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Borse: effetto Draghi su Milano ma restano incognite ripresa e vaccini

Indici in deciso rialzo e spread ai minimi dal 2015. Lo scenario dei mercati italiani è mutato sensibilmente nel corso degli ultimi giorni seguendo l’evoluzione della crisi politica e della discesa in campo dell’ex presidente della Bce

di Corrado Poggi

(Ilya Nikolaevic - stock.adobe.com)

4' di lettura

Indici in deciso rialzo e spread ai minimi dal 2015. Lo scenario dei mercati italiani è mutato sensibilmente nel corso degli ultimi giorni seguendo l’evoluzione della crisi politica e della discesa in campo dell’ex presidente della Bce Mario Draghi.

Permane sullo sfondo l’incertezza - catturata dal sondaggio di gennaio condotto da Assiom Forex fra i suoi associati in collaborazione con Il Sole 24 Ore Radiocor – legata all’andamento dell’economia e della campagna di vaccinazione contro il covid che in prospettiva potrebbe tornare a condizionare l’andamento dei mercati e del mercato del debito.

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La variante Draghi

“Il sondaggio è stato realizzato a cavallo delle dimissioni del governo Conte e prima dell’incarico affidato al professor Mario Draghi – spiega il presidente di Assiom Forex Massimo Mocio – e da allora la reazione dei mercati e dello spread ha superato le previsioni più ottimistiche. Basta guardare allo spread Btp/Bund che ora è attorno a 96 basis points o anche alla Borsa italiana, in forte salita invece che in diminuzione come previsto dagli operatori”.

La fotografia scattata poco prima dello scatto in avanti della crisi politica vedeva il 55% degli operatori puntare su nuovi rialzi (dal 56% di un mese fa) con un 9% che si attendeva rialzi in doppia cifra ma, a indicazione di una maggiore cautela, era da registrare l’aumento dal 16% al 24% di quanti vedevano all’orizzonte ribassi, superiori al 10% per il 3% degli intervistati. L’opzione mercati stabili era invece stata scelta dal 21% degli operatori, in calo di 7 punti percentuali rispetto a gennaio.

L’entrata in scena dell’uomo a cui viene universalmente riconosciuto il merito di aver salvato l’euro con il celeberrimo “whatever it takes” ha avuto un impatto particolarmente sensibile sullo spread che è tornato a sfondare al ribasso quota 100 punti. La situazione su questo fronte era andato peraltro migliorando dallo scorso mese grazie soprattutto agli oltre 136 miliardi di euro di acquisti di Btp effettuati dalla Bce nell’ambito del programma Pepp dallo scorso marzo.

Prima dell’affidamento dell’incarico a Draghi, il 74% degli operatori aveva indicato di ritenere che lo spread sarebbe rimasto nella fascia compresa fra i 100 e i 150 punti e solo il 5% aveva preventivato uno sforamento al ribasso di quota 100 punti.

Euro a fine corsa?

L’evoluzione della situazione politica italiana non ha invece ovviamente cambiato lo scenario relativamente al mercato dei cambi dove, secondo il 36% degli operatori, il trend di continuo apprezzamento dell’euro potrebbe essere vicino a giungere a conclusione. Il risultato del sondaggio, che giunge proprio nelle stesse ore in cui l’euro è tornato per la prima volta sotto quota 1,20 sulla divisa americana dagli inizi di dicembre, vede praticamente raddoppiare quanti vedono all’orizzonte una frenata dell’euro, possibilità che a dicembre era stata messa in conto solo dal 19% degli operatori. Sul fronte opposto, quanti vedono un possibile nuovo rafforzamento dell’euro sono il 27% (dal 37% di un mese fa), di cui un 3% (invariato) ritiene che l’euro possa mettere a segno guadagni significativi. Scende invece al 37% dal 44% il campione di quanti si attendono una sostanziale stabilità del cross. Il rafforzamento dell’euro è ormai da tempo nel radar della Bce che, come ribadito dalla presidente Christine Lagarde in occasione dell’ultima riunione del consiglio direttivo del 21 gennaio, sta “monitorando molto attentamente i tassi di cambio” per le implicazioni che questi hanno sulle prospettive di inflazione. La maggioranza degli operatori Assiom Forex, infine, non ritiene che vi sia il rischio di una chiusura dei rubinetti nel corso del 2021 nonostante, secondo l’ultima indagine Bce, nel quarto trimestre del 2020 sia proseguito “l’inasprimento dei criteri per la concessione del credito a imprese e famiglie, nel contesto dell’introduzione di nuove restrizioni in risposta alla pandemia". Secondo il 58% degli operatori infatti la presenza delle garanzie statali sui prestiti e l’impegno preso dalla Bce a garantire a lungo condizioni di finanziamento favorevoli dovrebbe permettere di mantenere aperto il rubinetto del credito, soprattutto se si verificherà l’attesa ripartenza dell’economia nel corso dei prossimi mesi. Per il rimanente 42% invece è inevitabile che le banche alzino ulteriormente gli standard per la concessione del credito alla luce della persistente incertezza dell’economia e del pesante impatto che la pandemia e le conseguenti misure di lockdown potrebbero avere in termini di nuove forte crescita dello stock di Npl.

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Mocio, operatori divisi su possibile credit crunch

“Non stupisce – spiega Mocio - che le condizioni di grande incertezza che stanno contribuendo a creare un framework di lavoro completamente nuovo contribuiscano a dividere la platea degli operatori su tema di un possibile credit crunch -. Se la maggior parte auspica che l’intervento e l’impegno di lungo termine delle banche centrali possa permettere alle banche di mantenere aperto il rubinetto del credito, soprattutto se si verificherà la ripresa economica, dall’altra parte è giustificato il timore che il settore finanziario possa essere costretto ad alzare ulteriormente gli standard per la concessione del credito alla luce del perdurare della crisi”.
(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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