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Borse, così guerre commerciali e tensioni Iran-Usa colpiscono i mercati

Conflitti “caldi” (pericolo di guerra in Medio-Oriente) e guerre “fredde” (scontri su cambi e tariffe doganali) influenzano i listini. I pareri degli esperti

di Vittorio Carlini


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5' di lettura

Ci sono le guerre “calde” che provocano morte. Poi ci sono le “battaglie” commerciali o monetarie. Purtroppo, con il rischio dell“escalation” militare tra Usa e Iran, il tema del conflitto “caldo” è tornato alla ribalta. La situazione è complessa. Il rischio è che diventi drammatica. Tanto che i mercati, anche sulla scia degli eventi dello stretto di Hormuz, hanno ad esempio spinto all’insù il petrolio (il Brent nel breve periodo è entrato in un andamento erratico).

La posizione degli esperti
Sulla reale incidenza del possibile scontro Iran-Usa gli esperti, tuttavia, non sono così concordi . «Nell’attuale prezzo degli asset finanziari -dice Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet AM -non è ancora compreso lo scenario del conflitto. Il petrolio, per sua natura, è molto volatile. A ben vedere le variabili rilevanti sono altre: la politica monetaria della Fed e la “trade war”». Nel primo caso le attese mosse espansive «potranno, contrastando il rallentamento economico e indebolendo il dollaro, essere di sostegno all’oro nero». Mentre, rispetto alla “guerra delle tariffe”, «l’eventuale inasprirsi dello scontro tra Washington e Pechino, inducendo ulteriori timori sulla crescita globale, avrebbe l’effetto opposto di indebolire il petrolio».

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«Lo scenario descritto è probabile» ribatte Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte Sim che però aggiunge: «Il timore dell’escalation militare ha indubbiamente amplificato gli effetti degli altri market mover». Tra i quali non può dimenticarsi il meeting dell’Opec (insieme alla Russia) previsto ad inizio luglio. «I Paesi produttori - spiega Cesarano- dovranno decidere l’eventuale proroga per la seconda metà dell’anno dei tagli alla produzione». Una scelta che, se presa in tal senso, «sarebbe di sostegno alle quotazioni del barile».

Ma non è solo questione di Banche centrali e conflitti militari. C’è anche, indirettamente legata alla “trade war”, la tattica di Pechino. Non pochi esperti rilevano che la Cina, fino ad un po’ di tempo fa, ha ridotto l’attività di raffinazione interna. Un calo della domanda che, da un lato, può avere impattato le quotazioni; e che dall’altro, alcuni operatori, hanno interpretato come un messaggio lanciato a Washington e alla sua industria dello shail-oil. Certo: il mercato dei future sul petrolio, a causa della sua ampiezza, è difficile da influenzare. Inoltre il prezzo medio di break-even per il petrolio di scisto statunitense (46 dollari al barile secondo Rystad Energy) non ha grande significato (il comparto è articolato e ogni compagnia è una storia a sé). Ciò detto «la strategia -riprende Cesarano - può costituire un mezzo negoziale di Pechino in funzione dell’imminente G20 (previsto a partire da venerdì prossimo, ndr)». L’obiettivo? lanciare dei segnali per un incontro dove potrebbero decidersi le sorti di un altro conflitto: quello, per l’appunto, della tariffe.

La battaglia doganale
Già, la “guerra dei dazi”. Ubs, in un suo report, sottolinea che l’ “escalation” su questo fronte non è lo scenario principale. Cioè: un accordo (prima o poi) verrà trovato. In tal caso la banca svizzera stima che, stante l’attuale condizione, la crescita globale nel 2019 dovrebbe assestarsi intorno al 3,7% mentre il petrolio (Brent) è previsto nell’area di 66 dollari al barile. Se ciò non accadesse, dicono sempre gli esperti di Ubs, «la crescita globale dovrebbe essere inferiore di 75 punti base nei prossimi sei trimestri». Un rallentamento che in generale non è prezzato «negli asset di mercato. Certo: ci sono molte differenze tra le varie tipologie di titoli». Così, ad esempio, «i tassi e i metalli industriali “scontano” il rischio». Differente, invece, la situazione per monete e azioni che «incamerano un andamento compiacente». Vale a dire: rischiano d’ingranare la retromarcia. In particolare Wall Street, con gli Usa più direttamente coinvolti nella”battaglia delle tariffe”, ridurrebbe la sua sovraperformance rispetto all’Europa .

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Il perenne sostegno delle banche centrali
Ciò considerato, però, bisogna sempre ricordare che i listini hanno dalla loro parte il “monetadone” delle banche centrali. Nell’ultima conferenza stampa della Fed, secondo alcuni esperti, il Presidente Jerome Powell (che ieri ha un po’ frenato i troppi entusiasmi) non ha chiuso la porta ad un’eventuale nuovo Quantitative easing. L’ennesima manovra non convenzionale che potrebbe arrivare il prossimo anno. C’è da stupirsi? Evidentemente no. Sull’altra sponda dell’Atlantico il Presidente uscente della Bce, Mario Draghi, ha dichiarato esplicitamente che tra le ipotesi di manovra c’è la ripresa del Qe.

Un odore di denaro facile che i mercati hanno subito “annusato”, come mostra il rally dell’oro degli ultimi giorni. Da inizio giugno il metallo prezioso è cresciuto non poco. Certo: potrebbe obiettarsi che, a fronte dei rischi globali e dei timori sulla tenuta di Eurolandia, gli operatori stiano mettendo a segno il classico “fly to quality”. Possibile. «E, tuttavia -afferma Cesarano- le migliori performance emergono quando c’è aria di forte calo delle attese di inflazione o addirittura di deflazione come in questi giorni». Un contesto dove il lingotto ieri, durante le contrattazioni, è arrivato a toccare quota 1.438,6 dollari l’oncia (massimo dal maggio 2013). Un balzo che prosegue? «C’è una situazione di iper comprato - risponde l’analista tecnico indipendente Ivano Menabue -. Di conseguenza qualche presa di beneficio nel breve è probabile. Al di là di ciò, però, l’impostazione di fondo resta positiva. È possibile, passando un po’ di tempo, che si vada oltre 1.500 dollari l’oncia».

La scontro delle monete
Fin qui alcune considerazioni rispetto al rischio di guerra in Medio Oriente e alla battaglia dei dazi. C’è, però, un’altra tenzone che può assediare i mercati: quella delle valute. Il Presidente Usa Donald Trump ha accusato Draghi di manipolare il cambio euro-dollaro per agevolare le esportazioni europee. Draghi ha ribattuto che il target della Bce, per statuto, è l’inflazione e non le valute. Sia come sia appare chiaro che la tenzone è aperta. Forse la Fed, nella sua intima essenza, continua a cercare una condivisione di strategia con le altre Banche centrali (Bce compresa). E però non può negarsi che il pressing di Trump sulla Riserva federale, anche in previsione delle prossime elezioni presidenziali, sia fortissimo. Con il che il cambio euro-dollaro ne subirà l’influenza.

Dove va il cross tra moneta unica e biglietto verde
«In generale -sottolinea Silvio Bona, analista tecnico indipendente - l’impostazione di fondo è il rafforzamento del biglietto verde rispetto alla moneta unica. Questa dinamica era molto presente fino a un po’ di tempo fa. Ultimamente è andata indebolendosi». Quindi assisteremo alla ripresa dell’euro? «Perchè possa esserci l’inversione dell’andamento di fondo -risponde Bona- bisogna che il cambio euro-dollaro rompa al rialzo la resistenza (livello dove la pressione dei ribassisti è maggiore di quella dei compratori, ndr) posizionata in area 1,16. Diversamente si continuerebbe con l’attuale trend dove, verso il basso, il primo supporto (livello dove la pressione dei compratori supera quella dei venditori, ndr) di breve periodo è intorno a 1,11. Nell’eventualità il “pavimento” indicato venisse rotto il cambio potrebbe scivolare ulteriormente verso quota 1,09».

IL RAFFORZAMENTO DEL DOLLARO RALLENTA

Fonte: Silvio Bona, analista tecnico indipendente

IL RAFFORZAMENTO DEL DOLLARO RALLENTA

Ciò detto dove potrebbe trovarsi il cambio euro-dollaro verso fine anno? Alcuni analisti sottolineano che le maggiori armi a disposizione della Federal reserve, unite all’auspicata efficacia del nuovo round di Tltro da parte della Bce, faranno scivolare verso il basso il dollaro (euro verso biglietto verde attorno a 1,18). Altri, invece, obiettano che i problemi legati alla procedura d’infrazione dell’Italia, oltre alla manovra finanziaria in ottobre, renderanno maggiormente debole la moneta unica.

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