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Borse euforiche e spread ai minimi, ma il rally è sostenibile?

Una parziale marcia indietro è coincisa con l’ultima seduta della settimana e con la diffusione del dato sul mercato del lavoro Usa. Il listino milanese ha chiuso con un progresso del 3,5%, tornando sui massimi da quasi un anno

di Maximilian Cellino


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3' di lettura

Un’euforia contagiosa, con l’ombra di qualche (legittimo) dubbio finale. I mercati finanziari archiviano una settimana da incorniciare su tutti i fronti o quasi, ma iniziano a porsi qualche domanda sulla sostenibilità di un rally tutto basato sulle aspettative di nuove mosse espansive da parte delle principali Banche centrali, a partire dalla Federal Reserve americana e dalla Bce che nel post-Draghi sarà guidata dall’attuale numero uno del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde.

L’effetto Lagarde e la «resistenza» dell’economia Usa
Se è stata proprio la designazione dell’esponente francese (a scapito di candidati «falchi» come il tedesco Jens Weidmann) a dare l’ultima spinta alla marcia delle azioni e soprattutto delle obbligazioni dell’Eurozona, nell’aspettativa di una politica monetaria accomodante e nel segno della continuità con il predecessore Draghi, la parziale marcia indietro è coincisa invece con l’ultima seduta della settimana e con la diffusione del dato sul mercato del lavoro Usa, che ha evidenziato a giugno una creazione di nuovi posti superiore alle previsioni (224mila contro stime medie ferme a quota 165mila).

I MERCATI E LE MOSSE DELLA FEDERAL RESERVE
I MERCATI E LE MOSSE DELLA FEDERAL RESERVE
I MERCATI E LE MOSSE DELLA FEDERAL RESERVE

L’insospettata «resistenza» della prima economia mondiale ha contribuito infatti a frenare le attese di quanti già ipotizzavano a fine mese una mossa aggressiva da parte della Federal Reserve: i valori che si ricavano dai contratti future assegnano ormai probabilità implicite vicine allo zero a un taglio di 50 punti base dei Fed Funds (erano superiori al 20% prima della diffusione dei dati), pur mantenendo al 100% l’ipotesi di una sforbiciata «base» da 25 punti rispetto all’attuale livello (2,25%-2,50%). Tutto questo si è riflesso sull’andamento dei mercati.

Per Piazza Affari una settimana comunque da incorniciare
Nella seduta di venerdì hanno infatti frenato i principali asset che avevano inscenato un autentico rally nei giorni precedenti, a partire da Wall Street (dove l’S&P 500 si è allontanato dal traguardo dei 3mila punti sfiorato mercoledì) per proseguire con l’azionario europeo. Piazza Affari ha terminato in ribasso dello 0,61%, ma le prese di beneficio non hanno comunque offuscato una settimana da incorniciare - caratterizzata anche dalla riduzione delle tensioni attorno al debito italiano - che il listino milanese chiude con un progresso del 3,5%, tornando sui massimi da quasi un anno. Di rilievo soprattutto l’avanzata dei titoli del settore finanziario (+7,4%), con Mps in grado di rimbalzare addirittura di quasi il 45% nell’arco delle ultime cinque sedute.

I minimi dei BTp (e dello spread)
L’accenno alle banche di casa nostra porta inevitabilmente a considerare l’altro movimento di rilievo delle ultime sedute, quello dei titoli di Stato che affollano i loro portafogli e il cui recupero ha indubbiamente favorito la recente rincorsa. Ieri le prese di benefico hanno riguardato appunto anche il mondo del reddito fisso nel complesso: la riconsiderazione delle mosse Fed ha fatto risalire i rendimenti dei Treasury (quello a 10 anni è tornato sopra il 2%) e di riflesso anche i governativi europei, BTp compresi. Il tasso del decennale italiano è cresciuto di nuovo all’1,75% riportando lo spread nei confronti del corrispettivo tedesco a 211 punti base, ma anche in questo caso occorre tenere conto dei movimenti precedenti e del fatto che livelli simili non si vedevano rispettivamente dall’autunno 2016 e dal maggio 2018.

Le incognite per gli investitori
Lo scenario di base, quello che prevede appunto le principali Banche centrali mondiali nelle vesti di «colombe» e sul punto di rendere ancora più accomodanti le proprie politiche monetarie, non sembra comunque uscire intaccato da un singolo dato. Qualcuno però sui mercati ha iniziato a rivalutare le posizioni al rialzo aggressive assunte di recente su azioni e bond. «Se il mercato del lavoro e, per estensione, il consumatore americano mantengono condizioni di salute ragionevoli, i rischi di recessione potrebbero iniziare a sembrare troppo elevati», spiega Oliver Blackbourn, gestore di Janus Henderson, ricordando come una situazione simile si sia già proposta in un paio di occasioni durante questo ciclo e che «ogni volta i consumi, che costituiscono la spina dorsale dell’economia, hanno resistito». Conclusione: «Non è affatto certo che l’attuale rallentamento sia sufficiente a riportare gli Stati Uniti in recessione».

Occhi sempre puntati su Powell e la Fed
Sullo sfondo, le Banche centrali continuano a muovere le leve dei mercati finanziari, ma da ieri gli investitori sono probabilmente un po’ più cauti nell’ipotizzare un atteggiamento particolarmente accomodante sui tassi. Difficile capire se si sia trattato di beneficio fisiologiche o se ci si sia resi conto di aver fatto in precedenza il passo più lungo della gamba, assumendo rischi eccessivi. La testimonianza di fronte al Congresso Usa del presidente Fed, Jerome Powell, in programma mercoledì prossimo, potrebbe offrire qualche chiarimento utile.

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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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