaborato dalla Fed di Philadelphia, sempre per settembre, che riflette l’attività in una zona importante per la manifattura (16,8 punti il dato di agosto). Venerdì 20 settembre sono infine comunicati i prezzi alla produzione, in cui si cercano tracce delle spinte inflazionistiche dovute anche alle barriere doganali (solo a +0,1% ad agosto).

Ma l’appuntamento clou negli Stati Uniti è con la Federal Reserve, la banca centrale di Washington. Gli investitori si attendono un primo taglio di 25 punti base (0,25%) a cui dovrebbero seguire altre sforbiciate. Però di recente i segnali di rallentamento sono altalenanti e le ultime indicaizoni sui prezzi (+2,4% l’inflazione di base) e dei consumi interni disegnano un quadro non votato alla recessione. Infatti, i rendimenti dei titoli di Stato americani che si erano adeguati a tassi di interesse più bassi, venerdì scorso sono rimbalzati (il titolo a un anno rende l’1,82%, a fronte di tassi di interesse attuali nella fascia tra il 2%, e il 2,25% e quello a dieci anni l’1,79%). Sulla Fed, comunque, sono forti le pressioni del Presidente Trump, che non apprezza il rafforzamento del dollaro, soprattutto dopo la manovra della Bce.

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